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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “La fabbrica” di Hiroko Oyamada

12 Agosto 2021

Recensione di “La fabbrica” di Hiroko Oyamada

Non è possibile attribuire un genere specifico al romanzo “La fabbrica” di Hiroko Oyamada, pubblicato da Neri Pozza nella collana Bloom con la traduzione di Gianluca Coci. “Favola surreale” è forse quello che ci si avvicina di più.

Nella presentazione si fa riferimento a Kafka, e in effetti ha molto delle sue atmosfere inquietanti e incomprensibili. Sono meno d’accordo con il riferimento allo humour (che a essere sincera non ho mai notato nemmeno in Kafka): il romanzo è angosciante, allucinato e a tratti malinconico. La stranezza al limite del ridicolo di alcune situazioni e personaggi può far sorridere, ma è un sorriso di incredulità più che di divertimento.

Hiroko Oyamada, La fabbrica, Neri Pozza

La storia, come si evince dal titolo, ruota tutta intorno a una fabbrica d’invenzione, che tuttavia andando avanti perde sempre più i connotati di luogo di lavoro concreto per assumere quelli di metafora. Di cosa precisamente è una metafora? Questa è la domanda, e non pare esserci una risposta univoca né facile. Leggendo i pareri di altri ho trovato accenni alla disumanizzazione del lavoro odierno o del capitalismo, ma io ho avuto l’impressione che la metafora sia molto più ampia.

Il mondo della fabbrica

La fabbrica viene definita da subito come “un mondo a sé”. Non è un semplice luogo di produzione, ma un intero mondo. È estranea alla geografia del territorio (ne ha una tutta sua, composta di fiumi, foreste, sbocchi sull’oceano, ecc.) e anche chi ci lavora sembra slegato dal mondo esterno, tanto che alla fine l’intero loro tempo sembra ruotare intorno alla fabbrica.

Dentro i suoi smisurati confini trovano posto uffici, capannoni di produzione, decine di ristoranti e locali vari, musei, diverse linee di autobus, zone residenziali, scuole, foreste. Ha anche una fauna locale tipica, strana e inquietante quanto tutto il resto: le nutrie giganti, i misteriosi cormorani (uccelli completamente neri che vivono esclusivamente lì, alla foce del fiume) e le lucertole delle lavatrici, che si nutrono tra le altre cose di rimasugli di tessuti e detersivi.

Il grigio è il colore dominante, sia negli edifici che nelle divise degli operai. “La fabbrica era grigia” è l’incipit del libro, e questo dettaglio cromatico verrà sottolineato più volte andando avanti. Eppure non sembra il tipico luogo di lavoro monotono e triste: qui e là spuntano aiuole fiorite, alberi, tetti verdi, ponti monumentali. Le persone che la frequentano sono sia operai in tuta da lavoro che impiegati e dirigenti, in completo o tailleur; girano su macchine o su autobus, ma non sembra esserci una differenza sostanziale tra le varie categorie, tranne il cordino di colore diverso al collo e lo stipendio.

È un luogo tutt’altro che scontato, pieno di contraddizioni, dove lo spazio si amplia o si restringe senza una logica apparente: anche chi ha una mappa e ne conosce ogni angolo da un momento all’altro può notare edifici che prima non c’erano. Il tempo scorre in modo sempre diverso. Una delle caratteristiche principali di chi ci lavora è infatti la difficoltà a dare loro un’età: chi ha vent’anni ne può dimostrare cinquanta e una nonna a stento venti, ma un momento dopo, osservando meglio, l’impressione cambia. I dirigenti invece sembrano tutti di mezza età, un po’ come se il tempo per loro si fosse cristallizzato.

Punti di vista

Questo effetto di confusione e straniamento è accentuato anche dalla forma del testo: ci sono tre punti di vista in prima persona, ma il loro alternarsi non è segnalato (se non da uno stacco di pagina) e neppure la successione cronologica degli eventi è sempre rispettata. Specie all’inizio, ci vuole un po’ a capire quando cambia il protagonista e il fatto che le regole non sono sempre le stesse.

I tre punti di vista appartengono ad altrettanti giovani laureati che si trovano, per caso o per necessità, a lavorare alla fabbrica.

Yoshiko Ushiyama ha finito l’università solo da qualche anno, ma ha qualche difficoltà nei rapporti con gli altri e ha cambiato già cinque lavori. Nonostante il posto per cui si era candidata fosse un altro, alla fine accetta un contratto a termine nella sezione “Servizi di stampa”. In pratica, il suo lavoro consiste nell’inserire documenti da distruggere nelle apposite macchine, sette ore e trenta al giorno, da lunedì a venerdì.

Di primo acchito questa mansione così al di sotto dei suoi studi non la entusiasma, ma è meglio di niente, e poi Yoshiko ha sempre ammirato la fabbrica, i suoi prodotti e i souvenir che ha ricevuto durante una gita da bambina. In un certo senso è come tornare a casa: tutti bene o male hanno qualcuno in famiglia occupato alla fabbrica, e i genitori sono orgogliosi di vedere i figli entrarci, perché laureati di tutto il Giappone sognano un posto fisso lì.

Il lavoro però si rivela non solo monotono ma apparentemente inutile. Ogni giorno arrivano scatole piene di documenti da distruggere. Che cosa sono di preciso? E servono davvero tutte quelle persone per un lavoro che in realtà fa una macchina?

“Tutto mi sembrava così… disconnesso. Io e il mio lavoro, io e la fabbrica, io e la società… Era come se ci fosse sempre qualcosa nel mezzo, uno scudo invisibile spesso non più di un foglio, che impediva il contatto diretto.”

A insaputa di Yoshiko, anche suo fratello, appena licenziato, ha trovato un lavoro a termine, in un altro settore. Nonostante le sue competenze informatiche, si ritrova a fare il correttore di bozze nel “Reparto dati e documenti”. Ma questo è il meno: di quelle bozze sembra non importare a nessuno. Spesso dopo averle corrette vengono riviste di nuovo da qualcun altro e tornano indietro; molte volte sono addirittura testi privi di significato. Il giovane fa sempre più fatica a concentrarsi su quel lavoro noioso, tanto da addormentarsi spesso, cosa per lui inusuale.

“Vedevo come un agglomerato di linee senza senso, punti, simboli e forme che si inseguivano in lunghi e continui ghirigori. Le parole sono entità molto instabili e inattendibili, pensai”.

Dai muschi ai tetti

Yoshio Furufue, briologo esperto di muschi, è stato assunto quasi contro la sua volontà. Felice di fare ricerca in una modesta università di provincia, un bel giorno viene convinto dal suo responsabile ad accettare quel posto: la fabbrica ha richiesto loro un briologo, e la direzione dell’università ha scelto lui. Rifiutare senza offendere nessuno è impossibile, sebbene il lavoro prospettato (occuparsi dell’appena creato “ufficio sviluppo tetti verdi”) sia quantomeno nebuloso.

Furufue ricerca e cataloga muschi, una volta l’anno tiene lezioni per i figli degli impiegati, ma capisce subito che sarà impossibile portare a termine il lavoro assegnatogli. Lui non sa niente della creazione di tetti, non sa neppure da dove cominciare. Nonostante ciò, complici il comodo alloggio e l’ottimo stipendio, gli ci vorranno quindici anni e l’incontro fortuito con Yoshiko perché si riscuota dallo strano torpore in cui è caduto e si renda conto che in tutto quel tempo non ha realizzato niente di niente.

“Ma se il progetto di inverdimento dei tetti poteva essere messo da parte, perché mi avevano assunto? Qual era il mio compito specifico? Che cosa ci facevo alla fabbrica?”

Il sistema della fabbrica risulta totalmente assurdo. Non c’è una logica di profitto (cosa che mi fa esitare a definirla una metafora del sistema lavorativo attuale). Di logica qui non ce n’è alcuna. Delle persone vengono pagate, a volte anche bene, per fare lavori inutili, ma viste le difficoltà nell’inserirsi nel mondo del lavoro (e in Giappone trovare presto un buon impiego è un punto d’onore oltre che un mezzo di sostentamento) la maggioranza impara a convivere con il sistema. Sì, sono strani, non si capisce che età abbiano, a volte sembrano malati o si muovono come ubriachi, ma riescono a dare un’impressione generale di normalità.

Yoshiko e Furufue invece hanno qualcosa in comune: hanno entrambi un carattere molto riservato e riflessivo. Eppure il sistema sembra fare di tutto per assorbirli. L’enorme fabbrica è come una sirena mostruosa che poco a poco chiama tutti a sé.

Il finale

Moltissime cose nel finale non vengono spiegate, quindi forse l’intento dell’autrice è che ognuno si faccia la propria idea. La mia è che, almeno per quanto riguarda Yoshiko e Furufue, la loro permanenza alla fabbrica continui finché non confrontano le loro esperienze e cominciano a farsi sul serio delle domande: cos’è la fabbrica? Quanto è grande? Cosa produce di preciso? Perché spende tanto denaro per pagare lavori pressoché inutili? Che cosa ci faccio qui?

Diverso il caso del fratello di Yoshiko, di cui non sappiamo neppure il nome: lui, lavoratore serio ma persona normale e spesso un po’ superficiale, sembra vittima di una sorta di incantesimo che possiamo immaginare lo terrà legato a quel lavoro forse per sempre.

Capire il romanzo non è facile. In un testo piuttosto breve l’autrice inserisce molti elementi e simboli incomprensibili che non verranno mai spiegati. Altrettanto vago rimane il suo collegamento con il mondo reale. Operai e impiegati spesso vivono fuori, e hanno delle famiglie, ma una volta inglobati dalla fabbrica sembra che il mondo esterno scompaia.

La sensazione è che ci sia sempre un significato appena sotto la superficie, che sfugge appena si cerca di afferrarlo. È possibile, se non probabile, che anche questo fosse voluto, e quindi il senso della storia sia che non c’è alcun vero senso.

Tutti questi elementi mi portano a pensare che non sia solo una metafora dello straniamento e spersonalizzazione del lavoro, ma della vita in generale, dove va avanti solo chi segue la corrente e non si fa troppe domande. Ma andare avanti non è tanto meglio che restare indietro, quindi alla fine non sembra esserci una differenza sostanziale.

Il romanzo è fatto apposta per indurre a riflettere. Ogni elemento e ogni pagina suscitano domande. Il fatto che la maggior parte restino senza risposta è forse già una risposta.

Essendo piuttosto breve, qualche pagina in più di spiegazione nel finale non avrebbe guastato. Non si può però negare l’originalità e capacità espressiva dell’autrice, che riesce a creare e mantenere viva un’atmosfera permeata di confusione e inquietudine crescente (questa sì degna di Kafka).

Insomma “La fabbrica” di Hiroko Oyamada è un romanzo sperimentale, filosofico, surreale, intriso di cultura e mentalità giapponese. Forse non per tutti, ma di sicuro interesse per chi ama le letture complesse, impegnate e originali, anche molto diverse dal solito.

Laura Baldo

Hiroko Oyamada
La fabbrica
Traduzione di Gianluca Coci
Neri Pozza
Collana Bloom
2021, 208 pagine
Prezzo 18 €

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