Immaginare i mondi sensoriali di polpi, coralli molli, spugne di vetro e non, “lontani cugini, remoti consanguinei”, una fantasmagoria oceanica di viventi che nelle pagine di Peter Godfrey-Smith, interessantissimo esempio di biologo-filosofo, s’illuminano di bagliori misteriosi e ipotesi seduttive – questo è ciò che accade leggendo “Metazoa”, sorta di libro delle meraviglie del mondo acquatico che prosegue l’indagine dell’autore di “Altre menti” (entrambe le pubblicazioni nella collana “Animalia” di Adelphi).

L’intrapresa non è un lavoro puramente etologico sul comportamento animale, ma, com’è precipuo della collana, insiste nell’individuare nessi eventuali, rapporti e fratture stratificati fra mente e materia, emozioni e coscienza.
Che ne è di questi concetti nel mondo degli organismi pluricellulari (i Metazoa, appunto) dei fondali marini secondo Peter Godfrey-Smith? Lo studioso, un materialista che però vede nell’energia e nelle forme che assume un processo vivo che sottrae la materia stessa alla sua visione inerte, ritiene che se nei coralli e negli anemoni si possono individuare le prime tracce di qualcosa che potremmo chiamare mente, la sua assenza – la mancata strutturazione che si è poi realizzata nei vertebrati terrestri – non ha impedito a creature primordiali di “sentire”.
“I sistemi viventi sono intrinsecamente sensibili ai mutamenti” scrive Godfrey-Smith, che lo spazio di un’interrogazione continua sulla soggettività dei suoi “improbabili animali” lo trova nei mari australiani.
L’esplorazione diretta (non priva talvolta di poetico stupore) gli consente di far congetture e insieme mettere nero su bianco le riserve scientifiche che le accompagnano. Godfrey-Smith ipotizza che senza un cervello ma con un sistema nervoso diffuso, una vita sensoriale limitata, persino nei coralli possa essersi data una qualche esperienza di sé, ramificatasi nel processo evolutivo dai crostacei fino a noi (processo non lineare, occorre sempre ricordare; con cefalopodi e pesci i mammiferi hanno avuto antenati comuni che poi hanno dato vita a ramificazioni diverse).
Scienza poetica
Pone domande Godfrey-Smith più che dare risposte, prova a “capire perché noi proviamo qualcosa a essere il tipo di creature materiali che siamo”. Esperienza non limitata agli umani, evidentemente. Se la mente ha una base esclusivamente fisica, si domanda il biologo, perché una particolare configurazione dà origine a un certo tipo di esperienza? Questo monismo (così lo definisce) concepisce un mondo fatto di “energie, campi e influenze nascoste” riassunte in “un’unità di fondo”: la mira è “chiudere lo iato esplicativo fra il mentale e il fisico”.
Ecco che il mondo acquatico, origine di tutte le storie, nostra compresa, diventa il campo privilegiato in cui indagare i processi che possano “generare l’esperienza sentita”. Perché lì è possibile verificare al meglio l’idea che la mente non sia il risultato di processi fisici nel cervello, ma che “tali configurazioni evolutive siano le menti”.
Gli oceani meglio si prestano a leggere le fasi di transizione di questa evoluzione, specie ai suoi esordi – se il termine è lecito. Qui lo snorkeling, che si tratti di indugiare in un “giardino di spugne” (l'”indizio vivente più importante sui primissimi animali”) o accanto alle tane perlustrate dai polpi, fra le cubomeduse e i gamberi pugili, ci appare un movimento spettacolare che rafforza la persuasione che la scienza oggi possa essere poetica (così come tendiamo a dimenticare quanto la poesia possa essere speculativa).
Il gambero pugile per esempio, gruppo degli artropodi (protetti da parti dure come armature per articolare i movimenti), è il primo a distinguere gli oggetti con gli occhi: è un frutto maturo del Cambriano, il principale momento di rottura della storia geologica, quando probabilmente aumentò la disponibilità di ossigeno che favorì condizioni ambientali migliori. Tutto un nuovo agitare di chele, arti, zampe e appendici.
Lì si fa spazio l’ipotesi eccentrica di una coscienza per gradi – come nel recente volume della stessa collana, “Pensieri della mosca con la testa storta” di Giorgio Vallortigara, è l’azione a recitare un ruolo decisivo: nel suo interagire con l’ambiente circostante, l’animale percepisce una qualche definitezza di sé stesso differenziandosi dal fuori.
Godfrey-Smith non manca di tornare sugli amati polpi, molluschi sui quali ormai una letteratura sempre più appassionata riflette da anni: intelligenza straordinaria (che smentisce il pregiudizio sugli invertebrati ottusi), sistema neurale diffuso, possibilità (tipica dei cefalopodi) di muoversi liberamente senza sostegno di alcuna corazza.
Se il lettore diffidente volesse capire di cosa parliamo, prima di affrontare le pagine di Godfrey-Smith si guardi il bel documentario “Il mio amico in fondo al mare” di Pippa Ehrlich e James Reed, con Craig Foster che nei fondali del Sudafrica ha vissuto per molti mesi a contatto con un polpo. Storia struggente, aggiungiamo – e rischiosa (come il libro di cui parliamo: perché ci accorgeremmo che il concetto di coscienza è un grattacapo che rimette in discussione tutto quello che abbiamo creduto di sapere fino a ora, noi sciagurati attori dell’Antropocene, sperabilmente, avrebbe detto il compianto Franco Battiato, “oramai alla fine”).
Michele Lupo
Peter Godfrey-Smith
Metazoa
Traduzione di Isabella C. Blum
Adelphi
Collana Animalia, 7
2021, pp. 411, 15 ill. a colori
25 €
In copertina:
Pesce combattente siamese (Betta splendens)
Foto di Tim Flach.
© Tim Flach Photography LTD