Un godibile libro sui colori e sulle tante storie possibili che ne derivano. Lo ha scritto Lauretta Colonnelli, insegnante e giornalista, ed è uscito da poco con Marsilio col titolo La vita segreta dei colori (Storie di passione, arte, desiderio e altre sfumature).
Trascorrendo da una tinta all’altra, da un tessuto all’altro, lavorando di fino sulle variazioni, sulle tonalità, sulle atmosfere Colonnelli scopre idee, idiosincrasie, ossessioni e aneddoti significativi legati all’esperienza di pittori ma anche di scrittori, poeti, filosofi. Colori che dobbiamo ovviamente declinare per lo più in una percezione soggettiva, essa variando per ognuno di noi, e tali da provocare stimoli differenti nell’ambito di discipline eterogenee.
Intanto, è possibile affermare che la storia del colore è come ogni storia che si rispetti, una storia altra – del gusto, al minimo, oppure, con più ambizione, uno sguardo laterale alla storia della civiltà. Valga il caso del rosso e del connubio con il giallo – perché vi sono colori con un marchio più definito: come se vi si stampassero impulsi più violenti e muscolari da una parte, al limite del disonesto dall’altra, suggerisce l’autrice.

A partire dalla Città che sale di Umberto Boccioni, una grande tempesta rossa in forma di cavallo: mai come in questo caso la poetica futurista della forza, del vortice facinoroso della vita trova una così valida espressione. Non sa ancora, il pittore milanese, che la sua stessa foga porterà a tragico compimento il comandamento diffuso delle avanguardie di unire arte e vita, perché proprio a cavallo troverà la morte nella Grande Guerra. La giumenta che lo scalcia sembra soffrire del clima infuocato non solo dei cannoni ma della verve sopra le righe degli altri futuristi, Carrà, Balla che disprezzano le mezze tinte, pretendono gialli scoppianti, verdi che stridono; anche per i vestiti, grida Balla, occorrono “colori volitivi, imperiosi e tumultuosi” e bando alle sfumature.
Il rosso in particolare produce peculiari ossessioni, persino in climi lontanissimi dal fragore futurista: dopo le prime incertezze, Michelangelo Antonioni volle che nel suo Deserto rosso il colore fosse un protagonista del film al pari dei personaggi: si fece prendere la mano e chiese che venisse dipinta di rosso anche una fabbrica – per ripensarci più tardi, quando si scoprì che il rosso aveva emotivamente influenzato gli operai che avevano preso a litigare costantemente.
Intorno alle articolazioni del rosso insomma, da sempre venti di guerra, dal “mantello tinto di porpora degli spartani in battaglia alle camicie scarlatte dei garibaldini”. Di più, v’è una potenza del colore che si manifesta come desiderio frustrato e rivendicato duramente. Accadde alle matrone romane cui fu impedito nella Lex Oppia di epoca repubblicana di indossare vesti molto colorate. Tutt’altro che scoraggiate, le donne ebbero la meglio persino con il grave Catone.
Dopo un millennio e mezzo analoga pruderie fece traballare la lucidità mentale dei protestanti che impedivano alle donne l’esibizione di colori troppo vivaci, specie nelle tonalità rosse arancioni, viola – senza dimenticare che il rosso in russo significa “vivo e bello”, da qui la Piazza Rossa moscovita.
Poiché il colore è ovunque, esso apre a soluzioni di vita domestica inaspettate: Toulouse-Lautrec inventava cocktail non sulla base dei sapori ma dei colori: e non era un bevitore immaginario!
La flânerie di Colonnelli non può non soffermarsi sulle zone più a rischio di interdetto: è noto che il marrone non abbia goduto di grande fortuna; un rispettabile dilettante della pittura, Winston Churchill, non voleva saperne di trovarselo fra i piedi; non è invece imputabile alla volontà dell’autore, il fremebondo Van Gogh, la disfazione dei suoi gialli che il tempo e i musei trascolorano in marrone.
Assai singolare l’esperienza del meraviglioso Mark Rothko. Nel 1958 firmò un contratto con un lussuoso ristorante newyorkese. Doveva decorarne le grandi pareti da par suo. Ma il fatto che queste opere potessero essere godute solo da una clientela miliardaria lo infastidiva. Un giorno raccontò a un amico l’intenzione di rovinare l’appetito a “quei ricchi bastardi figli di puttana”. Dapprima cominciò a virare verso sgradevoli marroni scuri e rossi di sangue rappreso, poi decise di rompere il contratto e mollare il lavoro a metà.
C’è peraltro un marrone più inquietante – se non ostile – di varie sfumature provenienti da pigmenti scatologici, si veda il caso del povero Piero Manzoni: sangue, urina, feci. Ma restando al corporale ecco una sorpresa da quella che parrebbe l’operazione più intellettuale di tutte: Lucio Fontana, alla domanda di un critico sull’origine dei Tagli rispose che l’dea gli era “venuta dalla fica di V.” alludendo alla collezionista e artista in proprio Nanda Vigo, scomparsa di recente. Perché se il colore è dappertutto, il sesso si difende da par suo.
Non mancano storie più delicate, per carità: nella sensibilità simbolista, il fraseggio di tinte si ammorbidisce, trascolorando dalle nebbie londinesi che Oscar Wilde “imputa” alla pittura di Whistler; e le sinestesie di Rimbaud e Baudelaire, le cui visioni aprono morbidezze aurorali e stupori quasi psichedelici.
Non durerà molto, i fauves tornano più aggressivi e la storia appunta segnaposti dagli esiti imprevedibili: Malevič col suo Quadrato nero e il Bianco su bianco mira alla stessa essenza dell’arte facendo collassare con un gesto più radicale di altre avanguardie l’idea stessa di “rappresentazione” in favore di una “supremazia della sensibilità pura”. Gesto radicale, il suo, senza dubbio, non meno però di quello di Stalin che lo fece rinchiudere in prigione per “rieducarlo”. In ultimo il messaggio arriva forte e chiaro: il colore può essere questione di vita o di morte.
Michele Lupo
Lauretta Colonnelli
La vita segreta dei colori
Marsilio
Collana Cartabianca
2023, 272 pagine
18 €