Questa settimana l’editoriale “L’ALIBI della domenica” è dedicato al blocco dello scrittore. A voi è mai capitato? A me sì: oggi.
Capita a tutti quelli che scrivono il “blocco della pagina bianca”. O dello “schermo blu” per gli scrittori che non vogliono stancare troppo gli occhi fissando per minuti che diventano ore uno spazio vergine, una prospettiva solitamente allettante che però può trasformarsi in un incubo.
Hanno davanti a sé (abbiamo davanti a noi…) una parete spoglia dalla quale non cola alcuna goccia d’inchiostro, metaforicamente parlando. I caratteri non si srotolano lungo la riga, le parole non si moltiplicando spingendosi in avanti sillaba per sillaba. Silenzio e vuoto.

Infinti sono i consigli per superare questo impasse, alcuni talmente assurdi che non vale nemmeno la pena scriverli qui, figurarsi leggerli. Tra i più sensati ce ne sono due che affrontano il problema in modo diametralmente opposto. Il primo invita a prendersi del tempo per lasciar decantare le idee – ammesso che se ne abbiano – e ritrovarle pronte e belle fresche quando sarà arrivato il momento giusto, non un minuto prima. Il secondo consiglia di cambiare approccio e prospettiva senza mai interrompersi, fino a sentire di aver intrapreso la strada giusta.
Quando la si trova, allora poche gocce fanno un rigagnolo che poi s’irrobustisce e diventa fiume. Le parole s’inseguono a un ritmo sempre più accelerato e le frasi dilagano sulla pagina, raggruppandosi in periodi più o meno ampi, organizzati e felici. Perché – è chiaro a tutti – scrivere è una cosa, scrivere bene tutt’altra.
Architettare un periodo è come ideare una casa: si può avere in mente un’abitazione unifamiliare disposta su un solo piano, un palazzo di pochi ma lussuosi ambienti con rifiniture di classe, o addirittura un intero complesso residenziale, con tanto di vialetti, siepi e lampioni da giardino.
Per esempio uno scrittore può scrivere: “Giuseppe, ai suoi tempi, vedeva il principio di tutte le cose: cioè delle cose in relazione alla sua persona”. Oppure può creare un universo, dilatando il periodo per quasi due pagine, spingendo sempre più in là il punto fermo, come un giocoliere che lanci in aria ancora un altro birillo (in realtà si chiamano “clave”, ho scoperto) ogni volta che riprende quello che sta precipitando, aumentando la complessità del gioco, la velocità dei suoi gesti e l’ansiosa ammirazione degli spettatori che non riescono a nascondere a se stessi il desiderio di vederlo sbagliare. Ma se il giocoliere è davvero bravo, non sbaglia un colpo. E se poi è un Mago, sa scrivere periodi come questo (il mio preferito):
Giuseppe, ai suoi tempi, quando Kurigalzu, il Cassita, signore delle quattro regioni, re di Sumer e di Akkad, sommamente gradito al cuore di Bel-Mardug, regnava a Babele, sovrano severo e fastoso, con una barba dai riccioli divisi con tanta arte da assomigliare a un reparto di ben addestrati scudieri; quando a Tebe, nella parte inferiore del paese, che Giuseppe soleva chiamare “Mízraim'” o anche “Keme, il nero”, la santità del Dio buono, detto “Amun-è-contento”, il terzo di questo nome, vero figlio del Sole, splendeva nell’orizzonte del suo palazzo all’estasi adorante dei figli della polvere; quando Assur cresceva per la forza dei suoi dèi, e sulla grande strada litoranea da Gaza fino ai valichi della montagna dei Cedri carovane reali andavano e venivano fra le corti del paese dei fiumi e quella di Faraone, recando, quali tributi di cortesia, carichi di lapislazzuli e di oro bollato; quando nelle città degli Amorrei, a BethSan, a Ajalon, a Ta’anek, a Urusalim, si adorava Astarte e a Sichem e a Beth-Lahama risuonava per sette giorni il lamento sul “Figlio Vero”, sul “Dilaniato”; e a Ghebal, la Città del Libro, veniva adorato El, il dio che non aveva bisogno né di culto né di templi…”
e mancano ancora quasi altrettante righe prima di approdare al finale del periodo, quando il soggetto, ovvero Giuseppe, agguanta il verbo “vedeva” che a lui si riferisce. Quello che avete appena letto è un brano del prologo “Discesa agli inferi” che apre “Le storie di Giacobbe”, primo libro della tetralogia “Giuseppe e i suoi fratelli” di Thomas Mann, qui citato nella traduzione di Bruno Arzeni per i Meridiani Mondadori, edizione curata da Fabrizio Cambi.
Per tornare sulla terra dall’empireo della letteratura: quando mi coglie il “blocco della pagina bianca”, per prima cosa mi spazientisco. Conoscendomi, so che è controproducente intestardirmi. Allora stacco e cerco ispirazione NON cercando ispirazione.
Se sono fortunato, mi capita di scoprire cose nuove e interessanti. Fino a stamattina, per esempio, non conoscevo il cartoonist Grant Snider. Sul sito del New York Times mi sono imbattuto in una sua storia a disegni, pubblicata con il titolo “What Is the Hardest Part of Writing?”. Sono partito da lì per fare qualche ricerca sull’autore. Sia benedetto, dunque, il blocco della pagina bianca.
Ecco, quando non si sa cosa dire o come dirlo, è meglio lasciare la parola (o il disegno) a chi è più bravo.
Saul Stucchi