“Sarà sempre un errore non leggere e rileggere e discutere Marx” scriveva Derrida. Come sappiamo invece l’acqua sporca degli orrori staliniani e la fine del comunismo – non delle ideologie, trucchetto retorico di quella trionfante – si son portate via anche il proposito di conoscerlo davvero, il pensiero di Marx.
Per individuarne le matrici e collocarlo in una prospettiva storica comprensiva delle idee portanti della modernità si è abbastanza concordi nel ritenere che il “Karl Marx” di Isaiah Berlin (prima edizione 1939) continui a essere un ottimo approccio allo scopo. È una biografia intellettuale, ora ripubblicata dopo diverse edizioni italiane da Adelphi, curata come sempre da Henry Hardy.

All’epoca Berlin, uno dei più importanti pensatori liberali del secolo, aveva trent’anni, era il suo primo libro: si presentava come un lavoro già perfettamente compiuto. Com’è ovvio l’ebreo di Riga poi naturalizzato inglese, non poteva essere più lontano dal fondatore del comunismo, ebreo tedesco di Treviri a disagio con le sue origini, ma colpisce subito come al felice distacco dello studioso, e al rigore del riassunto, si accompagni il rispetto per la potenza (e l’enfasi, certo) intellettuale fuori del comune di Marx.
Il primo non poteva condividere la visione totalizzante di un filosofo militante, il cui sguardo lucidissimo sulla spietatezza del capitalismo non si sarebbe mostrato altrettanto limpido nel diagnosticare le crepe immedicabili di quel legno storto che chiamiamo umanità (espressione dello stesso Berlin).
La formazione
Il pensiero di Marx è descritto assieme alle vicende biografiche decisive; alle prese con lo studio del diritto prima (il padre era avvocato), della filosofia poi – ovvia la lettura degli Illuministi – il giovane Marx cercava di capire il mondo anche attraverso la letteratura, ma palesò presto una sprezzante allergia verso ogni tipo di sentimentalismo.
Guardava alla storia recente (studiò seriamente la Rivoluzione Francese) mentre si compiva l’inevitabile filiazione all’universo hegeliano allora dominante. Fu poi la volta dei grandi classici del pensiero economico. Tutto ciò a segnare le tappe, fra Berlino e Parigi, di una militanza che si esprimeva nelle forme di un giornalismo d’assalto, imperioso e acutissimo nell’osservazione degli sviluppi economici e politici dell’Ottocento di mezzo.
Peraltro, la Monarchia di Luglio esercitava un potere meno censorio di quello berlinese, consentiva cioè quell’asprezza di toni che segnarono la pubblicistica ideologico-culturale del tempo e si rivelò un’ottima palestra per l’avvicinamento progressivo di Marx alla stesura del “Manifesto”, vero sbocco iniziale della sua militanza.
In queste pagine è chiaro come il lavoro di Berlin sia quello di un saggista vero e maturo: poco spazio all’inutile aneddotica biografica e molto invece alle vicende culturali dell’Europa coeva, tanto che il libro potrebbe leggersi per lunghi tratti come una storia delle idee.
Berlin non lascia fuori nulla, dopo aver passato in rassegna il contrasto fra il pensiero hegeliano e quello degli illuministi francesi, segue l’apprendistato teorico del giovane Marx che riceveva la lezione-chiave del pur mediocre Feuerbach (così lo definisce Berlin) e quella di Henri de Saint-Simon: l’idea che il fattore determinante della storia sia nello sviluppo delle relazioni economiche.
La rottura
Più avanti, la British Library londinese sarebbe diventata il luogo di studio principale per la successiva sistematizzazione del “Capitale” (l’uomo era braccato dalle polizie dell’Europa conservatrice e reazionaria) e per condurre tutta la sua lotta (speculativa e militante) in un orizzonte materialista. Fin troppo determinato, questo è il punto – di rottura, anche – fra il filosofo comunista e il suo biografo, che, pur nell’apprezzamento della ferrea disciplina di Marx, non può fare a meno di prendere le distanze dall’illusione di dare una patente di scientificità alla sua ideologia (errore inverso e speculare a quello dell’economia politica spacciata per ontologia?).
Se Berlin ne apprezza la forza coriacea della lotta, contraltare plausibile a un “temperamento dittatoriale” (dal fascino personale non irresistibile, diversamente da altri che popolavano l’universo dei ribelli o dei rivoluzionari romantici, compreso Bakunin, “meraviglioso oratore di piazza” che incrociò Marx per un periodo brevissimo: troppo diversi in tutto), non può accettare il principio che i proletari possano diventare uomini liberi sopprimendo i loro avversari.
Scriveva qualche anno fa Daniel Bensaïd (“Marx – Istruzioni per l’uso”) che “l’attualità di Marx è quella del capitale stesso (…) la sua critica alla privatizzazione del mondo, del feticismo della merce nel suo stadio spettacolare, della sua fuga mortifera nell’accelerazione della corsa al profitto”). Berlin non sarebbe potuto essere del tutto d’accordo, ma seppe riassumere come pochi l’architettura teorica e la severità dell’impegno di un uomo che aveva cambiato la storia del mondo.
Michele Lupo
Isaiah Berlin
Karl Marx
A cura di Henry Hardy
Traduzione di Paolo Battino Vittorelli
Adelphi
Collana Saggi. Nuova serie, 83
2021, 309 pagine
28 €