Come raccontare il Marocco in poche righe, dopo averlo vissuto in pochi giorni? Chiacchiero con un’amica marocchina in una pausa pranzo tipicamente veloce, ma che con lei sembra lenta, rilassata. Penso che una terra che dà alla luce persone belle, profonde e forti come lei non può che essere splendida. Così, dopo essermi fatta consigliare un percorso turistico fatto per soli cinque giorni, parto. Siamo in dieci. Ma se credo che sia difficile capire una cultura in appena cinque giorni, sono altrettanto convinta che sia impossibile riuscirci avendo a disposizione più tempo. Per comprendere davvero qualcosa penso sia necessario farlo in punta di piedi, in silenzio e con pazienza. Così con un’amica affittiamo una macchina e appena atterrate a Casablanca ci dirigiamo verso Fès, una delle città imperiali. Quello che ci aspetta è un viaggio di tre ore in autostrada e una città di grandi artigiani, con un approccio al turismo delicato – ma questo lo capirò solo dopo aver visto Marrakech -, con una vita mattutina fatta solo di uomini e asini in giro per le vie della medina, con una vita diurna fatta di artigiani che lavorano in concerie, le cui vasche piene di colori naturali lasciano incantati i turisti che le osservano dall’alto, nonostante l’odore nauseante che accompagna la vita di questi giovani già vecchi; una città con una vita notturna fatta da milioni di uomini, donne, bambini, ragazzi e ragazze, locali e non, che passeggiano senza una meta; con una medina che ha due strade principali: quella per i turisti – con prodotti locali – e quella per i marocchini – con i prodotti della globalizzazione; una città con persone gentili e sorridenti, che cercano di farti comprare l’impossibile attraverso una contrattazione infinita; una città che ti offre una tajine di uova, pomodoro e polpettine di carne piccanti divina, in un “ristorante” nel centro della medina con solo tre tavolini.

Dopo due giorni partiamo per Marrakech. Il viaggio questa volta è di sette ore, ma ci permette di conoscere un po’ di più il paese. E scopriamo un Marocco inaspettato e dalle mille facce, con paesi che sembrano i nostri paesini di montagna, e che mai un turista immaginerebbe di vedere in Nord Africa. Scopriamo anche (purtroppo!) che a ogni ingresso e uscita dalle città la polizia locale controlla la velocità. Questa scoperta ci costerà 400 diram (40 euro circa). Arrivate a Marrakech i 43 gradi sono davvero difficili da sopportare. Così ancora prima di arrivare al nostro bellissimo Riad Marrakiss, ci concediamo, con soli tre diram, una freschissima spremuta d’arancia in uno dei baracchini nella tanto famosa e decantata piazza Djemaa el-Fna.
Incantatori di serpenti, danzatrici del ventre, ammaestratori di scimmie, tatuatrici di henné, venditori di souvenir, baracchini dove si cucinano lumache, macchine, motorini che sfrecciano all’impazzata, carrozze, e poi turisti, turisti, turisti…tutto, compresi i 43 gradi, ci frastorna! Non riesco a dire altro di Marrakech, se non che lascia frastornati. Palazzi bellissimi (come il Palais de Bahia), musei interessanti, ma qualcosa non mi convince, non mi rilassa, mi dà una sensazione di soffocamento che non ho invece provato a Fès. Così dopo due giorni ci dirigiamo di nuovo a Casablanca, in tempo per vedere la meravigliosamente imponente terza moschea al mondo per grandezza (dopo la Medina e la Mecca), la Moschea di Hassan II.

Sorta sul mare, come la tradizione del Corano vuole, è una moschea di 20mila metri quadrati, capace di ospitare 25mila fedeli, dotata di un soffitto rimovibile, con il minareto più alto al mondo (200 metri) dove elementi musulmani, cristiani ed ebraici si fondono, perché “uno solo è il Dio”, come la nostra guida ci dice. Dopo una camminata per le vie della bella e decadente città di porto di Casablanca, ci concediamo una mangiata fantastica di pesce, cous cous e tajine, accompagnata da vino marocchino e da un immancabile the alla menta al restaurant du Port de Peche. È tempo di tornare in aeroporto, pensando già alla prossima vacanza in Marocco, possibilmente di più lunga durata, per evitare di solamente “vedere” un posto, ma anche per viverlo un po’.
Testo e foto di Valeria Lonati