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Voi siete qui: Europa » Creta: preparativi per la gita sull’isola di Spinalonga

2 Maggio 2020

Creta: preparativi per la gita sull’isola di Spinalonga

Questa puntata del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata ai preparativi per la gita in barca all’isola di Spinalonga.

Per far colazione, ci incamminiamo verso il centro. Entriamo subito nell’ouzeri prefabbricata, piena di luce, dove, a un tavolino bianco sulla sinistra, due anziani leggono il giornale. Penso di nuovo a Kavafis: “In un angolo di un caffè rumoroso / chino sul tavolo siede un vecchio; / con un giornale davanti, senza compagnia…”. Interpellata, la donna dietro il bancone risponde che non servono quel che vogliamo.

L’adiacente negozietto di “piccoli utensili di ogni tipo” (μικροεργαλεία πάντος τύπου) non è, ovviamente, di alcuna utilità, e così pure la macelleria. Il successivo Mélissa vende, in effetti, pane e dolciumi, ma non è possibile consumarli sul posto, e in ogni caso non vi erogano caffelatte o altre bibite calde.

La baia di Mirabello con l'isola di Spinalonga

Scendiamo quindi fin quasi al lago, raggiungendo il locale notato ieri: Έλενα. Seggiolini a trespolo si drizzano sul marciapiede davanti alla prima vetrina, che sporge, a metà altezza, in un ridotto piano d’appoggio. All’interno, dove si stanno già servendo altre persone, l’insediamento fa onore alla scritta – esposta sulla facciata – ζαχαροπλαστική / αρτοποιία (zacharoplastikì artopoiìa), “pasticceria panificio”.

Dritto di fronte all’ingresso, il settore pane, con piccoli cumuli di biove e di baguettes dall’aspetto croccante, appetitoso. Tutt’attorno, armadi frigo, a vetro intero, contengono invitanti ghiottonerie: torte e pasticcini variopinti, artisticamente modellati. Accanto al banco, su cui troneggia la nera macchina del caffè, due teche, una col salato e l’altra per i dolci, la maggior parte dei quali, chissà perché, al formaggio.

Noi preferiamo, però, il chocolate croissant – κρουασάν σοκολάτα – croissant al cioccolato, a soli 1 euro e 80. Vi abbiniamo, allo stesso prezzo, un abbondante cappuccino greco, servito nel solito grande contenitore coperchiato, con la cannuccia. Ci appollaiamo fuori e gustiamo lentamente, voluttuosamente le vivande.

Prima di tornare in camera, attraversiamo la strada, di fronte alla pensione, per comprare un po’ di frutta e di acqua nel minimarket Tzagkaràkis. Preleviamo l’uva da una delle ceste subito a sinistra e le bottigliette appena dentro, a destra, vicino alla cassa. Ci serviranno come conforto per la gita a Spinalonga.

Usciamo direttamente nella stradina posteriore. Andiamo a recuperare la macchina e partiamo. Non risaliamo alla Papandreu, ma proseguiamo fino a immetterci in una via più ampia e in migliori condizioni, che scende verso destra. Una curva, poi un rettilineo fra sparse costruzioni nuove. Al primo incrocio, prendiamo a dritta, puntando verso la baia e l’isola. Giunti al termine di questo tratto, superiamo una giratoria dall’aiuola centrale quadrata e ci immettiamo, ancora verso destra, in una strada ampia, recentemente realizzata, che dichina leggermente fino alla rotondina da cui inizia la via della taverna Kri-Kri. Raggiungiamo l’osteria e proseguiamo verso nord.

Arriviamo a costeggiare direttamente l’acqua, lungo un piccolo golfo costellato di natanti. La rientranza termina in una spiaggia falciforme, come il fondo di una stretta U. La bordano tamerici e qualche eucalipto.
Proseguiamo diritti. Su entrambi i lati, fra macchie di ulivi che a sinistra tendono a salire in un declivio di terreno rugginoso, si alternano distanziate costruzioni, anche grandi, per un turismo e un commercio dozzinali. Eccoci ancora a rasentare la marina verdazzurra. Nel riquadro del parabrezza, la costa si eleva in aspre colline, verso le quali ci dirigiamo.

Una curva e una parziale controcurva per aggirare una borgata turistica che mi fa pensare al villaggio olimpico di Torino Lingotto. Ci portiamo leggermente verso l’interno, salendo tra declivi arsicci. Con un tornante a gomito, confluiamo sullo stradale contrassegnato dall’indicazione per Elounda e Spinalonga, che sale e si incide a mezza altezza nella ripa scoscesa. Luce, roccia, acqua, sparsi cespugli, pali della luce. Lo spazio alla nostra destra si amplia molto e accoglie una rada scacchiera di villaggi vacanze, da cui sporgono palmizi impennacchiati.

Un tratto di pendii brulli, con scarsissime costruzioni, denominato Ελληνικά. Non perdiamo mai totalmente di vista, se non per brevi istanti, la marina di zaffiro. Arrivati a dominare interamente, davanti a noi, la costa e la vastità dell’acqua, cominciamo a scendere verso Elounda, sempre scavando la parete rocciosa. Quest’area ricorda la riviera più scabra tra Mentone e Ventimiglia. Il Mediterraneo mantiene costanti innegabili.

Divalliamo ancora. Una stazione di servizio EKO. Più avanti, sul lato opposto, un’altra della Shell. Vegetazione arbustiva scarsa e sparsa. Ulivi distanziati sulla destra, dove appaiono gradualmente piccoli scempi edilizi. Gli ulivi e le costruzioni discutibili si dispiegano poi anche verso l’entroterra.

Il cartello stradale Σχίσμα Ελούντας (Schìsma Elùntas) anticipa il caseggiato, evocando chissà quali preteriti dissidi religiosi. Percorriamo la via principale, con assai più infamia che lode: una specie di Far West bianco, pieno di empori e di saloons, allestito in ossequio a un turismo di bocca buona. Potremmo anche definirla una versione cretese dell’Aurelia, da San Bartolomeo al Mare in poi.

Rasentiamo una piazza che inalbera alte palme, tamerici, eucalipti; al momento, ospita un affollato mercatino. In adiacenza, il porticciolo. Sul lato opposto della strada, persone si aggirano di fronte a negozi con densità e caratteristiche da Liguria deteriore.

Al termine di questo tratto, svettano candidi il campanile e la massiccia chiesa. Svoltiamo a destra, di fronte al nartece. Dopo scarse centinaia di metri, la via raggiunge il lungomare e inizia ad assecondarlo. L’abitato si rarefà, poi finisce, lasciando solo, disseminato, qualche casolare a incombere sulla sinistra. Motoscafi e altre imbarcazioni da diporto sono ormeggiati lungo la riva che rasentiamo dall’alto. Poi la carreggiata si snoda, in dolci curve, tra il costone inciso e la stretta passeggiata a mare. Tamerici striminzite vi si susseguono nel dare scarsa ombra a sedili rivestiti di pietra.

Un complesso alberghiero appollaiato sul pendio roccioso, in cima a fasce di muretti a secco. Più avanti, dove lo spazio superiore si fa più ampio, mentre in riva all’acqua compaiono schiere di ombrelloni e le tamerici che li sovrastano crescono più rigogliose, rasentiamo il piede di un hotel a quattro stelle, tutto sviluppato in profondità, poi di un villaggio turistico, poi ancora di un secondo hotel, interamente costituito da villini. Nel frattempo, il marciapiede rivierasco ha ceduto il posto a una striscia di ulivi ornamentali.

Tornano le tamerici e qualche palma. Il braccio di mare è qui chiuso dalla grande isola di Kalydon. Sulla sinistra abbiamo di nuovo blande pendici riarse, temporaneamente interrotte, poco più avanti, da un ammasso in salita di biechi cubi residenziali. Barchette sono amarrate a stretti rebbi di pietre e cemento insinuantisi nell’acqua. Attraversiamo un ridotto gregge di case bianche, sobrie. Altre abitazioni, circondate e ben separate dai loro ampi giardini. Un’indicazione e una stradina in salita annunciano nuovi insediamenti residenziali, per fortuna invisibili dalla strada.

Oltre il guard rail, la solita, lillipuziana edicoletta votiva, a calce. Il carapace galleggiante di Spinalonga appare ormai vicinissimo, fra la punta estrema di Kalydon e la costa. Ancora un piatto villaggio turistico, assai meglio inserito nel paesaggio minerale perché edificato con la stessa pietra e avvolto da una vegetazione consona. Altrettanto non si può dire delle arnie umane scaglionate poco più in là e della struttura con piscina che si infossa a destra.

Si avvicina, a stringere la costa, un rilievo roccioso massiccio e dirupato. Il navigatore ci mostra che la strada vi si inerpica, ma ormai siamo giunti alla meta: il borgo sobriamente balneare di Plàka (Πλάκα).

Lasciamo la macchina – a spina di pesce, accanto a quelle che si sono già – in un parcheggio (Parking free) appena prima del caseggiato. Suolo di liscio cemento. Lampioni bianchi, ognuno alimentato da una coppia di pannelli fotovoltaici. Purtroppo non c’è ombra, ma pazienza.

Seguiamo diligentemente lo stretto marciapiede. Contro il primo muretto di sasso, una vecchia, rugginosa, stinta insegna di ferro traforato: Nautilus / coffee wine. Il riferimento è al mollusco, non al sottomarino del capitano Nemo. Pochi metri dopo, arriviamo a una taverna (Το Πεύκο – The Pine Tree). I suoi tavolini sono collocati al riparo di una tettoia, sull’altro lato del vicolo che conduce al pontile.

Scantoniamo nel passaggio, irregolarmente lastricato. Negozi espongono all’esterno souvenirs e prodotti di artigianato della terracotta. In fondo, alcuni gradini, preceduti da un cartello che annuncia il Boat to Spinalonga. Li scendiamo. Sulla destra, appena prima del molo presidiato dalla sventolante bandiera nazionale, il casotto di legno in cui si vendono, a 10 euro, i biglietti per il battello, ovviamente comprensivi di andata e ritorno.

Trentatreesima parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • La baia di Mirabello e la sua costa dalla terrazza della pensione. In fondo a sinistra si affaccia l’isola di Spinalonga
  • L’acqua nel porticciolo di Plàka
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