Va pensata come un ricco menu di portate piuttosto che una grande abbuffata la V Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro che quest’anno ha per titolo e tema “Food”. Si è aperta lo scorso 14 ottobre e ci sarà tempo fino al 28 novembre per visitare le 11 mostre (tutte a ingresso gratuito) in cui si articola, allestite in 10 luoghi di Bologna, a cominciare dalla Fondazione MAST che la promuove e organizza.
Vi sono squadernati qualcosa come 600 scatti e altrettanti oggetti. Come se non bastasse, a corredo c’è un intenso programma di eventi collaterali con visite guidate, workshop, proiezioni e presentazioni (il 10 novembre, per esempio, Vito Mancuso terrà nell’Auditorium del MAST una Lectio Magistralis dal titolo “Non di solo pane vive l’uomo”). Tutto da gustare è poi il Photo Book / Ricettario con ricette pensate dallo chef e scrittore Tommaso Melilli.
Ando Gilardi
Sotto la direzione artistica di Francesco Zanot sono stati selezionati undici fotografi – tre italiani e otto stranieri – i cui lavori abbracciano non soltanto cento anni di storia del cibo ma anche della fotografia. A questo proposito è importante in particolare la mostra di Ando Gilardi (al MAST), il quale è stato anche teorico della fotografia e storico (nel 1976 uscì da Feltrinelli il suo “Storia sociale della fotografia”), oltre che fotografo.

La sua fototeca è un archivio di 500 mila immagini, non soltanto fotografie. In mostra sono esposte, infatti, decine di “veline” per incartare arance e limoni e di figurine di varie serie che accompagnavano i prodotti della Liebig. Una della serie “Il pericolo è il mio mestiere” è dedicata a Robert Capa e porta come sottotitolo “La sua arma era l’obiettivo”. Vi è raffigurata anche la celebre immagine del miliziano colpito a morte.
Nelle foto di Gilardi selezionate per la mostra si notano mani sporche per il duro lavoro nei campi, ma volti sorridenti, come quelli delle raccoglitrici di zucche immortalate per il fotoservizio “Quando il gallo canta a Qualiano” (11 luglio 1954) o della fotoinchiesta “Uva amara” (di qualche mese dopo). Il buon osservatore individuerà anche il fotografo stesso, ritratto a un pranzo in terrazza insieme alla moglie Luciana e ad alcuni colleghi del rotocalco “Lavoro” (organo della CGIL) e del sindacato.
Di mostra in mostra il tema “Food” appare più o meno evidente. Negli scatti del giapponese Takashi Homma sono i fast food della catena più celebre al mondo – e i loro clienti – i protagonisti. Lorenzo Vitturi, invece, ha dedicato la sua attenzione a Balogun, un immenso mercato di strada a Lagos (Nigeria), e agli alimenti che poi sono diventati parti di sculture e nature morte realizzate nel suo studio.
Cornici spettacolari
Le mostre sono anche un’ottima occasione per scoprire le sedi espositive, soprattutto per i non Bolognesi. In alcuni casi – per utilizzare una metafora in tema – lo splendore della cornice rischia di lasciare in ombra la fotografia, ovvero la sede espositiva è talmente bella da attirare su di sé gli sguardi dei visitatori, sviandoli dalle opere. Consci del pericolo, gli organizzatori hanno puntato a trasformare in forza un potenziale punto debole.

Così è il dialogo proposto tra le fotografie della mattanza di Favignana realizzate da Herbert List e gli affreschi del Salone di Palazzo Fava con le Storie di Giasone e Medea, dipinte dai Carracci (1584). La struttura dei pannelli che ospita l’intera serie di 41 immagini su Favignana (in stampa vintage, ovvero d’epoca) è volutamente inclinata per invitare lo spettatore a muovere lo sguardo dal basso verso l’alto e viceversa. Non una barriera, ma un ponte. Le splendide fotografie, opera di uno dei più importanti autori del Novecento, sono a metà strada tra documentazione storica e reportage, tra resoconto e racconto. List ha voluto esasperare le parti scure, quelle “macchiate” dal sangue dei tonni.
Anche tra le foto di Bernard Plossu e gli affreschi delle Storie di Enea (sempre dei Carracci a Palazzo Fava) si possono istituire interessanti connessioni. Per esempio tra la scena del banchetto dei Troiani approdati esausti sul suolo africano, accompagnata come didascalia dal verso “Implentur veteris Bacchi, pinguisque ferinae” (“Si saziano di vecchio Bacco e di grassa selvaggina”, traduzione di Luca Canali, Eneide I, 215) e le foto dei ristoranti e dei mercatini di mezzo mondo, Italia compresa, naturalmente.
Uomini e animali
Un dialogo aperto è quello istituito tra le foto di Jan Groover e le opere di Giorgio Morandi, uno degli artisti a cui si è ispirata per i suoi lavori. Del pittore bolognese nella sala del MAMbo dove è allestita la mostra della fotografa statunitense (1943-2012) è esposto l’olio su tela “Natura morta” (V. 1055) del 1958. Ma c’è anche un tavolo di composizione con oggetti provenienti dallo studio del pittore in via Fondazza 36 a Bologna. Il libro d’artista “Greeks” esposto in una teca rivela la fascinazione della fotografa per la cultura (e la scultura) classica.

Altre mostre invece invitano i visitatori a interrogarsi su quanto – e come – arriva sulle nostre tavole. In particolare gli scatti dell’olandese Henk Wildschut sugli allevamenti intensivi e sulle coltivazioni in serra.
Quesiti etici di altro genere sono quelli che ispirano e vengono sollecitati dai lavori della fotografa palestinese Vivien Sansour e dell’artista visuale belga Mishka Henner. La prima ha realizzato un progetto per promuovere la salvaguardia di antiche varietà di semi della sua terra: “Palestine Heirloom Seed Library”. Il secondo riflette sulla pervasiva e ossessiva presenza di telecamere: nello spazio, attorno e addirittura dentro di noi (per motivi medici).
Il progetto Fisheye di Maurizio Montagna, esposto nelle sale della Collezione di Zoologia del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Bologna, “indaga il territorio della Valsesia, selezionata come campione per lo studio della trasformazione di un paesaggio fluviale attraverso la sua relazione con la pesca, che qui si è sviluppata nel corso dei secoli a partire da una tradizione tra le più antiche al mondo”, per citare dalla brochure della mostra (ciascuna è accompagnata da un agile e ben fatto opuscolo informativo).
Questa è forse la mostra in cui più tenue sembra il filo del “Food”. Tuttavia strappa un sorriso il cartello che avvisa che “All’interno delle sale del Museo è vietato consumare cibi e bevande”.
Saul Stucchi
Didascalie:
- Ando Gilardi
Giovani donne portano zucche sulla testa.
“Le zucche, d’estate sono mangime, d’inverno cibo”. Quando il gallo canta a Qualiano, ampia fotoinchiesta di Gilardi sulla sindacalizzazione dei braccianti agricoli, in questo paese particolarmente sentita.
Qualiano (Napoli), ottobre 1954
© Fototeca Gilardi - Herbert List
Si taglia la grande testa del tonno
Favignana, Italia. 1951
Collezione MAST. Courtesy of The Herbert List Estate / Magnum Photos - Henk Wildschut
Torsius Eggs
Putten, March 2012
© Henk Wildschut
FOOD
V Biennale di Fotografia
dell’Industria e del Lavoro
Informazioni sulla mostra
Dove
BolognaVarie sedi
Quando
Dal 14 ottobre al 28 novembre 2021Orari e prezzi
Orari: da martedì a domenica 10.00 – 19.00Biglietti: ingresso libero