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Voi siete qui: Biblioteca » In “Rombo” Esther Kinsky rievoca il terremoto del Friuli

1 Agosto 2023

In “Rombo” Esther Kinsky rievoca il terremoto del Friuli

Esther Kinsky, una delle più interessanti voci della letteratura tedesca contemporanea, omaggia e ricorda il terremoto del Friuli, che il 6 maggio del 1976 colpì la regione segnandone la storia. Il libro si intitola Rombo (lo pubblica Iperborea con la traduzione di Silvia Albesano) e più che essere cronaca sembra essere un ascoltare, catalogare, monitorare il territorio che oggi raccoglie, a oltre quarant’anni di distanza, ciò che resta su quei luoghi devastati.

È come se l’autrice volesse non solo raccontare la catastrofe, ma giungere a poche ore prima che accadesse. «In seguito, tutti parleranno del rumore. Del rombo. Con cui è iniziato. Con cui tutto è cambiato, come dicono, in un colpo solo, anche se forse era piuttosto una spinta, come la conclusione sorda e smorzata di un movimento cominciato molto lontano. Quel rumore si è inscritto nella memoria di ciascuno, sotto nomi diversi. Sibilo, ronzio, brontolio, sussurro, tuono, strepito, fruscio, stridore, borbottio, fischio, rimbombo, boato», scrive a un certo punto la Kinsky.

Esther Kinsky, Rombo, Iperborea

La narrazione procede con lo stile della poesia: c’è un ritmo spezzato, molte le frasi evocative e quella magia tipica di chi sa andare oltre la realtà dei fenomeni. Una scrittura, insomma, che non si accontenta di raccontare le vite, come si potrebbe immaginare. Ma, in ugual misura, il racconto si fa collettivo e corale. Esther Kinsky sceglie, anche, il sussulto del prato, il sussurro delle rocce che si crepano al sole, il vento che brucia la pelle. Questo il suo grande pregio oltre a una sensibilità straordinaria, propensa non solo al dolore degli uomini, ma anche degli animali.

Ciò non toglie che Rombo si divida in sette parti quante sono le voci dei testimoni-personaggi: Lina, Toni, Mara, Adelmo, Olga, Gigi e Silvia. Le loro narrazioni si alternano e, a loro volta, sono alternate a brevissimi excursus, a volte di poche righe, ma comunque scritte sotto forma di racconti popolari, su specie di uccelli, di serpenti (in particolare il carbone e la vipera ricorrono anche nei racconti dei personaggi) di piante, di fiori, considerazioni sulla tenera roccia del paesaggio carsico che «risponde subito alle sollecitazioni».

Questo perché la memoria umana vacilla, si scolorisce. Si perde. Questo non significa che la memoria storica di un evento sia da dimenticare, è «un dovere essere sollecitati dalla gente, che vuole sapere cosa sia successo quel giorno, raccontare la loro storia.

Così si sa che qualche giorno prima del sisma faceva molto caldo, un caldo rovente e anomalo per quel periodo dell’anno e gli animali, più sensibili degli esseri umani si comportavano in modo strano: i rondoni al crepuscolo erano stranamente spariti, gli uccelli in volo stridevano, quelli in gabbia si lamentavano, i cani guaivano. «I grilli friniscono lievi e frettolosi, come se non avessero tempo da perdere», si legge nelle prime pagine.

La natura circostante, quei pochi giorni prima dell’evento, fatta di lampi di luce, di silenzi sovrannaturali sono presaghi del disastro. Intere famiglie, interi villaggi sorpresi nel pieno della loro quotidianità. Ci sono giovani colti nei preparativi del matrimonio, coniugi sorpresi nel pieno dell’ennesima discussione, bambini che giocano, qualcuno che lascia la famiglia e si prepara a ripartire per la Germania o per la Svizzera per motivi di lavoro. Insomma giornate comuni, che non passeranno alla storia e di cui presto ci si scorderà.

La sera del 6 maggio un terremoto apre la terra. Le case crollano, persone e animali vengono sepolti sotto le macerie, gli orologi sui campanili si fermano ‒ sono le nove, a lungo il tempo lì non scorrerà più e per molto tempo saranno sempre e solo le nove ‒ serpenti neri fuggono nel fiume, sotto la vetta del monte Canin una nuvola di neve scende a valle fendendo la sera.

Poi, solo macerie: la Strada Statale 13 è impercorribile, ricoperta di massi staccatisi dalla montagna, alberi sradicati, materiali della rovina, le cittadine di Gemona e Artegna rase al suolo, tantissimi morti e innumerevoli feriti. Il terremoto è una profonda ferita nel territorio e non cicatrizza mai, neppure nella memoria delle persone che lo vissero.

Kinsky riporta le testimonianze del ricordo, ma anche le leggende e le credenze, gli usi e i costumi del posto. Racconta della credenza popolare secondo la quale ai piedi del monte San Simeone, vive l’Orcolat, un mostro spaventoso che nella coscienza della gente del posto si identifica nel terremoto stesso.

Kinsky racconta e riprende i racconti e le canzoni popolari dove si parla di una creatura, la Riba Faronika, una donna-pesce che scatena terremoti.

Così si viene a conoscenza del racconto mitologico, secondo il quale la Riba Faronika sonnecchiava nelle profondità del mare, ed era una creatura possente: donna fino al ventre e dal ventre in giù dotata di una coda di pesce divisa a metà. La tradizione racconta che a lei si deve la formazione delle montagne, infatti un giorno, bruscamente svegliata dal granello di sabbia, questa agita le sue code, facendo tremare la Terra che si corruga plasmando montagne in tutte le direzioni. Stupita del brontolio che lei stessa aveva prodotto, la Riba Faronika si gira, e il mare inonda la terra, e divide la terraferma in continenti.

Tra poesia, leggenda, geologia, l’autrice racconta il territorio, le sue diverse tante storie che vivono sotto ai piedi degli uomini, rendendo il suo romanzo un mondo privo di retorica, per ricordare una ferita nella storia di una regione.

Esther Kinsky, con Rombo, è tra gli scrittori che hanno concorso al Premio Strega Europeo 2023.

Claudio Cherin

Esther Kinsky
Rombo
Traduzione di Silvia Albesano
Iperborea
Collana Gli Iperborei
2023, pagine 288
18 €

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