L’editoriale “L’ALIBI della domenica” è dedicato questa settimana ai primi due mesi di quarantena per il Coronavirus.
Sono trascorsi due mesi dalla chiusura delle scuole, almeno qui in Lombardia. Tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo 2020 la nostra vita quotidiana ha subito diversi cambiamenti. I primi sono stati i più duri da sopportare perché hanno abbattuto la struttura, l’intelaiatura stessa su cui si organizzava la giornata. E su di essa la settimana e poi l’intero mese. Orari saltati, abitudini e riti cancellati per decreto.

Stamattina per la prima volta da fine febbraio ho bevuto un cappuccino, ovviamente fatto in casa. Chissà perché non ci ho provato prima*. Anzi, in fondo conosco il motivo: il cappuccino del bar non è “solo” il cappuccino del bar. È soprattutto l’atmosfera del locale, l’ambiente, la condivisione. Quell’umano (troppo umano, ma perdonabilissimo) bisogno per cui la “gioventù del loco / Lascia le case, e per le vie si spande; / E mira ed è mirata, e in cor s’allegra”. E funziona per tutte le età e tutte le latitudini.
Lo riconosco per primo io che sono particolarmente critico con la qualità dei cappuccini dei bar italiani, per non parlare dei caffè. Mi manca guardare i passanti, sfogliare i giornali di carta, ascoltare con orecchio più o meno distratto le chiacchiere degli avventori.
Piano piano alla routine di prima se ne è sostituita una nuova. Ormai è matura e ha imposto le proprie regole, addolcite e rese funzionali dalle solite e solide eccezioni. L’attività scolastica è ripresa, in qualche modo. A un’amica professoressa che mi chiedeva come stesse reagendo il figliolo a questo nuovo corso di “didattica a distanza” (DAD), ho risposto che io ci vedo più distanza che didattica. Non era mia intenzione essere polemico. Per lo meno non più del mio grado abituale di polemicità, che riconosco essere sopra la media.
Avrei delle considerazioni sui tempi, modi e tecnologie dell’insegnamento a distanza, così come sul telelavoro (smart working), ma le tengo per me. Altri hanno ben maggiore competenza e responsabilità. Noto solo al volo che la tecnologia che ha cambiato la nostra vita nell’ultimo ventennio esiste appunto da almeno un ventennio. L’abbiamo utilizzata per tutto, tranne che per le cose veramente utili e indispensabili.

C’è voluto il Coronavirus per poter ottenere dal medico una ricetta digitale. Sempre che il proprio medico di famiglia “conceda” questa grazia. In un minuto possiamo comprare un biglietto aereo o ferroviario. Non basta però un minuto per averne il rimborso. Eppure la tecnologia c’è. Vogliamo parlare di tracciabilità dei movimenti, delle persone o dei capitali? O della compilazione di moduli cartacei in più pagine per la mensa scolastica, il rinnovo di un qualsiasi documento, l’apertura di un conto? Mi spiace deludervi: il Coronavirus non si porterà via la burocrazia babilonese che affligge l’Italia.
Tra le varie cose che ho letto in questi due mesi, mi ha colpito l’intervista del magazine “Jot Down” al giornalista Íñigo Domínguez. È datata febbraio 2014: sei anni fa. Allora Domínguez viveva a Roma e faceva il corrispondente per El Correo. A un certo punto, facendo il confronto tra la vita in Spagna e in Italia, dice all’intervistatore Ramón Lobo:
…se le cose vanno male a Roma, può essere esasperante, tutto diventa un labirinto kafkiano. In Spagna puoi aprire un conto bancario in cinque minuti, mentre in Italia è un’odissea. Devi tornare mille volte. Ci vogliono fino a cinque mesi per ottenere una carta di credito. Le scartoffie sono una cosa pazzesca”.
Naturalmente possiamo leggere questo brano come singola esperienza di una singola persona. Ma sappiamo tutti quanto ci sia di vero e il “labirinto kafkiano” delle autocertificazioni per il Coronavirus è qui a confermarlo, se ce ne fosse bisogno. Va anche aggiunto che se Atene piange, Sparta non ride, come dimostra la politica di restrizioni per i bambini del governo spagnolo, per dirne solo una.
All’ora del tè, sul balcone della cucina, ho modo di constatare due fenomeni. Il primo è l’aumento delle auto in circolazione. Sempre più numerose, di giorno in giorno. Ma è soprattutto il secondo fenomeno a colpirmi. Ho infatti notato che le macchine mantengono poca distanza le une dalle altre. Quelle dietro tallonano quelle che le precedono di poco più di un metro, come fossero pronte al sorpasso. La frequenza con cui vedo questa scena mi dice che l’ansia e la fretta degli automobilisti non sono cambiate, anche se le strade al momento sono decisamente più scorrevoli del solito.
La pandemia del Coronavirus modificherà forse gli equilibri geopolitici. Nel frattempo ha già dato un duro colpo all’economia di mezzo mondo e sollevato il sipario su nuovi scenari. Ma è più che probabile che non intaccherà la natura umana, non profondamente. Non l’hanno cambiata la peste antonina, né quella di Giustiniano, né la Morte Nera, né due guerre mondiali. Ciascuno giudicherà da sé se sia un bene o un male. Io credo che abbia ragione Alessandro Morandotti. La sua “minima” che preferisco recita: “La storia insegna che la storia non insegna nulla”.
*In realtà tanto il cappuccino che la torta sono opera della mia editora, grazie alla quale questa quarantena ha anche il suo lato dolce.
Saul Stucchi