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Voi siete qui: Teatro & Cinema » “L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich

7 Marzo 2022

“L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich

Recensione del film “L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich (1971).

C’è un’analogia tra Mathieu Kassovitz (di cui ho parlato nella recensione del film “L’odio”) e Peter Bogdanovich. Entrambi hanno fatto il botto all’inizio della loro carriera e non hanno saputo poi ripetersi.

Bogdanovich, che ci ha lasciato il 6 gennaio di quest’anno, nasce a Kingston (nello stato di New York) nel 1939. È figlio di due immigrati scappati dall’Europa con l’avvento del nazismo: il padre, pittore e pianista serbo, la madre discendente di una ricca famiglia ebrea austriaca.

Fin da giovane Peter mostra un grande interesse per il teatro e il cinema. Influenzato dalla critica francese dei “Cahiers du Cinéma” e specialmente dagli articoli di François Truffaut [vedi: “La signora della porta accanto”], decide di cimentarsi anche lui nella critica dei film.

Cybill Shepherd in una scena del film "L'ultimo spettacolo" di Peter Bogdanovich

Nel 1964, ossessionato dall’idea di lavorare per la settima arte, si trasferisce a Hollywood ove inizia a collaborare con la “factory” di Roger Corman. Qui, dopo aver svolto diverse mansioni, nel 1968 – prodotto dalla stesso Corman – firma il suo primo lavoro come regista: “Targets” (Bersagli).

Negli anni successivi a “The Last Picture Show” (L’ultimo spettacolo), pur rimanendo fedele alla sua poetica e al suo stile, ottiene diversi buoni risultati, ma non riesce a bissare il successo del 1971. Ricordo, almeno: “Ma papà ti manda sola?” (1972), “Paper Moon – Luna di carta” (1973) e “Tutto può accadere a Broadway” (2014).

Ossessione per il cinema

Prima, però, di analizzare il film che ho scelto, è necessario aggiungere qualche altro particolare alla sua biografia. Quando dicevo che Bogdanovich era ossessionato dal cinema, non stavo esagerando: si racconta che fin dall’età di sette anni, si precipitasse nelle sale per assistere alle proiezioni e che per molto tempo abbia mantenuto la media di 400 film all’anno. Leggenda vuole che avesse scelto di fare il critico “per riuscire ad assistere agli spettacoli senza pagare”.

Grazie a questa assidua frequentazione, ha avuto modo di conoscere il grande cinema hollywoodiano e i grandi registi del periodo anteguerra. Il suo dogma è: il cinema classico è alle spalle e a noi rimane solo nostalgia o rimpianto per un’epoca che non c’è più.

Naturalmente non è proprio così: già il suo lavoro rappresenta qualcosa di nuovo nel panorama della settima arte e non a caso proprio con lui si inizia a parlare di “New Hollywood”. La chiave nostalgica rappresenta perciò uno dei punti di partenza per analizzare “L’ultimo spettacolo”.

Nella pellicola si racconta la storia/non storia di un piccolo paese (immaginario, ma neanche troppo: vedi nota) in cui non accade praticamente nulla nella vita dei suoi abitanti, vita che scorre in un monotono e ripetitivo tran tran.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Larry McMurtry e non è girato a colori, un po’ per richiamarsi al cinema classico, un po’ perché (su suggerimento del suo amico Orson Welles) il bianco e nero per sua natura amplifica la profondità di campo. È ovvio che l’atmosfera che se ne ricava ricorda molto da vicino il Western e i grandi spazi che lo incorniciavano. Anzi, a questo proposito, posso ricordare che pochi mesi prima de “L’ultimo spettacolo”, Bogdanovich aveva realizzato un documentario su una delle figure simbolo di quell’epopea, dal titolo “Diretto da John Ford”: e tanto basta.

Comunque, se da un lato questa pellicola rende omaggio alla nostalgia, dall’altro propone la visione critica di un periodo particolare. Il passaggio dei giovani di Anarene (il paese in cui è ambientata la vicenda) all’età adulta è perfettamente speculare a quello degli Stati Uniti. Siamo, nel film, nel 1951 e in piena “guerra fredda”: il vecchio ordinamento agricolo sta per lasciare il posto alla nascente società industriale, i paesi vengono abbandonati per correre in città, il consumismo prende sempre più piede e l’ormai “antico” cinematografo viene soppiantato dalla “moderna” televisione.

Interessante è notare come gli attori professionisti de “L’ultimo spettacolo” siano una decina in tutto, gli altri sono veri abitanti del luogo.

A proposito del cinematografo che citavo prima, resta impressa negli occhi dello spettatore l’ultima immagine del film, perfettamente identica a quella con cui si apriva la pellicola, non fosse che il cinema Royal, nell’ultima sequenza, si presenta definitivamente chiuso.

Note e osservazioni

L’autore del romanzo da cui è tratta la vicenda (Larry McMurtry) sembra che avesse molte difficoltà nel tornare al suo paese (Ancher City, in Texas), perché la comunità del piccolo centro si era sentita diffamata da quanto raccontato nel libro. Probabilmente, anche per questo motivo, Bogdanovich inventa per la sua cittadina il nome di Anarene.

Una veloce osservazione personale. Al di là dei significati che si possano attribuire a “L’ultimo spettacolo”, dopo la visione rimane un retrogusto amarognolo. È vero che si tratta di un piccolo paese sperduto del Texas, ma è altrettanto vero che di Anarene è pieno il mondo e che – come ho già scritto in un articolo di qualche tempo fa – io sono fuggito a gambe levate dalla mia Anarene, provando a rifarmi un’altra vita, altrove.

Gossip. Gustoso questa volta. Per l’attrice Cybill Shepherd (allora diciannovenne), una delle protagoniste del film, Bognanovich divorziò dalla moglie Polly Platt, dalla quale aveva avuto due figlie.

In seguito fu legato alla playmate Dorothy Stratten che però venne uccisa dall’ex marito geloso. Quattro anni dopo, il regista sposò Louise Beatrice Stratton, sorella di Dorothy, (all’epoca anch’essa diciannovenne), dalla quale si separò dopo quattro anni.

Nel 1990 Bogdanovich ha girato il seguito di questo film e sempre traendo il soggetto da un libro omonimo di Larry McMurtry: “Texasville”. Nonostante il cast fosse quasi interamente quello della prima pellicola, non c’è stato per questo lavoro né lo stesso successo di critica né di pubblico.

L S D
Nell’immagine Cybill Shepherd in una scena del film

L’ULTIMO SPETTACOLO

  • Regia: Peter Bogdanovich
  • Soggetto: dal romanzo di Larry McMurtry
  • Sceneggiatura: Peter Bogdanovich e Larry McMurtry
  • Fotografia: Robert Surtees
  • Interpreti: Timothy Bottoms, Jeff Bridges, Cybill Shepherd, Ben Johnson, Cloris Leachman, Ellen Burstyn, Eileen Brennan
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