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Voi siete qui: Biblioteca » Vi consiglio “Lo chiamavano Tyson” di Mauro Valentini

6 Aprile 2021

Vi consiglio “Lo chiamavano Tyson” di Mauro Valentini

La realtà delle periferie popolari romane e la difficoltà di trovare una via per uscirne davvero emergono con prepotenza nel bellissimo romanzo di Mauro Valentini “Lo chiamavano Tyson” (Armando Editore).

È una realtà dura, difficile, disperata e a tratti comica, imprevedibile come lo sono gli esseri umani. Da quelle case popolari più simili ad alveari che a vere dimore, emergono storie spesso difficili, a volte commoventi, ma mai scontate. Ci sono i pochi che fanno carriera, nonostante tutto, e ci sono i molti che invece quell’ambiente non sono mai riusciti a scrollarselo di dosso, che vivono di lavoretti più o meno legali e di espedienti, che attendono ancora un’occasione, ma senza avere gli strumenti per saperla cogliere.

Mauro Valentini, Lo chiamavano Tyson, Armando Editore

Il protagonista è uno di questi figli della periferia. A quasi cinquant’anni è rimasto solo e si rende conto di aver sprecato anche quelle poche occasioni che la vita gli ha concesso. Il suo vero nome è Fausto e, nonostante l’aspetto massiccio e il brutto carattere, fin da piccolo aveva la passione per la musica. Ma a dodici anni, durante una partita di calcetto estiva tra i ragazzi dei palazzoni, qualcuno l’ha chiamato Tyson, e quel nome non solo gli è rimasto appiccicato, ma se n’è volutamente appropriato come di una maschera aderente, che non è più riuscito a togliere.

“Aveva continuato a piangere in silenzio, un pianto intriso di una disperazione inconsolabile, la testa avvolta dalle sue mani enormi e dalla musica a tutto volume, realizzando solo in quel momento quanto il Tyson che aveva dentro fosse stato in tutti questi anni il vero padrone della sua vita. Quanto era stato tanto più forte di lui, di Fausto.”

Un’occasione d’oro

Tyson era quello grosso e cattivo, che tutti temevano e rispettavano. Nel mondo violento in cui è cresciuto, quel soprannome e quella fama erano una protezione. Ma gli anni passano, e mentre Mario, detto Bruschetta — il ragazzino timido che abitava nella stessa palazzina, ma che Tyson notava a malapena — è riuscito a fuggire da lì per diventare un famoso chef, Tyson ha provato molte strade ma alla fine quel nome, e la rabbia atavica che si porta appresso, l’hanno sempre trascinato a casa, alla periferia da cui è partito.

Quando Mario riappare nella sua vita per offrirgli un lavoro vero e ben pagato, fatica a crederci: quattro mesi a fare il guardiano di Villa Azzurra, per cui Mario lavora come chef da decine di migliaia di euro al mese. Quattro mesi a fare niente di più che controllare dei monitor, con spese pagate nei bar e negozi della zona, uso della piscina e della sala musica, strapiena dei dischi da collezione del commendator Peroni. Un sogno, ma soprattutto un’occasione d’oro: se riuscirà a fare buona impressione sul ricchissimo proprietario, potrebbe anche sistemarsi per la vita.

Unica nota un po’ stonata: la villa comprende una sorta di “trappola per topi”, una gabbia per attirare eventuali ladri e tenerceli rinchiusi fino all’arrivo della polizia. Qualcosa ai limiti della legalità, ma che non preoccupa Tyson, certo che tutto andrà bene. Perché deve andare bene: questa è la sua ultima possibilità.

“Quante volte infatti, ripensando alla sua vita, aveva agito d’impulso, senza riflettere. Quante volte avrebbe potuto cambiare il suo destino se soltanto avesse avuto in quei momenti quel soffio appena di consapevolezza e di controllo che invece non aveva mai avuto. La sua rabbia aveva preso il sopravvento nella sua vita e a ripensarci bene adesso, mentre era lì con quel cretino di Pennello a giocarsi l’ultima chance della sua vita lavorativa, quante cose sarebbero state diverse.”

Tutto perfetto, non fosse che ha bisogno di un socio per i turni di guardia, e dal momento che i primi due a cui ha pensato non sono disponibili, ripiega su Alcide Pennello, un altro sbandato come lui, che a cinquant’anni vivacchia sulle spalle della sorella e del cognato. E già qui il lettore intuisce che le cose potrebbero non mettersi bene… Ma quanto male possano mettersi nessuno potrebbe mai immaginarlo.

Un affresco vivace

È difficile inserire “Lo chiamavano Tyson” in un genere preciso. In parte thriller, in parte spaccato di vita vera, con una buona dose di ironia, si può solo dire che è un romanzo che coinvolge e trascina il lettore — un po’ sballottato, un po’ incredulo, un po’ divertito e un po’ scioccato — fino alla fine. Questo grazie alle ottime capacità narrative dell’autore, il cui stile si adatta al soggetto ma rimane sempre vivace e impeccabile — scorrevole e immediato come il racconto ipnotico di un cantastorie — e grazie alla sua capacità di tratteggiare personaggi vividi e reali.

I personaggi presentati sono molti, e ognuno ha un ruolo, anche se piccolo, nella storia. Ma tutti hanno un carattere ben definito e un passato. Ho trovato davvero ben fatto il modo in cui tutte queste singole storie apparentemente molto diverse e slegate finiscono per intrecciarsi, magari in modo casuale, e a volte comico, come spesso è la vita.

C’è il piccolo delinquente, la barista annoiata, il figlio di papà oppresso dalla solitudine a cui i soldi non hanno portato nessuna felicità, il vigilante con un passato oscuro, il guardiano che ormai vive solo per il lavoro, l’immigrato disilluso che pur di sopravvivere accetta qualsiasi rischio.

Tutti loro contribuiscono a creare un affresco colorato e vitale, anche se spesso triste, della variegata realtà romana, nonché umana. Mi è piaciuto molto soprattutto il fatto che l’autore, pur presentando per lo più un’umanità allo sbando, non esprima mai giudizi, ma anzi tratti tutti i suoi personaggi con uguale dignità, quasi con tenerezza. Mi sono piaciuti tutti, anche se per alcuni facevo più il tifo (e sono felice che almeno per qualcuno di loro ci sia un lieto fine).

Col fiato sospeso

Non si può anticipare di più sulla trama senza fare spoiler, ma diciamo che dalla situazione di partenza già si intuisce che qualcosa non andrà per il verso giusto. Si resta col fiato sospeso fino alla fine, senza sapere cos’altro ancora potrà succedere. Verso la fine la situazione è talmente tragica e assurda da risultare comica, il che rende più leggera e piacevole da seguire quella che è nella realtà una storia molto dura, di ordinaria follia.

Ho apprezzato anche i molti riferimenti musicali (pur non conoscendo le canzoni citate, ho un debole per la musica intrecciata alle vicende di un romanzo) filmici e letterari (metterò di sicuro in lista di lettura “La camera azzurra” di Simenon).

In conclusione posso solo dire che è un romanzo davvero sorprendente, sia per la trama che per la cura dei dettagli, la profondità psicologica e la capacità di coinvolgere emotivamente il lettore. Un romanzo cattivo, disperato, eppure a suo modo poetico. Una lettura non solo appassionante, ma che lascia qualcosa dentro, e di cui, vi assicuro, non vi pentirete.

Laura Baldo

Mauro Valentini
Lo chiamavano Tyson
Armando Editore
Collana Narrare
2021, 240 pagine
15 €

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