Se pure ci limitiamo alle sole traduzioni in italiano, l’eccellente lavoro di divulgazione scientifica di David Quammen comincia a configurarsi come un corpus di ricerche e resoconti delle stesse via via più sofisticato e tecnicamente impegnativo ma senza perdere una virgola dell’eccellente abilità di raccontarne protagonisti, passaggi, vite in cui si intrecciano scienza e storie personali.
Le edizioni Adelphi ci mostrano questo percorso a partire da “Alla ricerca del predatore alfa”, che dopo l’edizione del 2005, esce ora in economica. Il lavoro era mosso dall’assunto (troppo spesso dimenticato nell’età dell’Antropocene) che c’è stato un tempo in cui noi siamo stati in un punto non felicissimo della catena alimentare: che siamo stati carne per la carne altrui (e in qualche caso succede ancora oggi).

C’è poi stato il fondamentale “Spillover”, sì conosciuto ormai da tutti se non fosse che i “tutti” sono sempre minoranze di lettori, altrimenti non perderemmo tempo ed energie con chi oggi vorrebbe far passare il Covid-19 (sul quale peraltro Quammen sta preparando il prossimo libro) per un’invenzione da laboratorio o addirittura per una scellerata strategia politica per l’asservimento della popolazione mondiale (verso chi non si sa).
E si è arrivati ora a “L’albero intricato”, appena uscito per gli stessi tipi adelphiani, nel quale – anche per la natura stessa dell’argomento – la complessità del discorso acuisce gli aspetti tecnico-scientifici riuscendo, nonostante si tratti di divulgazione decisamente alta, a mantenere una felice inclinazione del piano narrativo, grazie al quale conosciamo anche le difficoltà pubbliche e private di ricercatori e scienziati, i rapporti fra loro, i dubbi, le fisiologiche controversie.
Il predatore alfa
Nel Predatore alfa c’era spazio anche per descrizioni etnologiche necessarie a contestualizzare il peso della presenza oggidiana di predatori come la tigre, l’orso bruno, il coccodrillo, lo squalo, i leoni, o per la ricognizione di peculiari tratti del mito antico, dalla Grecia all’India, testimonianze dell’incisione dei grandi predatori nella stessa strutturazione psichica dei popoli che ebbero il destino di conoscerli da vicino.
Perché i predatori scelti da Quammen non erano raggruppati da una tassonomia scientifica ma dalla comune iscrizione alla voce “terrore” dell’Homo Sapiens. Lo scrittore americano scriveva di leoni – non tanto quelli africani, più presenti al nostro immaginario, ma degli esemplari residui del Gir, foresta dell’India Occidentale, dove tuttora vivono sostanzialmente liberi, a contatto evidentemente problematico con i Maldhari, popolazione pastorale indigena.
O di coccodrilli (del Nilo, specialmente), animali “furtivi, a un grado stupefacente, per bestioni tanto grossi”, che la preda umana l’annega(va)no. O ancora del terribile squalo, il più riconducibile all’archetipo mostruoso del Leviatano, e che ancora oggi sembra essere assai pericoloso per l’uomo (per la diminuzione dei pesci che lo induce ad avvicinarsi pericolosamente alle coste).
La rarità di questi animali e la loro progressiva sparizione – si spera la più lenta possibile – dalla faccia della Terra è presto detta: “l’energia, nelle forme in cui essi possono fruirne, è limitata e ampiamente dispersa (…), devono percorrere lunghi tragitti, non possono vivere in comunità, i pasti sono pochi, separati da lunghi intervalli”.
L’albero intricato
Se quelle storie – che alla mera etologia preferivano il racconto dei rapporti ravvicinati con l’uomo – consentivano letture distese, nell’ultimo volume invece siamo davanti a una ricerca il cui tema – la filogenetica molecolare – appare necessariamente meno agevole.
La ricerca di cui dà conto Quammen mette in discussione la celebre metafora dell’albero della vita che da Charles Darwin (a partire dai primi incerti tentativi testimoniati dai celebri schizzi dei suoi taccuini) rappresenta per tutti noi l’immagine dell’evoluzione: un albero che cresce a partire da un unico antenato e si dispone in una serie di rami, contemplando con ciò un processo che porta dalle forme unicellulari all’uomo.

E invece no, all’idea consolidata della linea verticale della trasmissione ereditaria, le ricerche riferite da Quammen affiancano una possibilità differente: ossia che i geni si spostino da una specie all’altra. Tra coloro che lo intuirono spicca la figura di Carl Woese, biologo dell’Università dell’Illinois, personaggio non notissimo al grande pubblico, dal carattere difficile.
Verso la fine degli anni Settanta gli si rivelarono la tracce di un mondo nuovo: la scoperta prodigiosa fu l’esistenza degli archea, “strani, antichi” microbi che sarebbero all’origine delle forme di vita che conosciamo. Segnatamente, un “terzo tipo” di organismo, né procarioti né eucarioti (né creature prive di un nucleo cellulare né le altre, né batteri né specie complesse coma la nostra), ma una sorta di terzo regno che le precede entrambe.
L’osservazione molecolare consentì a Woese (del quale Quammen narra le difficoltà per far accettare le sue ricerche nel mondo scientifico, complicate dalla scontrosa riservatezza, dall’assenza di un galateo minimo pur necessario a qualsiasi impresa collegiale) e ai suoi successori di “risalire alle antiche sequenze progenitrici” e di aprire scenari inauditi alla teoria dell’evoluzione.
Una svolta che rende problematica l’idea di un unico organismo vivente quale unico antenato delle forme viventi e schiude l’immagine cui si riferisce il titolo dell’opera di Quammen – un trasferimento genico orizzontale fra specie diverse, un commercio intricato di materiale genetico sarebbe stato dunque condiviso agli albori della vita sulla Terra.
E sarebbe tuttora un punto di partenza importante: pensiamo alle infezioni, al passaggio di materiale genetico attraverso virus o batteri fino alle cellule riproduttive (e alla progressiva resistenza agli antibiotici), quella che si dice “eredità infettiva” – la comunità biologica se ne convinse pian piano, individuò diversi meccanismi di questo processo (in particolare tre, detti di trasformazione, trasduzione e coniugazione).
Assai se ne occupò il circolo dello scienziato Joshua Lederberg, genetista dalla carriera più fortunata di quella di Woese al punto di ricevere il Nobel: già negli anni Ottanta del secolo scorso diceva che il più grande pericolo per l’umanità futura sarebbe arrivato dai virus – se sarà esagerato affermare che tout se tient, il lavoro di Quammen una sua ratio complessiva ce l’ha. E (cosa per nulla scontata in questo genere di libri), sempre più, uno stile.
Michele Lupo
- David Quammen
L’albero intricato
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra
Adelphi
La collana dei casi
2020, pagine 535
26 € - David Quammen
Alla ricerca del predatore alfa
Traduzione di Marina Antonielli
Adelphi
gli Adelphi
2020, pagine 602
14 €