• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Passa alla barra laterale primaria
  • Passa al piè di pagina
  • Luoghi
    • Italia
    • Europa
    • Mondo
    • A letto con ALIBI
  • Mostre
    • Arte
    • Fotografia
    • Storia
  • Spettacoli
    • Teatro & Cinema
    • Musica & Danza
  • Biblioteca
  • Interviste
  • Egitti

Alibi Online

Voi siete qui: Europa » Visita di Chania: Moschea dei Giannizzeri e zona del porto

24 Gennaio 2020

Visita di Chania: Moschea dei Giannizzeri e zona del porto

Prosegue con il racconto di Marco Grassano della sua visita di Chania, sull’isola di Creta.

Prima di intraprendere la via del ritorno, ci soffermiamo qui, seduti a fissare in silenzio l’orizzonte marino, come faceva Odisseo sull’isola della ninfa Calipso.

Raggiungiamo e oltrepassiamo lo squadrato fortilizio dei cannoni. Quaggiù viene a terminare la via – con pretese di eleganza – dove si trova l’argenteria Almeida. Procediamo su una passeggiata di ampie lastre di cemento, all’esterno della muraglia che fronteggia il porto antico, mantenuta in questo tratto, per evidenti motivi di immagine, in condizioni decisamente migliori rispetto al resto. Vi garrisce, alto, il vessillo nazionale.

A ridosso della parete, si esibiscono suonatori ambulanti (un chitarrista, un fisarmonicista anziano), mentre, più in là, venditori di varia etnia (donna bionda, madre nera con bimbetta riccia e paffuta…) presentano il loro piccolo artigianato su tavolinetti pieghevoli. Dritto davanti a noi, sulla punta della diga foranea, ecco il faro veneziano, che intendiamo visitare domani mattina.

Il Museo Marittimo di Chania

Incombe ora sulla banchina asfaltata il casermone amaranto del Museo Marittimo, di fronte al quale hanno collocato un’elica, un’ancora, una mina e un paio di torpedini. Tra un lampione e l’altro, pescatori lanciano in acqua e recuperano le loro lenze, comodamente adagiati su seggiolini di tela.

Pescatori a Chania, sull'isola di Creta

Un giro in libreria

Da qui in poi è un ininterrotto profluvio di fittissimi tavoli della più disparata gastronomia. Fra essi si insinuano – invitante approdo di pace – gli espositori esterni della Mediterraneo Bookstore. Entriamo nel negozio: una vera libreria, con scaffali e ripiani di legno, stracarichi di volumi in varie lingue.

La libreria Mediterraneo Bookstore di Chania a Creta

Musica di sottofondo. Consultiamo lungamente i titoli in mostra, interessandoci soprattutto ai poeti greci moderni. Apro Kavafis tradotto in inglese e rileggo The God Abandons Anthony, lirica divenuta un magnifico brano di Leonard Cohen: Alexandra Leaving.

Finiamo per scegliere tre testi di Patrick Leigh Fermor, maestro assoluto della narrazione di viaggio: Roumeli / Travels in Northern Greece; Words of mercury, antologia delle pagine più amate; The Violins of Saint Jacques, racconto tropicale di grande forza descrittiva.

Ci portiamo alla cassa, sul fondo del negozio, oltre l’appuntito arco centrale di pietra dorata. In questo momento, gli altoparlanti emettono lo stridulo coro country di un’altra canzone di Cohen: “And there are no letters in the mailbox, / and there are no grapes upon the vine, / and there are no chocolates in your boxes anymore, / and there are no diamonds in the mine”.

Mentre pago, ne parlo alla titolare, bruna, attempata. Lei afferma di ritenere il canadese un sommo, rimpiangendolo e lamentando che non gli abbiano assegnato il Nobel.

Bottegucce turistiche

Case piccole, con abbinamenti di colori delicati, da Midi francese. Gli imbocchi delle traverse che abbiamo incrociato esplorando il quartiere. Nei locali si succedono nomenclature chiaramente indigene (Άμφορα; Έλλη; Ζέρος από το 1961) e altre di casa – o persino di cosa – nostra (Il Padrino, appunto; Gallini, cognome di un mio compagno delle medie; Galileo). Come a Lisbona, diversi “butta dentro” cercano di adescare i passanti, elogiando le prerogative del cibo servito.

Man mano che procediamo verso la piazza, gli edifici, che nel frattempo hanno assunto caratteristiche architettoniche quasi lagunari, crescono in dimensioni. Una sfilza di bottegucce turistiche, ove si vendono monili e abbigliamento. Riprendono i ristoranti-caffetterie, inalberando nomi greci traslitterati in caratteri latini (Notos; Pelagos; Lithos…).

Tre minuscoli banchetti reclamizzano gite in “battello col fondo di vetro” (glass bottom boat), per poter osservare i fondali: sul Fanourios, sull’Aphrodite, sull’Erofili. Un quarto natante, dallo scafo color minio a forma di sottomarino, si sta aggirando lentamente nella baia, credo con le medesime finalità.

La Moschea dei Giannizzeri

Proseguiamo lungo i grandi lastrici rettangolari della riva. Continuano a susseguirsi tavolini e insegne mistilingui. Raggiungiamo la cupola, attorniata da cupolette minori, della Moschea di Kioutsouk Hasan, detta anche dei Giannizzeri. Di fronte all’ingresso, la M/s Irini (ΕΙΡΉΝΗ) è disponibile per daily cruises, con diverse opzioni di durata e di prezzo.

La Moschea dei Giannizzeri a Chania, Creta

Lì accanto ha inizio un’estesa fila di carrozzelle, ognuna attaccata al proprio equide paziente e silenzioso, forse triste. I cocchieri stanno seduti all’ombra delle vetture, attendendo qualche passeggero interessato a farsi condurre in giro per la città.

Il cartellone bifronte che illustra itinerari e tariffe stabilisce anche un massimo di 4 people per carriage, e d’altronde lo spazio sui sedili è limitato. Un po’ di buon senso: meno male. Non posso dimenticare la commovente vicenda del povero cavallo Oliver, morto di fatica a Messina, nell’agosto 2017, mentre trainava sotto il sole a picco del mezzogiorno un pesante carico di turisti appena sbarcati.

Cavalli al porto di Chania

Attorno alla moschea si allarga una piazza, chiusa da un alto zoccolo di muraglia che reca in cima un orlo di case. Lassù dovrebbe trovarsi il parcheggio della nostra macchinina. Altri locali, senza soluzione di continuità, avvolgono la rocca al piede e continuano, poi, ad assecondare l’andamento della darsena.

Il porto e l’Arsenale

All’altezza del Barbarossa ha inizio il porto vero e proprio, coi moli cui sono ormeggiati motobarche, motoscafi e natanti ancora più piccoli. Il piccolo veliero The Tempest mi fa pensare a Shakespeare: “You taught me language; and my profit on ‘t / Is, I know how to curse”.

Il Grande Arsenale, massiccio edificio che al piano superiore presenta un’ampia e bella bifora vetrata. Somiglia un po’ alla vecchia sede del Comune di Tortona e ospita il Mediterranean Architectural Institute. Una piazza, con aiuola centrale di palme e tamerici, lo separa da un’altra costruzione più bassa, scialbata di recente in colori tenui.

Eccoci arrivati alla già nota Νεώρια, o Dockyards. All’ombra, raggomitolato sul davanzale esterno di una delle finestre, sonnecchia un gatto fulvo. Un giovane, comodamente seduto, vende accessori per smartphones. Sul cantone dove avevamo svoltato dopo il pranzo, un bastardino randagio si appiatta guaiolando dietro un idrante, impaurito dal cane grosso e nero, a pelo lungo, che passa al guinzaglio del suo impettito proprietario.

Ritorno in hotel

Decidiamo di tornare in albergo per farci una bella doccia. Dalla piazza nel cui mezzo sorge la fontana bianca, imbocchiamo la Kanevarou. All’angolo, la caffetteria Muses, dove verremo a far colazione domani mattina. Assicelle di legno, fissatevi sopra, trasformano in panche le distanziate e basse transennine permanenti che orlano il marciapiede. Una coppia di micioni pigramente allungati sulla soglia di due porte gemelle, a destra.

Più in là, a sinistra, lungo il tratto di via che avevamo aggirato uscendo, alcuni felini, meno fortunati, cercano di recuperare cibo dal cestino dei rifiuti posto sull’angolo di una bassa recinzione. All’interno di un’altra cancellata, un folto di verzura nel quale spiccano fichi d’India carichi di frutti e un ciuffo di piccoli banani.

Freschi e azzimati, salutiamo Sofia e il suo coadiuvante, raggiungiamo la piazza e ci immettiamo nella via principale. Subito all’inizio, sul lato destro, notiamo un fabbricato di fine fattura, che richiederebbe, al primo piano, una ristrutturazione completa, mentre al piano terra ospita le vetrine di una gioielleria. La strada è aperta al traffico, a senso unico di marcia. La densità e le tipologie dei negozi che orlano i marciapiedi sono le medesime che in tutte le main streets delle cittadine di provincia, perché vi si concentra il commercio più elegante.

Al ristorante Ellotia

Passiamo oltre il Museo Archeologico. Nella piazza della Cattedrale, ritmata da palme annose, un edificio che ricorda, in piccolo, la moschea vista prima, ma che espone abiti, souvenirs e occhiali da sole. Di fronte, fra le vetrine di un’altra gioielleria e di un Objects of Art (gold, silver, ceramics, metal, blown glass), il portone qualunque di un palazzotto qualunque, ancorché sormontato da una croce, dà accesso a un esiguo cortile, su cui si affaccia una Καθολική Εκκλησία / Catholic church. La nostra guida ce la segnala intitolata a San Francesco: altro chiaro segno della presenza a Creta dei frati minori. Va visitata, come pure il Museo.

Svoltando nella prima viuzza a destra, popolata di varie attività alimentari, ci riportiamo alla piazzola del Bastione Schiavo. In pochi istanti, raggiungiamo il ristorante Ελλωτία.

Varcato il cancelletto, ci troviamo direttamente nello spazio in cui sono disposti i tavoli. Più che un cortile, si direbbe l’interno di una casa: pareti grezze, svuotate di soffitti e divisori e lasciate a cielo aperto – à la belle étoile, dicono oltralpe.

Il ristorante Ellotia a Chania (Creta)

Le seggiole sono di ferro e legno, abbastanza confortevoli. Qualche persona vi è già accomodata (una coppia di maturi inglesi alla mia destra; un gruppo francese dietro di me), ma il locale non è gremito, malgrado sia sabato sera. Forse è ancora presto, o forse l’ubicazione fuori mano seleziona la clientela, come pensavamo prima. Eppure, il brulichio turistico dista solo qualche passo…

Scelgo, per me, patatine al forno cosparse di feta grattugiato: il primo piatto servitomi a Iraklio nel 2000, quando, per ignoranza delle abitudini e degli orari, mi ero fermato a cena a pochi metri dall’albergo, ma trovandomi comunque bene. Decido anche per un’insalata di shrimps, ossia “scampi” (καραβίδες, in greco). Da bere, acqua minerale.

Mentre attendiamo, leggiucchio qualche capoverso di Roumeli. Accompagnamento musicale, a volume morbido, di motivi blues o di genere melodico anglosassone: Frank Sinatra, Loreena McKennitt. Una canzone sudamericana, interpretata con stile simile a quello di Mercedes Sosa, stempera il proprio ritornello in un toccante valzer di Chopin (si tratta del brano Mar desconocido, del gruppo statunitense Pink Martini. La vocalista, China Forbes, non è ispanica, ma esibisce una pronuncia impeccabile).

Il testo, che annoto sul taccuino, mi pare riferibile a Ulisse e Penelope: “Barco en el mar lejos de ti / el horizonte, línea sin fin / nubes que llenan mi soledad / pintan tu boca parecen hablar / de esta tormenta no pasaré / el fin del mundo no encontraré / maderos crujen, el día se va /nube tan negra me llevará… / De tanto y tanto navegar / mis lágrimas caen al mar / el viento disuelve mi voz / no quedan huellas entre los dos”.

Cibo ottimo, leggero e gustoso. Il dolce (yoghurt greco, asperso di datterini sciroppati che penso provengano da palme cretesi) ci viene offerto: a questo punto, si conferma l’abitudine isolana.

Vado a lavarmi le mani dietro una porta verde, sotto un ammezzato in cima al quale si allineano altri tavolini; poi pago alla cassa lì accanto, accudito dalla stessa ragazza mora, graziosa e sorridente che ha preso le ordinazioni.

Passeggiata dopo cena

Facciamo una passeggiata lungo le vicine straducole perlustrate oggi. Luci, moltitudine chiassosa, esercizi zeppi, camerieri indaffarati. Nel vicolo in fondo, che rasenta il cieco muraglione di sostegno, è seduta una comitiva di brasiliani. “Olha para o pai…” dice l’uomo a capotavola richiamando il bimbetto che scorrazza qua e là.

Lasciamo il quartiere e ci dirigiamo al porto. Attraversando la folla, si odono, come nell’Infermo dantesco, “diverse lingue, orribili favelle”, seppure non “parole di dolore e accenti d’ira”, visto che gli schiamazzi appaiono decisamente allegri.

Fotografiamo il faro, rischiarato dal basso, e la riva inghirlandata di lampadine. Incrociamo due mature signore elleniche, con lunghi abiti corvini che le fanno sembrare attrici di tragedia, come nelle Coefore eschilee: “Che vedo? Perché questa schiera di donne / si avanza nel fitto nero delle tuniche, / per quale sventura questo lutto?”.

Chania: banchina di notte

Man mano che procediamo, la ressa si fa meno caotica, ma la banchina rimane comunque assai frequentata, per lo più da greci. Di fronte alla schiera di imbarcazioni all’ormeggio, un locale pieno di giovani, con un minuscolo ulivo per ogni tavolinetto tondo e un’illuminazione soffusa di faretti fissati agli esili tronchi.

In corrispondenza della Νεώρια, quasi sul bordo dell’acqua, sta seduta a chiedere l’elemosina una vecchina dal capo avvolto in un foulard nero. Mi impietosisce il mite cagnetto docilmente allungato accanto a lei, e le porgo una moneta. “Thank you”, mi ringrazia. “Parakalò”, le replico, dopo un attimo di esitazione. “Bravo!” conclude lei, utilizzando un’esclamazione italiana entrata nella lingua locale.

Alla taverna Basilikò, la clientela si direbbe tutta indigena. Segno favorevole per la cena di domani.

Rientriamo in camera. Prima di coricarci, osserviamo, dalla finestra, il parcheggio: quasi vuoto, tranne che per la nostra vettura e poche altre. Speriamo in bene…

Ventunesima parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Il Museo Marittimo
  • Pescatori
  • La banchina fitta di ristoranti
  • La libreria
  • La Moschea dei Giannizzeri
  • I cavalli
  • L’interno del ristorante Ellotia
  • La banchina notturna
Tweet
Share
0 Condivisioni

Archiviato in:Europa

Barra laterale primaria

Articoli recenti

  • “Le armoniose stagioni” di Vivaldi al Conservatorio di Torino
  • “La più bella. La versione di Elena” di Brunella Schisa
  • Recensione del romanzo “Orbital” di Samantha Harvey
  • Da Miraggi “Pabitele”: i racconti di Bohumil Hrabal
  • Al Teatro Out Off “Cemento” di Thomas Bernhard

Footer

INFORMAZIONI

  • Chi siamo
  • Contatti
  • Informativa privacy & Cookie

La rivista online

ALIBI Online è una rivista digitale di turismo culturale, diretta dal giornalista Saul Stucchi. Si occupa di mostre d'arte, storia e archeologia, di cinema e teatro, di libri di narrativa e di saggistica, di viaggi in Italia e in Europa (con particolare attenzione alle capitali come Parigi, Madrid e Londra). Propone approfondimenti sulla cultura e la società attraverso interviste a scrittori, giornalisti, artisti e curatori di esposizioni.

Copyright © 2026 · ALIBI Online - Testata giornalistica registrata al Tribunale di Milano; reg. n° 213 8 maggio 2009
Direttore Responsabile Saul Stucchi