La quarta parte del reportage di Marco Grassano su Creta è dedicata allo spostamento da Iraklio a Cnosso.
Facciamo colazione nel seminterrato dell’albergo. Alle pareti, foto d’epoca della città, di vario formato. Nell’angolo a destra della scala da cui si scende, il self service per prelevare pane, dolciumi, marmellata, fiocchi d’avena, succo di frutta, denso yoghurt greco da scucchiaiare nelle coppette, caffè, latte e, per chi lo gradisce, l’apporto proteico di uova sode. Sui tavolini marroni, contenitori monodose di burro, tovaglioli di carta, zucchero in bustine, un vasetto di polvere di cannella e il barattolo col miele, indispensabile, qui, per dolcificare lo yoghurt.
Vogliamo visitare Cnosso. Ci fermiamo nel negozio di ortofrutta, a comprare un paio di banane, dell’uva, qualche pesca, bottigliette di acqua minerale. Il proprietario, abbastanza anziano, ci si rivolge in greco, in tedesco e un po’ in inglese. Ci fa capire di aver lavorato in Germania, per poi tornare a Creta e mettersi a svolgere questa attività. Vado dentro a pagare.
Mi sembra di essere in una botteguccia di paese, di quelle della mia infanzia. Da dietro il banco, l’uomo fa il conto e dice la cifra – un’inezia. Io la ripeto in greco, stupendolo un po’: “Ο κύριος μιλάει ελληνικά?”. Preciso subito: “Μιλάω πολύ λίγο”, lo parlo assai poco. La pesca che mangio è grande e dolcissima, non ne avevo mai assaggiate di simili. Effetto del poderoso sole cretese…

Ci portiamo sul lungomare, per raggiungere la macchina. Nel tratto di marciapiede a due livelli che avevamo percorso arrivando con le valige, ci incuriosisce un grande, lucido toro dall’apparenza bronzea, con alla base un cerchio di rotelle che consente di spostarlo. Pensiamo evochi chissà quale immagine mitologica, ma in realtà ha lo scopo di reclamizzare la macelleria (Κρεοπωλείο) di fronte alla cui vetrina è posizionato.
Partiamo. Il navigatore ci fa incartare in vicoli improbabili, forse perché non interpretiamo correttamente le sue indicazioni. Decidiamo di lasciarlo perdere e di affidarci alla mappa cartacea. Torniamo sulla litoranea. Ci dirigiamo verso il porto. A metà della sua area, prendiamo a destra.
Proseguiamo tra i soliti edifici bassi, caotici di auto e persone. Una fila di palme, poi inframmezzate da oleandri, scandisce per un lungo tratto l’aiuola centrale. L’indicazione per Κνωσσός invita a tirare dritti in una convergenza di strade, passando sotto un cavalcavia. Luce battente su ogni cosa. Spartitraffico di mirti e di tondi ligustri che li sovrastano, poi di arido calcestruzzo. Il mercatino in uno spiazzo a bordo strada crea qualche rallentamento. Alta su di noi, incrocia il nostro cammino l’ampia Statale.
Perdurano le costruzioni basse. Ricompaiono, a separare le carreggiate, palme e cespugli. Sembra di essere, ora, in una via periferica di Valenza Po. Un susseguirsi di piccole rotonde. Palme più giovani. Abbandoniamo gradualmente il caseggiato. Attorno, la vegetazione aumenta, mentre la carreggiata si restringe e si fa unica.
Siamo in una quasi campagna ulivata, lungo un viale di conifere che cedono presto il posto a un proliferare di ailanti: fitti, abnormi. Ora viaggiamo in mezzo ad ampi uliveti con sesto d’impianto regolare. Colline si avvicinano di fronte a noi. Pini a ombrello sui cigli. Eccoci a Cnosso.
Sulla sinistra, l’indicazione di un parcheggio ελευθέρο, ossia (fin qui ci arrivo) “libero”. Alcune persone stanno sedute all’ombra di due frondosi ulivi dal tronco imbiancato a calce. Uno di loro, brizzolato, si alza e ci invita a entrare, facendo gesti ampi e gentili. L’area non ha pavimentazione.
Un ragazzo ci segue a piedi e ci fa lasciare la macchina sotto uno degli ulivetti che costellano il terreno, così da averla parzialmente riparata dai raggi solari. Parla solo greco. Gli uomini seduti all’ingresso, invece, sanno comunicare in inglese; quello che gesticolava conosce persino un po’ di italiano. Ci dicono che si tratta del parcheggio privato del ristorante Πασιφάη, che però lo mette a disposizione gratuitamente.
Andiamo al bancone di legno sotto la tettoia e prendiamo dell’acqua aggiuntiva, immaginando già di dover effettuare la visita delle rovine al sole e al caldo. Ci ripromettiamo di accomodarci, per qualche consumazione, alla fine del percorso.

Proseguiamo lungo la strada asfaltata. Ci lasciamo indietro l’ampio parcheggio per i pullman. Dopo un albereto, si schiude l’area di sosta, più piccola, per le auto, asfaltata e priva di ombra. Meglio aver lasciato la nostra macchinetta là dov’è. Di fronte, una fila di grandi chioschi vende carabattole turistiche di ogni tipo, ma certo a prezzi ben più modici che da noi.
Un passaggio, coperto di canniccio, conduce a un cancelletto di ferro, dopo il quale ci mettiamo in (breve) coda di fronte alla squadrata costruzione di legno scuro in cui sono aperti due sportelli.
Il biglietto costa 16 euro, ma è comprensivo della visita al Museo Archeologico di Iràklio, che faremo nel pomeriggio. Gli studenti non pagano. Mostriamo, riprodotto sul cellulare, il certificato di iscrizione universitaria di Ester; così, controllando il documento di identità, l’addetta le rilascia l’entrata gratuita.
Quarta parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Il toro della macelleria
- Arrivando al Palazzo