“Parola che non conosciamo ancora e non ci appartiene”, questa, sola, riconosce come parola letteraria Walter Siti, il Siti di “Contro l’impegno”, da poco uscito da Rizzoli – e non è facile dargli torto. Come considerare viceversa letteratura tutta una romanzeria che si affatica nella missione dl “compiere positivamente il bene”?
Siti definisce “neo-impegno” tutta una serie di produzioni narrative che da un paio di decenni e oltre si dicono animate da commendevoli intenzioni, si preoccupano di “curare” paturnie e malinconie varie, combattere le ingiustizie della terra, propagandare idee “positive” etc, insomma un esercito di missionari che fraintendono (consapevoli o no) i principi più elementari di una letteratura che si voglia tale – basti pensare ai grandi russi, o a Svevo, al libro che “deve essere l’ascia adatta per rompere il mare ghiacciato che c’è dentro di noi” di kafkiana memoria.

La migliore letteratura infatti non ha quasi mai rassicurato o edificato, bensì aperto voragini al dubbio, ci ha non di rado disturbati, talvolta feriti a morte, non per gusto masochistico di scrittori e lettori, ma per l’ovvia e dimenticata ragione che la letteratura ha percorso – nei suoi modi peculiari, sussunti in una forma, uno stile, una lingua – strade conoscitive impreviste (per gli stessi autori) così riuscendo a dire quello che nessun altro linguaggio ha potuto dire. L’ambiguità è sempre stata la forza della letteratura – e la profondità: fin troppo indulgente Siti con Alessandro Baricco, per esempio, che mostra di essere molto a suo agio con i tempi che corrono – lo stare in superficie, che è il contrario della letteratura.
I più oggi vanno invece alla ricerca (e ne trovano fino alla nausea) di “messaggi” preconfezionati in forma di narrazioni catechistiche “per tutti” – della lingua e dello stile infatti poco cale, sono impedimenti alla comunicazione (delittuoso feticcio contemporaneo – si leggano i bellissimi saggi di Mario Perniola). Così come al posto della critica, “ora è tutto un party cerimonioso, madonna come sei bravo no no sei più bravo tu” – basta seguire scrittori e critici su FB per chi ancora non se ne fosse accorto. Lo spazio maggioritario sugli scaffali se lo contendono libri “scritti” nel più trito e truffaldino spirito del tempo: facili retoriche polarizzate sul bene da una parte e il male dall’altra, rifiuto della complessità, rassicurazioni pedestri sul riscatto delle vittime, quali esse siano.
Il neo-impegno
“Contro l’impegno” non è un mero pamphlet di idee sparate contro questo e quello perché si è lasciato l’agio e, quello sì, l’impegno, di un’analisi sui testi (che è tutto quello che poi si può e si dovrebbe fare nella critica letteraria) mostrando dove casca l’asino dell’impegno preso di mira: nella scrittura fiacca, spesso banale, convenzionale di chi tutto crede di conoscere del bene e del male (compreso per esempio quello inconscio di noi presunti antifascisti che invece di fascismo ne abbiamo da vendere a nostra insaputa fino a quando non ci sottoponiamo al test di Michela Murgia, implacabile madonna della giustizia in terra che ancor prima ricorda a noi maschi il peccato originale di esserlo). Che siano i migranti, o i marginali d’ogni risma, o il femminismo, o la lotta alla mafia – camorra il neo-impegno ha occupato una cospicua fetta del mercato editoriale spacciandosi come roba di qualità quando sì e no andrebbe venduto come mass-cult.
Ecco così i vari autori (autore significa che un tale ha scritto un libro: può farlo chiunque, non è tutta ‘sta cosa) Catozzella, D’Avenia, Carofiglio, Vecchioni che non meriterebbero nemmeno una menzione, se non fosse che alcuni di loro scrivono editoriali sui grandi giornali – una volta ci si indignava perché godevano di “buona stampa”, ora sono essi stessi la stampa (e l’impasto peggiora con i presunti romanzi di giornalisti già pessimi come tali, i Cazzullo Scanzi Formigli Floris PG Battista: poi ci si lamenta che uno i libri se li compra su Amazon, ma avete visto che spettacolo miserevole offre oggi la maggior parte delle librerie se non hai la fortuna di averne una decente sotto casa?
Non si dirà mai abbastanza delle colpe dei librai e soprattutto dei distributori che lavorano alla fabbrica di questa gigantesca truffa ove sguazzano scrittorucoli che leccano ferite – immaginarie o reali poco importa – in nome della “resilienza”, diomio, propria e altrui: esortano al bene, si impegnano affinché i loro libri siano facilmente leggibili da tutti (il mito dell’inclusione, e della sua ancella, l’empatia, e dominano incontrastati nell’epoca del capitalismo più feroce) e danno dell’elitario a chi li prenderebbe a randellate.
Il saggio su Saviano
Nel versante neo-impegno ovviamente son tutti progressisti (salvo aver passato l’esame Murgia), vogliono il bene del prossimo a tutti i costi, e fra scrittura come letteratura e pratica terapeutica non vedono la differenza – non so se Siti sia al corrente dei corsi di “scrittura emotiva” che imperversano per l’Italia, alla cui supposta, possibile funzione apotropaica nessuno fa però notare quanto poco c’entri con la letteratura – del resto, chi la pratica non ha mai letto Siti, o Mari, ma avendo scartabellato Vecchioni (difficile stabilire se più palloso quando canta o quando scrive), ha giustamente pensato “perché lui sì, e io no?
A Roberto Saviano (lo scrittore o il giornalista?) Siti dedica un saggio approfondito (non privo di affetto per la persona), rilevando come il fascino che il male produce in lui (pessimo indizio biografico ma potenziale quid letterario da spendere) difficilmente fa guadagnare punti alla scrittura. Accucciato sotto le ali protettive ma instabili di Zola o Pasolini, Saviano inciampa in scene madri, ingenuamente sguazza nel trash del sangue, nel delirio di uno stile che si vuole corporale ma è sempre frettoloso, dagli effetti imbarazzanti.
Ora, nel sociale e in politica di impegno ce ne vorrebbe molto di più, e forse a Siti non interessa punto; questo può spiacere, siamo personalmente convinti che discrete intelligenze farebbero meglio a spendersi in politica che nella scrittura. Ma non è la letteratura il campo diretto dell’impegno, non perché aspiri a una sovranità da statuto speciale, quanto perché il suo specifico è diverso: il territorio che esso esplora è caso mai quello dell’ambiguità, dell’inquietudine, dell’ombra che non potremmo evitare nemmeno nel più luminoso, progredito e giusto dei mondi possibili. “Dappertutto abbiamo bisogno di brave persone tranne che in letteratura” Giorgio Manganelli dixit.
Michele Lupo
Walter Siti
Contro l’impegno
Rizzoli
Collana Narrativa italiana
2021, 272 pagine 272
14 €