Il paradosso della vicenda antisemita, segnatamente di quello che potremmo definire come “paradigma Auschwitz” con tutte le declinazioni pubblicistiche che conosciamo, sta nel fatto che il grosso dell’opinione pubblica, compresa quella che accetta di buon grado le note e ripetute rievocazioni memorialistiche, poco sappia davvero delle origini e della strutturazione nel tempo di un immaginario ostile la cui tragedia in chiave nazista è stata il tentativo di un epilogo particolarmente feroce ma non di certo nato dal nulla.
Uno dei motivi di quanto detto risiede probabilmente in una sorta di rimozione collettiva della cultura europea (e di riporto americana), specie, per paradosso comprensibilissimo, di quella parte che non rinuncia a reclamare un riconoscimento delle sue “radici cristiane” (qualcuno ricorderà che si pretendeva di darne conto formale in una mai ratificata Costituzione).
Qual è il punto? Il punto è che proprio dal lascito della cultura cristiana non si può sottrarre l’imperio di una forte pregiudiziale antisemita – meglio, antigiudaica, da mettere in carico ai Padri della Chiesa più che al sentimento popolare delle masse cattoliche (in una prima fase, poi col tempo le cose peggiorarono significativamente). Ce lo ricorda un classico degli studi sull’argomento, “Genesi dell’antisemitismo” di Jules Isaac (1877-1963), solo ora disponibile in italiano grazie all’editore Sellerio.

Il saggio affronta il tema nella seconda parte, dopo una prima che si sofferma sulle origini stricto sensu del problema. Nell’Egitto antico, per dire: a circolare non era uno spirito antisemita, come dire, dedicato, quanto il frutto velenoso di una più ampia e generica ostilità verso gli stranieri – un classico della storia umana – motivata dalla paura delle invasioni di popoli asiatici, “predoni attratti dalla ricchezze dell’oasi egiziana”.
Un ruolo importante, decisivo – Isaac, ebreo egli stesso, non fa fatica a riconoscerlo – ebbe notoriamente la pervicace, orgogliosa, irriducibile compattezza delle comunità ebraiche che nella Diaspora si rafforzava intorno al nucleo teologico monoteista, articolato in una serie di pratiche, convinzioni, rituali impermeabili a qualsivoglia influenza esterna. Isaac non ritiene attendibile l’idea (dal Libro di Ester) di un progetto di sterminio concepito da Serse, re di Persia, ma è indubbio che se la tendenza degli ebrei “a vivere a parte” fu il collante di un popolo ciò favorì anche le comuni avversioni altrui nei loro confronti.
In epoca ellenistica, è la città di Alessandria a diventare il centro nevralgico dello scontro. Mondo egiziano e greco convergono nell’adesione a un sentimento di intolleranza verso gli Ebrei che si alimenta di pregiudizi ostinati: cacciati perché lebbrosi, empi, misantropi nemici del genere umano, pigri, di scarso valore (i Greci erano ben forti di una loro storia culturale, artistica, filosofica che aveva permeato l’intero Mediterraneo ma non aveva scalfito di un millimetro le irremovibili credenze di un popolo che in compenso non aveva seminato opere paragonabili alle loro).
Presso i Romani, ai buoni uffici di Cesare e Augusto, fecero da contraltare l’asprezza del dito puntato da Cicerone, e, una volta tanto, le cattive fonti di Tacito, il quale utilizzò materiale di seconda mano – il cittadino comune seguì a ruota, lui sì, un po’ pigro nel pregiudizio, ma via via più sospettoso verso un popolo di indomabili sediziosi, inassimilabili al mondo dominante del tempo.
Ma la seconda parte del lavoro apre a qualcosa di più di un precipitato delle origini; scrive Luciano Canfora nella breve introduzione: “Un ruolo decisivo nel tenere in vita, alimentare e difendere questo genere di pregiudizî aggressivi fu svolto dal cristianesimo, la cui deriva antiebraica andò di pari passo con la crescita di potere – culminata nel IV secolo d.C.”.
E così torniamo allo spunto iniziale. Isaac, non senza spirito polemico, insiste su quella che ci siamo permessi di chiamare rimozione perché ci pare in linea con quanto egli afferma sulla fabbricazione di un “subconscio antisemita”, portato di un secolare “insegnamento del disprezzo” di sfacciata matrice teologica. Con l’accrescersi della potenza cristiana (segnatamente cattolica, ma basti pensare alla posizione di Lutero per capire come il protestantesimo non abbia fatto guadagnare al popolo ebraico maggiore serenità), aumenta di pari passo la forza di un pregiudizio che farà dire anche a un grande pensatore cristiano come Nikolaj Berdjaev che “l’antisemitismo a base religiosa è il più serio di tutti, il solo che meriti di essere studiato”. Perché si configurò, aggiunge Isaac, in un vero e proprio “sistema di umiliazione” ai danni del popolo deicida.
Chiesa e Sinagoga faticano a convivere nell’Europa medioevale, in certi periodi l’ostracismo e l’aggressività diventano sistematici, la persecuzione quasi endemica. Il quadro, agli occhi di Isaac, in realtà è mosso, ci sono momenti più tranquilli, Teodorico o Gregorio Magno indulgono a maggiore liberalità, come i primi re Carolingi, ma alla fine del primo millennio la storia dell’antisemitismo riprende e rafforza le tinte più nere, favorite dal delirio religioso delle Crociate e dalla trappola dell’usura “più o meno forzata”.
Sempre – è un punto da cui Isaac non deflette mai – sono le autorità religiose a fomentare il popolo, non il contrario (negli anni di metà secolo in cui fu scritto il libro, imperava una storiografia cattolica che asseriva l’opposto). Gli esempi nel volume non mancano – a partire dal truce Agobardo, vescovo metropolita di Lione, che in nome di una sedicente purezza del credo cattolico perse molto del suo tempo a sobillare sia l’élite che le masse coeve contro “i nemici di Dio (…), traditori, blasfemi, calunniatori” – il catalogo è lungo, com’è noto, e ahimè ancora sciorinato da milioni di idioti sparsi per il mondo.
Michele Lupo
Jules Isaac
Genesi dell’antisemitismo
Traduzione dal francese di Paolo Fai
Con una nota di Luciano Canfora
Sellerio
Collana La diagonale
2022, 340 pagine
22 €