Non è consigliabile (era facile previsione), ma può capitare di aspettare mezzo secolo prima di approdare all’isola di Torcello per visitare la celebre basilica di Santa Maria Assunta. Per chi scrive era una delle numerose tessere mancanti di quell’incredibile mosaico che chiamiamo Venezia (ma che meriterebbe un nome da inserire nella lista dei pluralia tantum).
Non che non avessi mai provato ad andarci, ma la volta che ci fui più vicino rischiai di arrivare a Trieste, convinto che seguendo la strada, superata l’uscita per Venezia, avrei trovato un’indicazione per Torcello… Ero giovane e ingenuo. Sono rimasto, ahimè, soltanto il secondo.

Alla fine di questo intenso – e per certi versi straordinario – anno 2021, ho colmato questa lacuna (stavo per scrivere laguna, ma mi sono fermato in tempo…). Ho visitato la basilica di Torcello e ne sono rimasto estasiato. Adesso capisco – e condivido – la necessità di Cees Nooteboom che, a proposito dell’isola, scrive in Venezia. Il leone, la città e l’acqua:
Devo andarci sempre quando sono a Venezia, è come attraversare un muro del suono al contrario: l’attualità viene risucchiata via, questa è una terra vuota e antica, ancora poco al di sopra dell’acqua, quasi non si riesce a credere che qui, nel 639, quando fu costruita la prima chiesa, ci vivessero ventimila persone, gli abitanti di Altinum che, scacciati dalla terraferma dagli invasori longobardi, dopo la fuga si stabilirono su questa terra bassa protetta dal mare, come in una fortezza”.
Il libro, tradotto da Fulvio Ferrari, è stato appena pubblicato da Iperborea. Ne ha scritto qualche giorno fa qui su ALIBI Online il nostro Michele Lupo, nella recensione intitolata: “Nooteboom, Ortalli e Isnenghi: tre libri su Venezia.
Avrò modo di riparlare di questo libro, così come di Torcello. Per ora accontentatevi di questa breve cartolina. E ascoltate il mio consiglio: non aspettate cinquant’anni per venire a Torcello.
Saul Stucchi