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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Max e Flora” di Isaac Bashevis Singer

10 Luglio 2023

Recensione di “Max e Flora” di Isaac Bashevis Singer

Avventure, povertà, misfatti, amori clandestini nella Varsavia degli anni Dieci del Novecento sono gli elementi da cui prende l’avvio la vicenda raccontata in Max e Flora del fecondissimo e versatile Isaac Bashevis Singer, Premio Nobel per la letteratura nel 1978, curata ora, per i tipi di Adelphi, da Elisabetta Zevi.

Max e Fora racconta la storia di una coppia, l’attrazione fisica che li unisce. E il motivo che li ha spinti a partire dall’Argentina per giungere a Varsavia: la ricerca di qualche nuova ragazza per il bordello che, ufficiosamente, gestiscono dietro alla più rispettabile industria di borsette, di cui vanno tanto fieri.

Flora, pur essendo analfabeta, ha un talento per le lingue e un’intelligenza istintiva, che più di una volta ha aiutato Max nei suoi traffici. Lui, invece, parla solo yiddish e coglie poche parole di russo e polacco, ma legge ogni giorno un paio di quotidiani per intero, si informa, ragiona. Emigrati in Argentina, hanno messo su, in modo non sempre onesto, una piccola fortuna.

Isaac Bashevis Singer, Max e Flora, Adelphi

Fra le pieghe di Max e Flora compare il riferimento a Jacob Frank, il «falso messia» che invitava i seguaci a perseguire la salvezza per mezzo dell’abiezione; il sionismo di Hezel, morto, come si legge nel romanzo, pochi anni prima della vicenda; e ovviamente la malavita. Una malavita, alla quale Max appartiene, fatta di faccendieri ebraici, che pregano in sinagoga, sì, ma una volta usciti dal Tempio, non hanno molti scrupoli a sfruttare o rubare.

È come se non ci si trovasse nella Varsavia del primissimo Novecento, ma nella New York di C’era una volta in America di Sergio Leone, di quasi venti o trent’anni dopo. È anche vero che la Varsavia del romanzo è una fucina di idee, in cui sono già presenti le tensioni che sfoceranno nella rivoluzione bolscevica.

Max ‒ durante il soggiorno nella madrepatria ‒ con Flora si interessa anche al destino dei suoi compagni di malaffare, Meir Panna Acida, delle cui imprese criminali potrebbe diventare il legittimo erede, qualora venisse a mancare. Leah Lingualunga, moglie dello stesso Meir, è una delle tante donne verso le quali Max mostra interesse, qualcosa a metà tra pulsione, che non è né può essere amore, e un vuoto desiderio.

A pensarci bene, Max è molto di più quello che è: un uomo dai natali oscuri, un uomo più propenso ad arricchirsi non pensando al come, uno sfruttatore di donne. Max è (co)stretto tra due mondi: quello ebraico ortodosso e non assimilato e quello di coloro che sono riusciti a fare il salto, ad accumulare patrimoni e fondare banche. Max non appartiene più né all’uno né all’altro.

Durante il soggiorno a Varsavia, Max trova conforto nelle braccia della quindicenne Rashka, che per amor suo e amore della libertà, segregata com’è da un padre padrone, farebbe qualsiasi cosa, anche seguirlo, a Buenos Aires. Lasciarsi dietro tutto ‒ denaro, Flora, la posizione che ha conquistato ‒ per Max vorrebbe dire ricominciare una vita migliore. Una vita che lo liberi dalle inquietudini e magari lo riappacifichi dentro di sé con il Dio dei padri e la tradizione.

L’amore non del tutto sopito per Flora non gli permette, però, di scappare con la ragazza e ricominciare una nuova vita, come vorrebbe. Così, senza saperne il motivo, si ritrova costretto a partire per Varsavia con l’intento di sapere cosa ne è stata della (disperata) Flora e magari di salvarla. Scoprirà che allo spaesamento iniziale, Flora non solo ha saputo reagire, ma ha ripreso la sua carriera d’attrice. Con un discreto successo.

Tra le donne di cui Max s’invaghisce, ama e abbandona, c’è anche Ida, la militante anarchica nei confronti della quale Max prova sentimenti di complicità, curiosità e infine di repulsione.

Al di là delle varie avventure, il vero interrogativo che il romanzo si pone è quello di Dio.

Max non è il ladrundolo o il gangster che si può immaginare. Bastano solo queste tre affermazioni: «Dal momento che Dio rimaneva in silenzio forse era dalla parte dei gentili?», «Siccome Dio vede tanta miseria e tace dobbiamo aiutarci da soli», «Divertirmi e crepare», disseminate in vari punti del romanzo, per fare di Max Shpindler un uomo inquieto, diviso tra la fede dei padri e il bisogno di aggredire la vita secondo i criteri capitalista dell’America, nonostante si muova tra magnaccia, imbroglioni, ladri e sindacalisti, anarchici (una delle donne di cui si invaghisce, Ida, è un’anarchica, che la piccola società del ghetto guarda con sospetto, se non con odio).

Come molti altri personaggi singeriani inquieti e turbati dal silenzio di Dio, Max oscilla, ininterrottamente, fra il compiacimento di sé e l’autocommiserazione.

Max sprofonda nel “peccato”, non è fedele alla sua donna, pensa cose che un rabbino definirebbe blasfeme solo perché non comprende Dio. Prova a capire e a interpretare il Suo operato, ma finisce per trovare inquietudine, silenzio, angoscia e qualcosa che continua sempre a sfuggirgli.

A questa sua idea di Dio si contrappone l’idea secondo la quale se esiste «un Dio che ordina di macellare pecore e agnelli non può essere buono. Non dal punto di vista degli uomini, almeno. Se lo è dal punto di vista degli angeli, che lo lodino loro», come dichiara il disperato giornalista Kadishzohn, a un certo punto. (In realtà, lo scrittore è stretto in una contraddizione insanabile: quella di chi crede, sì, in Dio, ma non nella Sua divina bontà).

C’è infine l’idea del moribondo Meir Panna Acida (il solo a possedere una qualche idea di teologia, probabilmente), che afferma con sicurezza che «se c’è un Dio, sta in cielo, non al cimitero».

La traduzione proposta per la prima volta da Adelphi di Max e Flora si basa sulla versione inglese – condotta con buona probabilità dallo stesso Singer – del testo inizialmente apparso nel 1972 su “Forverts”, la rivista yiddish di New York, che però non venne, per volontà dello stesso autore, raccolta in volume.

Claudio Cherin

Isaac Bashevis Singer
Max e Flora
Traduzione di Elisabetta Zevi
Adelphi
Collana: Biblioteca Adelphi
2023, 226 pagine
19 €

In copertina:

Ernst Ludwig Kirchner
Scena di strada davanti a un negozio di parrucchiere (1926)
Collezione privata
© Photo Christie’s Images / Bridgeman Images

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