Ci fossero stati più reporter all’altezza di Luke Mogelson, e i commentatori politici avessero passato più tempo in mezzo alla famigerata gente (in questo caso americana) e meno sui tavoli delle redazioni, forse non ci saremmo stupiti della vittoria di Donald Trump alle elezioni del 2016. Il tempo che da allora è trascorso è stato tutt’altro che rassicurante, meno ancora in queste ore con l’incriminazione del tycoon – a sentire Mogelson, non è il caso di farsi troppe illusioni per il futuro.
Perché il mondo di Trump, o quello a lui affine – una certa idea dell’America, potremmo dire -, non è scomparso e non sembra disposto a sostituire la paranoia e il feroce egoismo sociale con qualche rigurgito di ragionevolezza. Letture deliranti della realtà (e della storia) fanno il paio negli USA con interessi economici spesso chiaramente individuabili e producono vaneggiamenti e manifestazioni diversamente declinabili ma sempre nel segno del complotto: suprematismo aggressivo, antisemitismo (talora dichiarato con circospezione), anticomunismo (parafrasando il commento di un nazista in Schindler’s List sugli ebrei, per molti americani dell’Alt-right: “I comunisti non sono propriamente esseri umani”), furia no-vax senza freni, intolleranza verso la scienza etc.

Ne La tempesta è qui, volume di esordio della nuova, elegante etichetta Orville (da un’idea dell’ex editor Adelphi Matteo Codignola), Mogelson si dimostra osservatore e narratore acuto (la traduzione è di Franceso Pacifico). Dopo aver raccontato da embedded le guerre in Siria, in Iraq e Afghanistan (ultimamente è stato impegnato in Ucraina, sempre per il “New Yorker”) s’immerge (non senza coraggio e qualche rischio, viste le esplosioni di rabbia e violenza feroce cui assiste da vicino) nella cosiddetta America profonda, e riesce a inquietarci per quattrocento pagine.
Abituati a sentire parlare di QAnon o dei Proud Boys, restiamo spesso a bocca aperta davanti all’impressionante lista di sigle e iniziative tendenzialmente di estrema destra disseminate nell’immenso territorio americano che hanno radicalizzato lo scontro con gli USA più liberali.
In questi anni, Mogelson ha visto per lo più “tribalismo politico, l’ombra del fascismo e una demagogia fuori controllo”. Talvolta scorre all’indietro, ai prodromi e alla cause anche lontane di atteggiamenti cospirazionisti ed esibizioni francamente razziste, ma il reportage di Mogelson si concentra sostanzialmente sull’anno a ridosso del traumatico assalto a Capitol Hill. Periodo nerissimo non solo perché Trump annunciava che non avrebbe accettato una sconfitta nelle elezioni di novembre ma, per dirne una che scosse il mondo non lobotomizzato di quest’epoca non lucidissima, nel maggio del ’20 c’era stato il feroce, stolido assassinio di George Perry Floyd nella città di Minneapolis.
Mogelson è bravo – nonostante sia evidente la sua totale alterità all’incultura delirante dei fenomeni raccontati, e lo stupore, spesso lo sconcerto, rinnovato a ogni occasione – a far parlare le persone, a farne racconto cercando di avvicinarle il più possibile, persino a capirle: impresa ammirevole quanto implausibile. Davanti alla furia no-vax che accecò milioni di americani (e non solo), il reporter ricorda la disciplina di alcune popolazioni dell’Africa nord-occidentale nell’epidemia di Ebola nel 2014, cui pure aveva assistito da giornalista. “All’inizio – scrive – il crimine dilagava, e il panico anche. I soldati sparavano su chiunque provasse a scappare. La comunità pareva spacciata”.
Mogeloson era in Liberia, fra le fatiscenti baraccopoli. “Nel giro di dieci giorni gli emissari della baraccopoli avevano convinto il governo a togliere il blocco. In cambio, si erano impegnati a mettere in atto una serie di misure: identificazione e isolamento dei malati in casa, tracciamento dei contatti recenti, controllo di ogni individuo per un periodo di tre settimane (la durata massima nota dell’incubazione, prima della comparsa dei sintomi). In una situazione normale, il lavoro sarebbe toccato a personale sanitario ed epidemiologi. Nella baraccopoli avevano provveduto i diretti interessati. E contro ogni aspettativa, l’ondata era stata contenuta in un mese” (lo raccontava anche David Quammen nel celebre Spillover).
Invece molti americani (ed europei, ahimè) considerarono un’operazione nazistoide il distanziamento, le quarantene e le altre misure di contenimento del Covid-19. S’incattivirono l’un l’altro, dettero credito alle più strampalate teorie complottiste, spesso fomentate dall’estremismo religioso (il satanismo ricorre spesso nelle fole sul Nuovo Ordine Mondiale), dal fanatismo della destra innamorata di mitra e pistole, urlando sconnessamente la parola libertà e mostrando al contempo di detestare la democrazia (come già nell’estremismo delle masse totalitarie del secolo scorso, i cortocircuiti logici non si contano, come dare del nazista e del comunista contemporaneamente agli avversari – ai nemici, per molti, da passare per le armi – con tanto di rievocazione dei Protocolli dei Savi di Sion e nello stesso tempo paragonare (anche in Italia ne sappiamo qualcosa) i provvedimenti delle autorità alla persecuzione antisemita dei nazisti.
Mogelson racconta gli uomini e le donne che credettero di dover fare resistenza alle mascherine, alle quarantene, alle chiusure, cominciando col barbiere del Michigan Karl Manke, attorno al quale si organizza un intero movimento di proteste. Paradosso fra i tanti: nel Michigan le vittime del virus furono soprattutto neri, ma a pretendere la “libertà” di continuare a vivere come nulla fosse furono i bianchi.
Gruppi nati sui social, sette millenaristiche, persone che consideravano il virus un’arma studiata a tavolino per un “progetto di spopolamento”, altri secondo i quali veniva sganciato dalla rete 5G delle torri di Wuhan, altri ancora per i quali i “germi” proprio non esistono (sarebbe un’idea satanista del Settecento!) – tutti assieme, piuttosto su di giri e armi bene in vista, scorrazzavano fra deserti e centri urbani cementati da una certezza: si trattava di un complotto per impedire la rielezione di Trump (com’è noto, assai infelice nella gestione della tragedia) e distruggere l’America.
Non si pensi però a una facile satira: fosse un romanzo, La tempesta è qui (slogan sentito da Mogelson a Capitol Hill) non sarebbe una mera fiction da intrattenimento. L’autore sa scrivere, sta dentro le sommosse, le marce antilockdown con la Bibbia in mano, le scazzottate, le esplosioni, le cariche verso gli obiettivi che i manifestanti ritenevano di dover colpire sì che, nonostante l’idiozia da flat character dei protagonisti, la varia umanità che incontra ci si rappresenta per quello che è – per una realtà che non solo esiste, ma è tuttora molto numerosa.
Drammatiche le pagine sulla violenza contro i neri, le manifestazioni contrapposte che seguirono allo scandaloso omicidio di George P. Floyd – casi terribili, a Minneapolis, di poliziotti che picchiavano o sparavano a neri inermi c’erano da anni. Trump in un’occasione definì feccia i manifestanti contrari alla violenza della polizia. Omicidi come quelli di Floyd erano sembrati negli anni il frutto di un’apatia sociopatica – lavorando sul campo e ascoltando le voci dei suprematisti e di alcuni poliziotti, Mogelson dice di essersi invece trovato davanti a manifestazioni di “odio puro”.
Quando assiste al saccheggio della Wells Fargo, banca che dai suoi esordi si è contrassegnata per uno smaccato spirito razzista, Mogelson si stupisce meno, vede allargare le proteste nere a un campo ulteriore rispetto a quello razziale e che investe lo stesso capitalismo predatorio americano (ricorda, l’ottimo reporter, che Hitler conferì la “Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila” a Henry Ford). L’agosto 2020 di Portland, fra Patriots e Proud Boys da una parte e neri di Black Lives Matter dall’altra è un vero teatro di guerra.
I mesi successivi, specie quelli a cavallo fra la sconfitta elettorale di Trump e l’assalto al Campidoglio, risultano orchestrati scientemente dalla follia dell’uomo – ormai adorato come il solo salvatore della patria americana da una galassia di movimenti ultrareazionari che si era sempre più gonfiata negli anni, specie dalla presidenza Obama, che gli ultraconservatori non avevano mai digerito. Col rischio di una sconfitta alle rielezioni la galassia si espande e insieme infittisce ulteriormente; e si fa ancora più concretamente minacciosa.
Il movimento Boogaloo sintetizza i furori antigovernativi riassunti in precedenza, aggiunge punte spigolose nel rapporto con le forze dell’ordine, si convince che una seconda guerra civile sia necessaria e architetta un vero e proprio spazio militare di controinformazione sparsa fra network disseminati liberamente senza un centro di riferimento (non meno efficace da sinistra la rete degli Antifa, in grado di anticipare spesso le mosse dei nemici).
Trump martella tutti i giorni, già prima di novembre, sui rischi di una eventuale sconfitta che sarebbe il frutto di un furto, il tentativo di impedire il voto per posta che lo sfavorisce, una chiamata alle armi più letterale che metaforica che scongiuri il rischio di fantomatici brogli. Quello che succederà a gennaio, anno nuovo, insediamento del Congresso e del nuovo presidente, per quanto sconvolgente agli occhi del mondo, risulta pertanto il climax di una sciagurata avventura molto poco improvvisata.
“Migliaia di persone – molte con bastoni, mazze, fruste e altre armi improvvisate – si erano messe in marcia verso il National Mall. Al Campidoglio avevano ferito 180 agenti, caricato sotto le nuvole di spray al peperoncino, sfondato porte e finestre e dato furiosamente la caccia ai politici, tutto con l’idea di impedire una transizione pacifica. Chi brandiva cappi, chi ringhiava epiteti razzisti, chi aggrediva i giornalisti, chi proponeva di linciare il vicepresidente. Dentro il Senato avevo visto i sostenitori di Trump saccheggiare scrivanie e portarsi via documenti riservati. Un uomo a torso nudo, con lancia e palco di corna, aveva chiamato Mike Pence «traditore del cazzo», per poi invitare i rivoltosi a una preghiera collettiva. Un agente, attaccato con lo spray urticante, aveva avuto un ictus. Di lì a poco era morto. Eppure, ventiquattr’ore dopo, gli indignati non erano i poliziotti, ma i trumpiani. Anche stavolta erano convinti di aver subito un torto. E fremevano di indignazione”.
Su tutti, campeggiava il tragicomico sciamano, “con un copricapo di pelo con le corna”. Il suo nome, Jacob Chansley, forse non lo ricorderete, il resto temo di sì. Leggete il resto, vale la pena.
Michele Lupo
Luke Mogelson
La tempesta è qui
Traduzione di Francesco Pacifico
Orville Press
2023, 448 pagine
22 €