Al solito, per leggere di calcio leggendo scrittori bisogna, per lo più, cercare in Sudamerica. E in questo senso quello di Eduardo Galeano è un nome di primo piano. Uno di quelli, peraltro, assai connotati politicamente, che al mondo intellettuale rimproveravano lo snobismo non tanto di non amare il calcio – ci mancherebbe – ma di non sopportare la gente. Perché questo a suo dire significava fare il sopracciò verso una passione popolare altrimenti non immaginabile.
Il titolo del libro appena uscito da Edizioni SUR e tradotto da Fabrizio Gabrielli, Chiuso per calcio, a cura di l’Ultimo Uomo, fa riferimento al cartello esposto dallo scrittore sulla porta di casa in occasione dei mondiali, e raccoglie una serie di scritti sparsi, solo alcuni, pochi, già presenti nel noto volume Splendori e miserie del calcio. Per Galeano il calcio era pane quotidiano – anche qui, a quelle latitudini, nessuna novità.

La raccolta si apre con il parto di Maradona, e di Maradona, Galeano (morto nel 2015) ricorda che pochi come lui hanno avuto il coraggio di opporsi frontalmente al potere che negli ultimi decenni ha privato il calcio di parte sostanziale del suo fascino. Maradona era “un dio sporco, peccatore, irresponsabile”, insomma fragile come ogni umano credibile e amato anche per questo, sebbene però lo stesso Galeano sia il primo a sapere che proprio con Maradona, “sottomesso alla tirannia del rendimento sovrumano, gonfio di cortisone e analgesici”, proprio con Diego, o con gli anni coevi alla sua gloria, inizi, non per sua volontà, anche la svolta che porterà alla mercificazione che oggi tutti deploriamo.
Si vedano i mondiali organizzati in Messico nel 1986 e quelli negli Stati Uniti del ’94, stravolti da partire giocate a mezzogiorno per le famigerate “esigenze televisive” che Maradona era il solo a stigmatizzare ad alta voce. Fa una certa impressione anzi leggere a proposito di questa mercificazione articoli e riflessioni degli anni Ottanta che sembrerebbero scritti oggi – eppure, chiunque abbia superato gli anta sa che le differenze non con l’epoca di Di Stefano o di Pelè (ovvie) ma anche con i primi anni Novanta, sono sensibili.
Tuttavia, nonostante gli affari sporchi di Blatter, gli interessi economici e politici, quelli delle multinazionali dello sfruttamento (le grandi marche di abbigliamento sportivo), la passione non ha impedito a Galeano – da ragazzino aspirante calciatore, come tutti, specie nel suo Uruguay – di seguire il calcio, per il gioco in sé, e per la specola da cui ci consente di guardare il mondo.
Nella tragicommedia del politicamente corretto, pare meno diffuso l’esercizio di individuare tratti nazionali dalle caratteristiche di una squadra, laddove – e valga come esempio magistrale – lo stesso Uruguay, quello del 1986, chiuso nel benessere di pochi farabutti e ostile a ogni apertura culturale, non andava oltre un certo tipo di calcio sparagnino (locuzione un po’ in disarmo nella pubblicistica sportiva ma incisiva). Calcio come “metafora di tutto il resto”, dunque. “Ho scritto di calcio perché è lo specchio del mondo”, dice in un’intervista.
I brevi testi che compongono il volume per lo più ritraggono sinteticamente figure note (Pelè, l’autodistruttivo Garrincha, Reneé Higuita e la sua assurda parata contro l’Inghilterra nel ’95) o sconosciute del pallone – spesso Galeano riesce a farlo borgesianamente fotografando un gesto esemplare, un portamento singolare racchiuso in poche frasi.
Il portiere brasiliano Moacir Barbosa, amatissimo, finì in disgrazia il 15 luglio 1950 quando l’Uruguay riuscì a violare la sua porta vincendo il mondiale. Anni dopo, sperando così di cancellare quella maledizione, Barbosa prese i tre legni e gli dette fuoco. I tifosi brasiliani faticarono ad accettare la sconfitta. Non capacitandosene, quella sera “se ne rimasero lì, allo stadio, fino a notte fonda, in veglia funebre”.
Tragico il caso di Omar Lorenzo Devanni, goleador colombiano del Santafé che durante una partita si vide regalare un calcio di rigore, inesistente. Nonostante l’urlo dello stadio pronto alla catarsi del gol, Devanni “scelse la sua rovina, prese la rincorsa e con tutte le forze tirò molto fuori, ben lontano dalla porta”.
L’idealismo ha gioco facile con l’autore di Le vene scoperte dell’America Latina – per questo trova spazio anche la storia della Dinamo Kiev, squadra di operai, che sotto l’occupazione nazista si rifiutò di perdere la partita con la squadra tedesca pur sapendo che l’avrebbero pagata con la vita. Degna di essere ricordata anche la Democracja Corinthiana di Socrates, squadra vincitrice di due campionati brasiliani.
A un idealista come Galeano non possono peraltro sfuggire clamorose contraddizioni. Picchi estremi a parte (per dirne una, nelle Olimpiadi del ’36 in Germania, pur perdendo, la squadra di casa passava il turno grazie a visionarie decisioni a tavolino per presunte invasioni di campo altrui), le grandi manifestazioni come la citata o i mondiali, allestiscono festival di inni nazionali, inni che per lo più “invitano a uccidere e morire”, che “insultano gli stranieri ed esortano a farne carne da macello” – chissà in quanti ci riflettono nell’eccitazione del pre-gara. Ma la contraddizione fra la consapevolezza degli orrori (e si pensi al recente Qatar) e la fibrillazione irrazionale per le danze di Ronaldo (il brasiliano, s’intende) e Zidane, quella contraddizione la conosciamo tutti.
Un glossario finale, stravagante il giusto, chiude il libro (San Gennaro? “Se si scioglie, è il miracolo. Se non si scioglie, sono guai per tutti”).
Michele Lupo
Eduardo Galeano
Chiuso per calcio
Traduzione di Fabrizio Gabrielli
A cura di l’Ultimo Uomo
Edizioni SUR
2023, 326 pagine
19 €