Recensione a “Il Caravaggio scomparso”, di Riccardo Ferrazzi (Golem Edizioni).
È possibile scrivere un romanzo giallo che avvinca saldamente il lettore fino all’ultima pagina, ma senza propinargli le solite, terrificanti (e trite) scene di sangue? Sì che lo è. Ce lo dimostra Riccardo Ferrazzi in “Il Caravaggio scomparso”, pubblicato dalle torinesi Edizioni Golem.

Ferrazzi è, come sappiamo, scrittore (e traduttore, dallo spagnolo e dall’inglese) di grande finezza linguistica: qualità compositiva che, in queste pagine “avventurose”, ci presenta tutto il proprio lato ludico. Leggendole, si ha infatti l’impressione che l’autore giochi di continuo, sapientemente, con le parole e le frasi, divertendo in primo luogo sé stesso (metto apposta l’accento, come usa fare Pietro Citati). Potrebbe parafrasare lo Yeats della celebre poesia sull’aviatore irlandese: “Non la legge, non il dovere mi hanno indotto a scrivere, né i ruoli pubblici, né l’applauso della folla…“. Tuttavia, questa scrittura, così poco “asservita”, risulta assai accattivante per il lettore accorto (callidus, direbbe Orazio).
Siamo a Busto Arsizio, nell’hinterland milanese – cittadina natale di Ferrazzi (che ne conosce pertanto, in ogni piega, i vizi privati e le pubbliche virtù). L’industriale Salvatore Navarra, immigrato gelese ben inseritosi tra la borghesia bustocca, non partecipa al Consiglio di Amministrazione dell’azienda, ed è irreperibile. Il figlio, “Mick” Navarra, telefona al vecchio compagno di liceo, il giornalista free lance (modo elegante per dire: “squattrinato”) Piero Colombo, chiedendogli di indagare sulla repentina e all’apparenza inspiegabile sparizione.
Il reporter raggiunge subito Lugano: tutti, a Busto, sanno che l’imprenditore beneficia di un’amante ticinese. Incontra la donna, senza cavare un ragno dal buco; ma, nel parcheggio, gli viene vandalizzata la macchina e, rientrando a casa, qualcuno lo aggredisce, colpendolo in testa. Poche ore dopo, il magazzino della Società Navarra si incendia, a seguito di un’esplosione di chiara origine dolosa. Ora è anche il figlio a risultare scomparso.
Passa qualche giorno. Colombo – che nel frattempo ha preso a frequentare la giovane e graziosa infermiera Apollonia, da cui era stato assistito al Pronto Soccorso – viene contattato, con cautelose modalità spionistiche, da Salvatore, riemerso per un attimo dal nascondiglio; questi gli affida, a sua volta, l’incarico di cercare “Mick”. Salta poi fuori l’antica notizia di un’opera del Caravaggio – una Natività – trafugata in Sicilia alla fine degli anni Sessanta, e la vicenda si complica ulteriormente. Ma, alla fine, tutto troverà, a sorpresa, una spiegazione risolutrice… Per ovvi motivi, mi guardo bene dal rivelarvela.
Vi voglio invece fornire qualche esempio dei giochi di prestidigitazione che Ferrazzi compie col materiale linguistico sul quale lavora.
Riprese con variante, a fini umoristici, delle stesse immagini e parole: “il colore del mio conto corrente oscillava tra il cremisi e lo scarlatto” (pag. 21); “il saldo del mio conto corrente non fa che oscillare fra il rosa shocking e il rosso vermiglio” (pag. 172) – ecco quel che Colombo sembra aver guadagnato dalla vicenda. Eppure…
Uso, un po’ gaddiano, di espressioni auliche: “guatandoci con reciproco fastidio” (pag. 75); “stavamo attraversando le stesse ambasce” (pag. 80); “il suo desiato consenso” (pag. 93); “il mecenate che aveva deciso di locupletarmi” (pag. 96); “la fede apre pertugi nella corazza della dura realtà” (pag. 150).
Presenza, nel narratore, di una componente (auto)ironica – per lo più bonaria – che emerge a ogni piè sospinto: “pensavo che avrei trascorso la giornata trascinandomi dal letto al divano, lanciando barriti come gli elefanti di Annibale nella neve dei passi alpini” (pag. 60); “con la signorile delicatezza che lo contraddistingue, mi invitò a sperimentare i piaceri dell’omosessualità” (pag. 63); “per chi non è Rocco Siffredi, il segreto con le donne è ispirare tenerezza” (pag. 79); “rimasi a contemplare il mio occipite deturpato” (pag. 96); “tra non essere un cacasotto e comportarsi come Sandokan sussiste un ampio ventaglio di sfumature” (pag. 121); “finii per credere che l’erede al trono di Navarra non era fuggito per salvare la pelle” (pag. 145).
Ma il pezzo forte del racconto sono le consapevoli tarsie citazionistiche (ascrivibili, anche in questo caso, all’io narrante Colombo, o dovute piuttosto alle intromissioni surrettizie dell’autore reale? Quién sabe… commenterebbe Tex Willer), che rimandano, sempre sotto la forma di un garbato divertissement, ad altre voci e altri spazi (Other voices, other rooms): “un panino imbottito con l’inverno del mio scontento” (pag. 51); “E caddi come corpo morto cade” (pag. 54); “il mio regno per un cachet” (pag. 58); “intorno al bubbone livido e pavonazzo” (pag. 61); “dileguare come da corda cocca” (pag. 76); “al canto del gallo, o dell’allodola, se mi passate la citazione” (pag. 123); “haccene più di millanta” (pag. 126)…
Se ho recensito questo libro, è perché mi è piaciuto molto leggerlo, e quindi mi sento di consigliarlo a chi vuole sperimentare le stesse gradevoli sensazioni. Coraggio (che, tra l’altro, rima con Caravaggio), provateci anche voi…
Marco Grassano
Riccardo Ferrazzi
Il Caravaggio scomparso
Golem Edizioni
Collana Le Vespe
2021, 176 pagine
13,90 €