12 dicembre 1969: questa data rappresenta per l’Italia molto più di un lutto nazionale, molto più di un episodio drammatico nella costellazione degli eventi cruenti che ne hanno caratterizzato la storia.
Rappresenta, invece, una cicatrice ancora non rimarginata che apre in due il tessuto della nostra travagliata Nazione. Qualcuno, non senza retorica ma in modo decisamente efficace, ha affermato che, con la bomba messa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, l’Italia perse l’innocenza.
Gli Anni ’60 a Milano
Risulta evidente a chi ha visitato la mostra Milano Anni 60, allestita all’interno delle sale di Palazzo Morando. Lungo lo sviluppo dell’esposizione fotografica si assiste al fiorire della metropoli lombarda sotto molti punti di vista (l’arte e la cultura, lo sport e l’intrattenimento, il design e l’industria, l’urbanistica e le infrastrutture, la vita notturna e il costume) fino a diventare la cosiddetta capitale morale dell’Italia.
L’ultima sala, come una ghigliottina, è dedicata alla nascita del terrorismo. Dalla morte dell’agente Annarumma, passando per la contestazione studentesca, fino ad arrivare all’attentato alla BNA in cui morirono 17 persone e 88 rimasero ferite.
Tutta la luce e la vitalità di quel decennio risucchiate nel cratere aperto dal tritolo nel pavimento della banca.
Quel giorno calò come un sipario sulla spensieratezza dei magici anni Sessanta, portando il buio: nacquero la strategia della tensione e gli anni di piombo, fenomeni violenti che si protrassero fino al 2 agosto 1980, altra data tragica, quando una bomba esplose alla stazione di Bologna.
Chi è il responsabile di questa carneficina?
Le possibili risposte a questo interrogativo hanno portato alla luce una trama a metà strada fra un romanzo di Ellroy e uno di Le Carré, che ha ispirato inchieste, saggi, e anche pellicole. Opere che, ciascuna a modo proprio, esplorano in modo investigativo gli eventi occorsi durante quel giorno e nei molti anni successivi.
Il libro di Giorgio Boatti
Giorgio Boatti è un giornalista che ha lavorato per Il Manifesto. Per Feltrinelli ha pubblicato un saggio intitolato “Piazza Fontana. 12 dicembre 1969. Il giorno dell’innocenza perduta”, nel quale viene esposto in modo lucido l’intrico sottostante alla strage che ancora rimane impressa nel sentire del cittadino milanese e che suscita tutt’ora interrogativi senza risposte.

Boatti ricostruisce con meticolosità sia gli eventi di quel tragico 12 dicembre, sia gli sviluppi dei giorni successivi, sia infine i seguenti tre decenni di indagini e di processi miseramente naufragati, insabbiati o finiti in un cul-de-sac che ha comportato assoluzioni per tutti gli indiziati. O condanne non eseguibili.
Alle figure drammaticamente cariche di umanità di Pinelli e Valpreda, anarchici trattati come mostri dall’opinione pubblica e successivamente nonché tardivamente riconosciuti innocenti, si sovrappongono quelle inquietanti di Freda, Ventura e Giannettini; quest’ultimo è rappresentato come la vera anima nera (in ogni senso) di tutta la vicenda, il perno intorno al quale, secondo la ricostruzione che sottende l’intero sviluppo del saggio, ruotano le macchinazioni dei Servizi segreti italiani e americani.
La tesi di Boatti è che, tramite Giannettini, i famigerati servizi abbiano orchestrato un terrificante meccanismo eversivo avente la funzione di destabilizzare le istituzioni dello Stato italiano, con lo scopo di instaurare un regime autoritario: tale meccanismo viene più comunemente definito “la strategia della tensione”. L’aspettativa era che il clamore per quella tragedia provocasse una serie di disordini in tutto il paese, legittimando l’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor a sospendere le garanzie costituzionali e a instaurare uno stato di polizia.
Romanzo di una strage
“Piazza Fontana – romanzo di una strage”, un film di Marco Tullio Giordana si innesta sul solco tracciato da Boatti, approfondendo il tema del tentato golpe al quale era interessato anche Junio Valerio Borghese, l’ideatore del Piano Solo, il quale (nel film) disapprova la tecnica degli attentati, definendola macelleria.

Forte di un cast che comprende gli attori più brillanti dell’attuale panorama italiano (da Fabrizio Gifuni a Luigi Lo Cascio, da Valerio Mastrandrea a Francesco Favino, da Laura Chiatti a Giorgio Tirabassi, fino a Luca Zingaretti presente con un cameo) il film di Giordana, che già aveva sfiorato le vicende del terrorismo italiano ne La meglio gioventù, si focalizza sulle figure di Pinelli e Calabresi, e su quella quasi iconografica di Aldo Moro, al cui equilibrio e moderazione viene riconosciuto il merito di aver neutralizzato la soluzione autoritaria che stava cominciando a farsi largo nella pavida coscienza di Rumor.
Una scena che mi ha colpito molto ritrae il leader della Democrazia Cristiana a colloquio con il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (interpretato dal sempre ottimo Omero Antonutti): Moro illustra un dossier preparato dalla Procura di Treviso nel quale risulta evidente il coinvolgimento di frange dei Servizi segreti in combutta con la C.I.A., e Saragat lo invita a non divulgare i risultati di questa indagine adducendo il fatto che il popolo italiano non sarebbe pronto a questa verità. L’utilizzo della leva dell’informazione come strumento di gestione del potere: siamo alle solite.
L’altra vicenda seguita da Giordana riguarda il rapporto umano che lega Pinelli e il Commissario Luigi Calabresi, che nel film vengono raffigurati come due ulteriori vittime di quella maledetta bomba. La versione, ormai accreditata da tutti (tranne che da Adriano Sofri che, con l’instant book intitolato “43 anni, Piazza Fontana. Un libro e un film”, cercò di ristabilire una verità storica universalmente disconosciuta) è che il poliziotto non fosse presente nella stanza della Questura dalla cui finestra precipitò l’anarchico del Circolo Ghisolfa.
Nel film viene esposta in modo crudo, quasi fastidioso, la contrapposizione fra Calabresi e il giudice Paolillo da una parte, e dall’altra un famigerato Professore inviato dai servizi segreti per indirizzare l’indagine in modo da far risultare Pinelli come unico colpevole di questa tragedia.
Il film si chiude con il cadavere di Calabresi sul marciapiedi di via Pagano, pochi giorni dopo il colloquio che questo aveva avuto con il direttore degli Affari Riservati, colloquio nel quale il poliziotto espone la teoria della doppia bomba: la prima, meno potente, piazzata dai neofascisti, la seconda, devastante, preparata dall’Organizzazione Gladio. Un finale che lascia quasi il dubbio che lo stesso Calabresi sia caduto vittima delle trame ordite dai Servizi Segreti o di frange deviate della NATO.
Le indagini dei giornalisti
“Romanzo di una strage” è tratto dal libro “Il segreto di Piazza Fontana” di Paolo Cucchiarelli (Ed. Ponte delle Grazie), uno dei numerosi testi che hanno cercato di dare risposte alla domanda che galleggia da quel giorno: chi ha piazzato la valigetta col tritolo?

Nel libro come nel film si fa spesso riferimento ai giornalisti che hanno documentato quel periodo. A partire da Giampaolo Pansa e Camilla Cederna (attenta alla sorte di Pinelli) fino a Marco Nozza che scrisse “Il pistarolo. Da Piazza Fontana, trent’anni di storia raccontati da un grande cronista” (Ed. Il saggiatore), nel quale vengono ricostruite le indagini e i processi legati a questo grave fatto.
Lo sviluppo del libro copre i trent’anni successivi all’esplosione. Nozza ha fatto parte anche del collettivo di giornalisti (fra i quali Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Corrado Stajano, Ermanno Rea, Marco Fini) che con Guanda ha pubblicato “Le bombe di Milano”. Nozza ha redatto il capitolo dedicato a Valpreda.
Alessandro Gilioli, attuale direttore di Radio Popolare, ha dedicato un’inchiesta, pubblicata nel 2005 da L’Espresso, a Delfo Zorzi. Zorzi fu condannato in primo grado come autore materiale della strage e successivamente assolto dopo che il testimone-chiave, Martino Siciliano, ritrattò clamorosamente.
L’inchiesta mostra gli intrecci fra ufficiali nazisti (Erich Priebke), militanti di estrema destra, imprenditori nel campo della moda. Zorzi in particolare è stato titolare di una catena di negozi di abbigliamento e di piccola pelletteria sparsi fra il Veneto, Milano e Roma. L’unico negozio all’estero si trova a Bogotà. Bogotà è anche il luogo dove si è riferito il succitato superteste Martino Siciliano, la cui ritrattazione comportò l’assoluzione di Zorzi, che ora è uno stimato imprenditore e cittadino onorario di Tokyo.
Simone Cozzi