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Voi siete qui: Europa » Viaggio a Creta: visita al sito archeologico di Festo

2 Dicembre 2019

Viaggio a Creta: visita al sito archeologico di Festo

L’undicesima parte del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata alla visita di Festo.

Lasciando il posteggio, prendiamo verso destra, per Festo. La basilica di San Tito traluce oltre gli ulivi, come ricordavo di aver visto dalla corriera diciannove anni fa. Altri frammenti di pareti sgretolate. Una fascia trasversale di eucalipti asseconda l’alveo di un ruscello asciutto.

Torniamo ad attraversare campi e uliveti pianeggianti, fra due ali di eucalipti e di conifere. Un grande Museo dell’Olivicoltura, realizzato, con finanziamenti statali ed europei, dalla Περιφερεία Κρήτη: non la fascia esterna della città, bensì la Regione (di Creta, in questo caso). La straducola imboccata prima. Il marmista. L’incrocio con lo stradone nuovo. Procediamo fra ulivi di varia grandezza e densità, vigne e qualche capannone o benzinaio.

S’infittisce progressivamente il caseggiato di Μοίρες. Per attraversare il centro, si biforcano i sensi di marcia. I soliti edifici di gusto discutibile. Bar. Negozi vari. Ristoranti. Minimarket. Una banca (Συνεταιριστική Τράπεζα Χανίων). Molta gente in giro, come in ogni agglomerato urbano cretese visto finora.

Il Monte Ida a Creta

Al termine, riusciamo in una pianura di campi e uliveti, orlata, in fondo a sinistra, da irregolari rilievi bluastri, mentre a destra, aspro nella distanza, con la cima eternamente nascosta fra nubi bianche, si staglia il monte Ida, dove Zeus fu allevato dalla capra Amaltea. Un paesaggio pervaso di mitologia…

Tamerici longilinee ai lati. Il terreno inizia a farsi leggermente mosso e la carreggiata si incide, ogni tanto, nelle prime ondulazioni orografiche. Il rettifilo piega in qualche blanda curva. Salendo dolcemente, ci avviciniamo a un orizzonte di colline piuttosto brulle e finiamo per costeggiarle al piede.

Poco dopo confluisce da sinistra, a formare una nuova T, la strada di Φαιστός. Giriamo da questa parte, meno scoscesa e più verde. Le rovine distano un paio di chilometri. Il percorso sterza ad angolo retto, poi monta deciso, compiendo una svolta a U, prosegue con un segmento dritto e si arrampica in un’ultima S, che precede lo spiazzo del parcheggio.

Sopra lo spesso muretto di sassi proteso verso la valle da cui proveniamo, che vista da qui appare riquadrata in verdi albereti, ozieggia un gatto prevalentemente bianco, con ampie marezzature di grigi diversi su muso, testa e groppa. Ci osserva curioso, poi si allunga a prendere le coccole. Dev’essere ancora piccino.

Ci fermiamo per osservare con più calma il massiccio dell’Ida. Psiloritis, lo chiamano adesso. Davvero si mostra sempre incappucciato, come il Giarolo quando da noi a Vigana sta per piovere. Mi rammenta la traduzione che Montale fece del sonetto XXXIII di Shakespeare:

“Spesso, a lusingar vette, vidi splendere
sovranamente l’occhio del mattino,
e baciar d’oro verdi prati, accendere
pallidi rivi dʼalchimie divine.

Poi vili fumi alzarsi, intorbidata
d’un tratto quella celestiale fronte,
e fuggendo a occidente il desolato
mondo, l’astro celare il viso e l’onta.

Anch’io sul far del giorno ebbi il mio sole
e il suo trionfo mi brillò sul ciglio:
ma, ahimè, poté restarvi un’ora sola,
rapito dalle nubi in cui s’impiglia.

Pur non ne ho sdegno: bene può un terrestre
sole abbuiarsi, se è così il celeste”.

Festo: fichi d'India

Seguiamo il solido camminamento in pietra che dà invece sulla vallata posteriore. Chi aveva costruito il palazzo, addossandolo a quest’altura, sapeva bene quel che faceva, sia in termini di paesaggio fruibile che di sicurezza. Rigogliosi fichi d’India, pieni di rosacei frutti spinosi. A casa ne avevo assaggiati un paio, maneggiandoli goffamente: il medio destro mi dà ancora fastidio, per gli effetti dei loro sottilissimi aculei.

Un lungo pergolato di buganvillee ombreggia alcune panchine in legno marrone, vuote. Sulla sinistra, realizzata in uno stile che s’ispira chiaramente alle idee di Sir Arthur Evans, la costruzione del bar Ξένια Φαιστός, dove offrono (leggiamo in inglese): Café Snack, Souvenirs, Toilets e, con somma gioia di Ester, Free WiFi. La fronteggiano palme di varia specie e grandezza, luccicanti al sole, e un vecchio, tozzo olivo dal tronco abbondantemente cariato. Ci verremo dopo la visita.

La biglietteria è protetta da un secondo berceau, carico di corolle fucsia. Anche stavolta riusciamo a ottenere l’ingresso gratuito per mia figlia, mentre gli adulti pagano 8 euro. Una rampa di scale scende al Cortile Superiore. La luminosità è molto forte: una luce da tragedia greca, accecante, cosmica, la definì Francesco Biamonti, diversa, ai suoi occhi, dalla dolce luce romanza del Mediterraneo occidentale.

Il sito si dispone su vari livelli. Per chi lo visita, è un continuo saliscendi. Non sono state operate, qui, le ricostruzioni più o meno arbitrarie viste a Cnosso. Il merito di questa sobrietà è della Scuola Archeologica Italiana, che vi mantiene tuttora una sede di studio.

La scalinata di Festo

A picco sotto di noi, poggiata per il lungo alla parete di sostegno della corte, un’ipotetica gradinata teatrale: praticamente identica alla grande, celebre scalea che dichina a incontrarla in un angolo retto.

Ci spostiamo verso la facciata ovest. Ester si mette a leggere meticolosamente le didascalie, in due lingue, che illustrano i diversi settori. Come a Cnosso, le rovine suggeriscono l’idea del labirinto. Alcune parti sono riparate da tettoie di lamiera. Giare “stile zia Olga” stivate nei preteriti magazzini o in qualche ripostiglio.

Festo: canaline

Data la loro ampiezza, gli spazi liberi in cui riunirsi dovevano rivestire un ruolo di estrema importanza nella vita sociale dell’epoca. Attorno a essi, i mozziconi di parete, spesso costituiti da blocchi perfettamente squadrati, delimitano tuttora fitti vicoli, nei quali è permesso camminare. Vi si avverte una positiva sensazione di tempo protratto, di vita intensa, fervente fino a ieri.

Tonde basi di colonne lasciano immaginare antichi porticati. Canalizzazioni per allontanare le acque reflue e raccogliere le meteoriche. Vere di pozzo o di cisterna. Una piccola fornace in cui si fondevano i metalli. Recipienti scavati nella pietra, disposti in un presumibile sgabuzzino.

Festo: recipienti di pietra

Fasce perimetrali di abeti. Dall’alto dei loro rami piove, assordante, il frinire delle cicale. Gli animaletti si avvicendano in singole, repentine pause di silenzio, nel cui vuoto irrompe, subitanea, la spessa onda sonora dei richiami circostanti. Sotto gli alberi, misteriosi fori, col diametro di circa un centimetro, bucherellano il suolo secco e glabro. Potrebbero essere le tane scavate da qualche insetto.

Verso valle, l’area è chiusa da una rete metallica che sovrasta altri fichi d’India, pieni di turgide bacche polispermiche affini alle melagrane.

Risaliamo due serie di gradini, fino al bar. Sotto il porticato egizio-minoico, souvenirs di ogni tipo, dalle cartoline agli occhiali da sole ai cappelli di tela alle guide turistiche, CD e libri. Scorro, nelle scansie di legno, i romanzi di Kazantzakis, in inglese: “Zorba”, “I fratelli nemici”, “Cristo di nuovo in croce”.

All’interno del locale, altri ricordini – di fattura artigianale, questi – e prodotti gastronomici tipici. Di fronte alle file di scaffali, il bancone con la pasticceria dolce e salata, la macchina del caffè espresso, il forno a microonde, il frigo da cui prelevare le bevande. In alto, il cartello Simply Fruit illustra i sei tipi di frappé che si possono ordinare. Scegliamo e attendiamo che ce li preparino, pagando nel frattempo alla cassa anche le bottigliette d’acqua.

Ci sediamo sotto la pensilina laterale, a uno dei tavoli del terrazzo che dà sulla vallata, oltre il fresco schermo di piante frondose. Mentre assaporiamo, con lenta voluttà, i frullati, compaiono alcuni gatti: una femmina più grande, simile al micio che abbiamo coccolato nel parcheggio, e due piccolini, uno somigliante alla mamma e uno tigrato. Noto che hanno tutti orecchie in proporzione abbastanza grosse, occhi verdastri e muso leggermente allungato. Altre persone ai tavolini. In quello accanto al nostro, madre e figlia italiane. La bimba vuole cedere al micetto che le si è avvicinato il resto del suo panino, per evitare di mangiarlo.

Scherziamo sulla possibile origine del toponimo. Immaginiamo un campagnolo cretese che possedeva uliveti e vigne, e li doveva coltivare. Ma ogni volta che si accingeva a recarsi nei campi, ecco che la moglie lo incalzava: “C’è da andare a prendere l’acqua, ma io sono stanca, fa caldo… Φαιστός, lo fai tu?”. E così per ogni cosa: Φαιστός di qua, Φαιστός di là… Alla fine, il povero contadino si ritrovò coi poderi in malora. Gli altri abitanti del luogo, impietositi, lo vollero in qualche modo risarcire, attribuendo il suo nome al borgo che avevano appena fondato.

Rientriamo nel bar per andare ai servizi, in fondo, e per comprare, come ricordo, un paio di graziosi orecchini antichizzati. Esamino anche una serie di κομπολόι appesi di fianco, in vendita a tre euro l’uno. I piccoli rosari hanno varia foggia, con grani di vetro colorato (rosso, azzurro, verde…) o di legno d’ulivo. Stavolta, però, non cedo alla tentazione dell’acquisto.

Festo: la Scuola Italiana di Archeologia

Lasciando il sito, fotografiamo la palazzina della Ιταλική Αρχαιολογική Σκολή, presidio ellenico delle nostre istituzioni culturali. Risaliamo in macchina e torniamo nel fondovalle.

Undicesima parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Il monte Ida
  • Fichi d’India
  • La celebre scalinata
  • Canaline
  • Recipienti di pietra
  • La Scuola Italiana di Archeologia
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