Nel libro Le parole sono pietre lo scrittore torinese Carlo Levi annota che gli austeri resti di Segesta si ergono silenziosi “tra montagne e profili bizzarri e dai colori profondi, nel centro di una grande conca chiusa da ogni parte dell’orizzonte sotto un mantello dorato di stoppie”. Le testimonianze storiche dicono all’unisono che la fascia di terra tra Erice ed Entella è abitata a lungo dagli Elimi, dei quali però non si conosce la provenienza.
Secondo alcuni si tratta d’una popolazione occidentale con possibili ascendenze liguri, come inducono a pensare diversi toponimi. Stando ad altri, sarebbe invece un’etnia mista di semiti ed indoeuropei. Ma la genesi della località, più che nella solita notte dei tempi, si perde in un inestricabile dedalo di leggende e di fiabe raccolte prima dai cronisti greci e romani e poi dai bizantini. Strabone racconta che viene fondata da Egeste, giunto da Crotone insieme con Enea, il padre Anchise, il figlioletto Ascanio e il pugno di fuggitivi scampati alla caduta e all’incendio di Troia.

La tesi delle radici anatoliche è ulteriormente alimentata da Dionigi d’Alicarnasso e dalla stesso Virgilio, mentre Stefano da Costantinopoli sconfina negli spazi della pura fantasia introducendo il ruolo dell’iliaca Fenodonte. Ella, giunta in Trinacria dopo mille peripezie, s’innamora del fiume Crimiso, che conosce sotto le parvenze d’un cane. Dalla mostruosa unione nasce Aceste, il quale farebbe sorgere ex nihilo la misteriosa città. Anche molti studiosi odierni, sfrondando i risvolti più inverosimili, amano credere a questa tradizione, almeno per i fascinosi scenari che lascia dischiusi e che permettono di annodare le vicende italiche alla grande mitologia classica. Il seguito comunque si riassume principalmente nell’interminabile sequela di scontri sostenuti con la vicina Selinunte, che è invece d’indubitabili natali ellenici. 
Lo rivelano i ruderi dei numerosi edifici sacri eretti nel VI e V secolo a. C. Indicati con una serie di lettere alfabetiche, perché risulta ignota o incerta la loro dedicazione, sono tutti costruiti con il materiale calcareo delle cave di Cusa, rimaste pressoché inalterate e pertanto in grado di rivelare le remote tecniche estrattive.
Se ha un qualche fondamento la teoria dei lontani avi venuti dalla Troade, l’acerrima rivalità tra le due nemiche acquista un sapore quasi epico. Potrebbe essere vista come una periferica prosecuzione del primo poema omerico, anche se non ricompaiono l’indomito Ettore, il “piè veloce” Achille, l’audace Patroclo, l’eroico Aiace, l’astuto Odisseo, gli Atridi, Priamo, Cassandra e i protagonisti minori del decennale conflitto scatenato dall’impossibile amore tra Paride ed Elena.
Soprattutto non esiste più il “mendìco cieco” di foscoliana memoria che, dopo essere sceso brancolando a interrogare gli avelli degli eroi, è in grado di eternare le gloriose gesta con versi immortali. Le antiche tracce sono sparse lungo il pendio del colle Barbaro, alle cui falde scorre lo Scamandro, ora ribattezzato Gaggera. Intorno il cielo è incorniciato dalle vette rocciose dei monti Inice, Sparagio e Pilato, mentre verso nord lo sguardo scivola libero fino alla spiaggia, nell’incantevole insenatura di Castellamare del Golfo. Sulla strada si incontrano massi delle vecchie cinta murarie, avanzi di stabili pubblici, frammenti di pavimentazioni, pilastri spezzati, lacerti di cisterne e così via.
Sono brandelli di passato semimuti, specie se presi singolarmente e senza una chiara visione unitaria. Non per niente le indicazioni più preziose arrivano dalle riprese aeree del generale Schmiedt, famoso fotointerpretatore al servizio dell’archeologia. I voli sono effettuati in varie fasi e a quote diverse. Poi, con la restituzione delle immagini allo stereoscopio, il materiale viene debitamente riportato sulle carte. È così che si scopre come il sito sia scavato in modo da nascondere una serie di abitazioni rupestri, mentre si sta ancora cercando la necropoli, che sembra sfuggire a ogni possibile ricognizione.
Sulla cima dell’altura, fra lentischi, ginestre e sassi riarsi si staglia un’eredità che non ha bisogno di tecniche sofisticate per essere notata. Basta semplicemente sgranare gli occhi e rimanere in religiosa contemplazione. È il solitario e maestoso tempio, che ha come quinta il bosco della Pispisa e da due millenni e mezzo distribuisce incanto all’intera vallata con la sua bellezza esclusiva. Sorge verso la fine del VI secolo a.C. Di struttura rettangolare, risulta lungo 60,95 metri e largo 20,40. Ha un peristilio di 36 colonne, 12 delle quali si elevano su ognuno dei due lati maggiori e 6 sui minori. Quindi, come del resto quasi tutti i modelli del genere, possiede un fronte esastilo. Lo stile è tipico del dorico greco, nato nel Peloponneso e diffuso poi nelle aree colonizzate. I fusti, costituiti da 11 rocchi sovrapposti, si elevano direttamente sullo stilobate a tre gradini abbastanza spessi.
Il capitello che li sormonta, privo di decorazioni scolpite, è dato da un semplice guanciale rotondo di nome echino e dall’abaco quadrato. Rivela anche le ingegnose correzioni ottiche che gli architetti arrecano per annullare la tendenza dello sguardo umano a deformare le linee dei lavori di notevoli dimensioni. 
La trabeazione, dotata di triglifi e gocce, è leggermente convessa onde evitare l’illusione che la zona centrale ceda verso il basso. Le colonne poste agli angoli della facciata hanno un’impercettibile inclinazione verso l’interno allo scopo di cancellare o diminuire lo sgradevole effetto contrario. C’è pure l’entasi, ossia un piccolo rigonfiamento dei fusti a circa due terzi dell’altezza. Così si elimina l’inganno dei sensi per cui, sebbene perfettamente rastremati, paiono invece restringersi nella porzione superiore. Quanto alla materia impiegata, è il travertino di Alcamo. Per caratteristiche fisiche la roccia risulta molto simile a quella spugnosa e alveolare di Tivoli, ma è di tonalità cromatica più accesa. E se di primo mattino il colore è d’avorio, nelle ore di massima esposizione solare sprigiona sfumature aranciate.
Un sacrario non completato
Restano due particolari difficilmente spiegabili. Le colonne sono prive delle scanalature verticali in uso per snellire e rendere più slanciato l’aspetto. Inoltre mancano la copertura del tetto e il naos, vale a dire l’aula centrale in cui si venera l’immagine della divinità. La cosa, sommata con l’idea della genesi troiana, induce alcuni studiosi a negare persino l’identità dell’opera. In poche parole, la costruzione sarebbe soltanto un recinto chiamato ad attorniare un’ara sacrificale esterna per i riti all’aperto. L’idea viene avanzata inizialmente da Biagio Pace e ripresa in seguito da ulteriori autorevoli voci. Oggi è caduta, in quanto una serie di saggi di Dieter Mertens portano a localizzare senza più ombra di dubbio le fondazioni della fatidica cella. Non rimane se non l’altra quasi scontata spiegazione, ossia che la fabbrica é semplicemente un tempio non completato. La conferma verrebbe anche dal fatto che nel basamento dei fusti si possono ancora vedere le bugne necessarie a fissare i blocchi ed a consentire la loro posa. 
Però non si conoscono i motivi dell’interruzione e, proprio per rispondere ai perché in sospeso, sono tutt’oggi aperti ed attivi tre cantieri. Fra gli studiosi impegnati nelle ricerche figurano un’équipe universitaria di Pisa ed un gruppo di Siena.
E pensare che il magnifico monumento si conserva integro quasi per caso, viste le vicissitudini cui va incontro la collettività che lo edifica. Minacciata più volte nella sua esistenza, ad un certo punto ricorre all’aiuto degli ateniesi, che però sono sconfitti. Chiama allora Cartagine, con la quale ha buoni rapporti di vicinato per le prosperose teste di ponte create a Solunto, Panormo, Mozia e Lilibeo. Le truppe invocate giungono sotto il comando di Annibale Giscone, da non confondere con il condottiero che due secoli dopo valica le Alpi portando nella penisola 37 elefanti. Per preparare la spedizione occorre più di un anno e nella primavera del 404 a.C. approda una colossale flotta di 60 galee e 1500 navi da trasporto con soldati, cavalli e macchine belliche. Dalle imbarcazioni scende un esercito di circa 80 mila uomini, con i quali inizia un conflitto vittorioso, ma solo per gli invasori. Conclusi i combattimenti la città alleata, anziché ottenere gli ausili richiesti, è trattata quasi come i nemici e si ritrova sottoposta a gravosissime contribuzioni. Cerca allora di liberarsi del drammatico giogo inducendo il sovrano di Siracusa Agatocle ad un attacco contro la potenza africana. L’avventura però finisce in un disastro e questi, tornato in Sicilia, sfoga l’ira proprio contro Segesta, ritenuta la cagione principale dei dissesti subiti.
Diodoro Siculo, uno dei più attendibili storici dell’epoca, racconta in maniera minuziosa i terribili contorni della vendetta. Il tiranno ordina la fuoriuscita dalle mura urbane di tutti i poveri, che finiscono impietosamente scannati. Quindi é la volta degli aristocratici. Volendo sapere dove tengono nascosti i tesori di famiglia, li sottopone ai più strani e spaventosi supplizi. Molti sono incatenati ai raggi delle ruote dei carri, che poi i corsieri trascinano a folle velocità straziando i corpi indifesi. Altri sono lanciati in aria per mezzo di catapulte e cadono sfracellandosi a grande distanza. A parecchi fa tagliare i talloni e poi comanda che vengano fustigati per costringerli a correre tra i ciottoli e la polvere con i piedi mutili e coperti di piaghe. Alcuni sono bruciati a fuoco lento dentro il “toro di Falaride”, un bovino di bronzo escogitato da Perillo nel VI secolo a.C. per il dittatore di Agrigento. Il quale, mantenendo fede alla nomea d’uomo privo di scrupoli, inaugura lo strumento di tortura scegliendo come prima cavia proprio il suo ideatore. Le donne, abbandonate alle sevizie delle soldatesche, non hanno un trattamento più delicato. La popolazione, terrorizzata dinnanzi a tanta crudeltà, piuttosto che assistere inerme all’orrido martirio dei singoli, decide di dare fuoco alle case e di perire in massa tra le fiamme.

Gli epigoni di Troia rivivono così l’incendio della patria conosciuto dai loro progenitori e causa della dolorosa diaspora verso lidi stranieri. E non c’è bisogno del cavallo di legno concepito da Ulisse perché si consumi il mortale destino. Sono i cittadini in persona a decretare il momento della fine. Ma, se Ilio muore due volte e due risorge per rendere ancora più bello l’ultimo trofeo ai fatati Pelìdi, anche Segesta trova la forza di rialzare il capo gustando qualche nuova stagione di gloria. La pagina finale di splendore la scrive quando, durante le sanguinose guerre puniche, si schiera a fianco di Roma, dalla quale ottiene onori e benefici. All’inizio dell’era cristiana si presenta ormai come una comunità sfiorita e priva di prospettive. Abbandonata, assiste sgomenta alle irruzioni dei vandali, dei bizantini e dei saraceni, che le assestano il colpo di grazia. Le sue pietre sono costrette ad affrontare per secoli l’oblio assoluto. In parte, sotto le periodiche scosse sismiche, vengono inghiottite dalla terra. Quelle che sfuggono agli abissi scompaiono sgretolate tra l’erba dalle lente ma inesorabili morsure di cronos.
Anche il tempio sembra dover seguire il malinconico itinerario verso il nulla. Invece, sul finire del Settecento, si verifica una svolta inattesa quanto provvidenziale. Il principe di Torremuzza, emissario del governo borbonico e delegato alla tutela delle antichità, rimane rapito dalla malia del sacrario e stila un iniziale programma d’interventi sul prezioso colosso. Sotto la sua direzione un drappello di tecnici si dedica dapprima al restauro di due colonne molto deteriorate, il cui possibile cedimento provocherebbe danni irreversibili. Poi vengono parzialmente ricostruiti i timpani, ormai in grave stato di degrado. Nel corso del XIX secolo, dopo l’annessione della Sicilia al regno d’Italia, altre ristrutturazioni sono realizzate a cura del prof. Saverio Cavallari. Gli architravi, che rivelano pericolose fessurazioni, sono rinchiusi in una doppia robusta fasciatura di ferro. Si inseriscono poderose grappe di metallo fra i capitelli, evitando di ricorrere a fori o deturpare le membrature del monumento. Si sostituiscono anche i brani caduti del cornicione e, per eliminare o ridurre le infiltrazioni d’acqua piovana, il coronamento del complesso é rivestito di calcestruzzo e mattoni posizionati a doppia schiera. Oggi si seguirebbero ovviamente procedure di difesa meno invasive. Tuttavia, con le conoscenze ed i mezzi di allora, si tratta di lavori che giocano un ruolo non trascurabile nella salvezza dell’edificio.
La zona conserva nelle vicinanze le spoglie d’un secondo santuario, ubicato in contrada Mango e per tanti versi ancora semisconosciuto.
Le dimensioni sono ragguardevoli, ma l’area decentrata e le condizioni dell’insieme spiegano almeno in parte una presenza così discreta e quasi in sordina. Dopo circa un quarto d’ora di cammino si può invece raggiungere lo splendido teatro, che nell’impianto originario risale alla metà del III secolo a.C. ma subisce profondi rimaneggiamenti in epoca ellenistica. Viene scoperto nel primo ventennio del diciannovesimo secolo da un amatore, che si preoccupa di avvertire subito la locale commissione di belle arti. Su iniziativa del duca di Serradifalco, nel 1822 partono le prime campagne di scavi, che in breve restituiscono alla luce l’intera ossatura semicircolare. Il diametro é di 63 metri, 16 dei quali per l’orchestra e 47 riempiti dai sedili, direttamente ricavati nel tufo. Addossata all’altura, come la quasi totalità di queste strutture elleniche, guarda verso settentrione. Così, oltre la scena, si può sempre vedere il baluginare azzurro del Tirreno. Per la posizione e lo spettacolo naturale, che da solo gratifica ampiamente l’occhio, un apparato del genere non ha riscontri analoghi se non a Taormina. La cavea è costituita da sette cunei di sei gradinate. Suddivisa in due sezioni da una recinzione, é capace di contenere fino a 4 mila persone. Gli anelli in basso contano 20 ordini di posti e risultano ancora intatti, mentre quelli superiori appaiono meno conservati. Il “koilon” è chiuso da un muro di pietra con blocchi riquadrati di varie misure. In alcuni tratti gli specialisti riscontrano delle somiglianze con certe rovine rinvenute a Telmesso e Cirtene, in Asia Minore. Rilevano inoltre delle lacune tecniche nella periferia esterna, dove si incontrano linee rette ineguali ed imperfezioni imputabili ai progettisti o agli esecutori.
Questo non toglie nulla all’agibilità del complesso, che allestisce ogni anno una nutrita serie di appuntamenti. Si rappresentano commedie di Euripide, Aristofane e Plauto, ma anche di Molière, Pirandello o Eduardo De Filippo. Né mancano le opere liriche, come “Tosca” di Giacomo Puccini oppure “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini. Intanto le prospezioni continuano ed aprono nuove piste d’indagine. Si sa ad esempio che sotto gli spalti c’è una grotta con reperti d’epoca preistorica, mentre ai margini si celano ruderi arabi, tra cui un castello ed una moschea. Quindi il luogo potrebbe riservare in futuro chissà mai quali altre sorprese.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Il solitario tempio di Segesta ai piedi del colle Barbaro
- I resti di Selinunte, nemica storica degli Elimi di Segesta
- Il fronte esastilo della costruzione
- Uno dei capitelli, costituiti dall’echino e da un abaco quadrato
- Il basamento dei fusti con le bugne necessarie a fissare i blocchi
- L’interno del tempio, privo dell’aula centrale
- Il teatro di Segesta, localizzato nel primo ventennio del XIX secolo
- I sedili ricavati direttamente nel tufo