Recensione de “Il Podestà ed Esterina”, il nuovo romanzo di Marzia Taruffi (De Ferrari).
La Grande Storia nasconde, tra le sue pieghe, un’infinità di piccole storie individuali, necessarie agli episodi maggiori ma destinate quasi sempre a sciogliersi nell’oblio. Più di un quarto di secolo fa, a Lisbona, mi trovai a discutere con alcuni amici autoctoni sul fatto che tutti sapessero chi era il Marchese di Pombal, promotore della ricostruzione della città dopo il terremoto del 1755, mentre degli artigiani (muratori, falegnami, fabbri…) che avevano materialmente edificato i nuovi palazzi si era persa ogni memoria. E pensare che senza la loro attività non si sarebbe fatto nulla…

Ecco, le pagine di Marzia Taruffi ci restituiscono proprio una di queste vicende minori. Una vicenda così degna di empatia, così accattivante da far sfumare sullo sfondo, agli occhi del lettore, l’epoca storica su cui si proietta.
Anzi, le epoche storiche: il racconto è infatti costituito da continui “back and forth switches” (“passaggi avanti e indietro”, espressione utilizzata da Vladimir Nabokov nelle prefazione al proprio romanzo “Gloria”, per descriverne il meccanismo narrativo) tra la gioventù tardo-ottocentesca del futuro Podestà Pietro Agosti, la sua maturità (e fine) e l’oggigiorno, quando la sua vicenda personale e sentimentale viene riportata alla luce.
Pietro Agosti è, inizialmente (1896), un giovane ingegnere civile col gusto spiccato per la progettazione di immobili fini ed eleganti. In quest’ambito professionale, riceve una committenza dalla danarosa famiglia Crespi (Pietro Crespi si chiama uno dei personaggi di “Cent’anni di solitudine” – celeberrimo romanzo di Gabriel García Márquez strutturato anch’esso in una serie di andirivieni del tempo narrativo: n.d.r.).
Stanchi di vivere “fuori mano” in collina, i Crespi vorrebbero costruirsi una nuova villa nel centro di Sanremo. Stanno ospitando la nipote milanese Esterina, nella speranza che il contatto con una Natura più luminosa e ricca, e la frequentazione di persone diverse, possano dissuaderla dalla scelta di prendere i voti in un monastero di clausura. Il progettista Agosti diventa così parte del loro progetto, come possibile (e appetibile) fidanzato-marito per la ragazza. Il giovane ingegnere si innamora effettivamente di Esterina, e prende a corteggiarla con estremo garbo. Ma, ci anticipa l’autrice a pag. 39, “il Cielo, come lo chiamava il signor Crespi, aveva già altri disegni”.
Anno 1930. Agosti è diventato, appunto, il primo Podestà di Sanremo. È rimasto celibe, e ha dedicato l’intera sua vita a ideare e realizzare opere pubbliche che migliorino la qualità estetica della sua cittadina (mi permetto di dubitare, per mestiere mio, che possa essere classificata in modo così positivo anche “la copertura di torrenti” citata a pag. 90, ma certo all’epoca i punti di vista erano diversi…). Deve recarsi a Roma per chiarire, con le massime autorità statali, una vicenda oscura, connessa alla sua carica. Dopo aver salutato per un’ultima volta (non dico dove) Esterina, che peraltro non vedeva da decenni, affida al fratello Roberto una valigia contenente tutte le sue carte e i suoi elaborati progettuali. Da Roma non tornerà più.
Giorni nostri. L’ingegnere argentino Roberto Amoretti – nipote del fratello di Pietro, emigrato laggiù all’epoca – entra in possesso della suddetta valigia. Vi trova, tra le altre cose, un progetto per la ristrutturazione del teatro sanremasco Principe Amedeo (che nel frattempo – 1944 – è stato distrutto da un bombardamento alleato). Viene in Italia per presentare al Comune una pratica edilizia, perché vuole ricostruire a spese della propria Azienda – partendo dai disegni e dai calcoli del prozio – il Teatro, facendone un modernissimo Centro culturale. Questo sarebbe anche il modo per riannodare i legami (o ritrovare le radici) liguri della sua famiglia.
Conosce casualmente la giornalista Amelia, che aderisce da subito, con entusiasmo, ai suoi intenti. Attorno a ciò, si sviluppa una trama “politico-amministrativo-sentimentale” che non racconto, ma che si conclude, lasciando tutte le possibilità aperte, con la frase “Sarebbe stato quello che doveva essere”. In questa parte del libro mi sembra di notare una certa affinità – di atmosfere e di toni – col romanzo di Nico Orengo “L’intagliatore di noccioli di pesca”.
L’autrice mostra di padroneggiare perfettamente il linguaggio dei comunicati stampa, che in più punti scandisce il ritmo della prosa (“Dobbiamo operare per poter organizzare le prossime edizioni con un tavolo allargato dove tutti i protagonisti avrebbero partecipato con la RAI alla definizione della nuova convenzione. Non poteva mancare neppure la società che avrebbe dovuto ottimizzare le potenzialità della piazza e degli spazi limitrofi”), ma di conoscere bene anche i meccanismi decisionali (destreggiantisi tra i vari interessi in gioco) da cui scaturiscono le scelte amministrative di un Comune.
Molto bella la poesia iniziale. E, per noi alessandrini (non i concittadini di Kavafis, Ungaretti e Demetrio Stratos, bensì quelli “della paglia”), una piacevole sorpresa finale la riserva il leggere, nel curriculum di Pietro Agosti aggiunto in appendice alla vicenda, che “suo padre Giuseppe, nativo di Alessandria, fu trasferito come dipendente delle ferrovie a Bordighera…”. Ma, a giudicare dal cognome, anche l’Alberto Guasco che ha scattato alcune delle istantanee riprodotte nella “galleria fotografica”, deve avere radici nostrane…
Marco Grassano
Marzia Taruffi
Il Podestà ed Esterina
De Ferrari
2021, 176 pagine
14,90 €