Già nel Quattrocento esiste a Valeggio sul Mincio un casale, di cui restano tuttora tracce del tetto a cassettoni. I proprietari sono i Guarienti, ma due secoli dopo il podere passa per via ereditaria ai Maffei. Questi, tra il 1692 e il 1694, decidono di erigere un’opera architettonica d’ispirazione palladiana e affidano il progetto a Vincenzo Pellesina. Nasce un edificio neoclassico a tre fornici, cui corrisponde al piano superiore una loggia architravata sorretta da colonne con capitello composito. Agli inizi dell’Ottocento compare anche un’ampia area coltivata, inizialmente estesa su circa 20 ettari. Ed è qui che Ippolito Pindemonte, il poeta cui si rivolge Ugo Foscolo nel celebre carme Dei sepolcri, si trova spesso a passeggiare e riflettere, anche perché cugino dei padroni di casa. L’ambiente d’intorno induce il letterato a scrivere nel 1817 una dissertazione sui parchi britannici e a indicare alcuni loro qualificati anticipatori, tipo il Boccaccio o il Tasso. Citando l’autore de La Gerusalemme liberata riporta anche un’ottava, che recita:
Poiché lasciar gli avviluppati calli,
in lieto aspetto il bel giardin s’aperse:
acque stagnanti, mobili cristalli,
fior vari, e varie piante, erbe diverse,
apriche collinette, ombrose valli,
selve, e spelonche in una vista offerse;
e quel, che il bello e il caro accresce all’opre,
l’arte, che tutto fa, nulla si scopre.

Ma in un primo momento il sito sembra ricoprire un ruolo di rilievo soprattutto per la posizione strategica. Nel 1848, durante la prima guerra d’indipendenza, la villa ospita Carlo Alberto, proprio alla vigilia della sconfitta di Custoza del 23-25 luglio. Poco dopo è occupata dal maresciallo Radetzky. Nel 1859 diviene il quartier generale di Napoleone III, come testimoniano gli scatti di Leon Medin, fotografo personale dell’imperatore con l’incarico di seguirlo in ogni spostamento. Non manca neppure Francesco Giuseppe d’Austria, che avrebbe scrutato da un poggio l’evolvere della terribile battaglia di San Martino e Solferino. Il cambiamento decisivo si verifica un giorno di marzo del 1941. Si è in pieno conflitto mondiale, la benzina scarseggia sempre più e il titolare di un’industria farmaceutica di Milano si reca nel Veronese per comperare un calesse. Casualmente vede la tenuta, inutilmente in vendita ormai da un quinquennio. Il luogo gli appare abbastanza disadorno. Produce un po’ di frumento e viene utilizzato soprattutto per la raccolta di legname, fra l’altro con tagli indiscriminati e poco razionali. Però lo colpisce la maestosità di certi alberi e, dopo qualche comprensibile titubanza, alla fine decide di acquistarla.
Probabilmente l’intenzione è di curare ed eventualmente espandere da subito il parterre, che soffre d’una sete endemica. Scopre però che, in base a una vecchia legge, pagando una modesta tassa gli è consentito attingere acqua dal fiume contiguo. Costruisce allora nei punti più elevati una serie di voluminose vasche. Le quali, una volta riempite, per semplice ricaduta riescono a irrigare l’intera proprietà. Alla loro azione associa un articolato sistema di tubature sotterranee, che raggiungono complessivamente i 100 chilometri, in modo da garantire le risorse idriche a ogni zona del terreno. E, per sapere con precisione dove transitano le condutture, traccia una dettagliata mappa degli impianti. In questo modo un suolo fortemente calcareo, posizionato ai margini delle colline moreniche vicine al lago di Garda, si trasforma in un habitat straordinariamente fertile, in grado di offrire un originale aspetto di flora mediterranea innestato in un paesaggio nordico. Così nasce il Parco Sigurtà, considerato ormai uno dei più splendidi paradisi naturali a livello internazionale.
Aperto al pubblico dal 1978, oggi vanta un’estensione di 60 ettari, che corrispondono a oltre 100 campi di calcio regolamentari, ed è innanzitutto uno spettacolo cromatico scandito dagli eterni ritmi delle stagioni. La primavera debutta a marzo con la fioritura di narcisi, viole e crochi, mentre i tappeti erbosi e le zone boschive si vestono d’un verde dalla infinite sfumature. In contemporanea sbocciano quasi un milione di tulipani, che creano macchie bianche, gialle, purpuree e ciclamino. Né mancano le tonalità particolarmente cariche dei Queen of the night, che sfiorano il nero assoluto. In aprile è la volta dei 600 mila iris, con i petali a struttura simmetrica e le foglie che assumono la sagoma dei ventagli.

A maggio, nel viale loro dedicato, si assiste al germoglio di 30 mila rose. Sono di due tipologie, Queen Elizabeth e Hybrid Polyanta, e si possono definire da collezione perché introvabili sul mercato. Con i calori estivi sbocciano le oltre 250 ninfee rustiche e tropicali, che galleggiano placide nei 18 laghetti. Le loro corolle carnose assumono colorazioni che vanno dal bianco al blu elettrico e sembrano nostalgicamente ricordare le mirabili tele impressionistiche di Monet.

In autunno tocca agli aster, chiamati a pennellare d’azzurro il piano e i leggeri declivi. Le Bucoliche di Virgilio li additano come graditi alle api e sostengono che a volte si intrecciano a collana per ornare gli altari degli dei.
Gli aceri giapponesi, da parte loro, diventano quasi dei giochi pirotecnici con una tavolozza che oscilla tra il rosso, l’arancio, il corallo e il paglierino. Per non parlare della processione di pini, faggi, ulivi, salici e alberi smeraldo, così denominati per la gradazione dei fusti, dovuta alla pellicola di muschio che si forma grazie al clima umido e ombreggiato. C’è poi la Grande Quercia, vecchia di oltre 400 anni. Il tronco arriva a un diametro di misure spropositate e la chioma copre un’area di quasi mille metri quadri. Ed è sotto i suoi rami che il marchese Scipione Maffei stende lunghi brani della tragedia Merope.

Svettano anche alcuni esemplari di Ginkgo biloba, una pianta esportata dalla Cina le cui prime radici risalgono all’era mesozoica. Leggendaria per l’incredibile robustezza, è sopravvissuta persino alle radiazioni prodotte dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. A tutto questo si devono aggiungere i 32 mila esemplari di boxus sempervirens, ammirati da artisti come Emile Gilioli ed Henry Moore, che da intenditore si sbilancia nel definirli “sculture vive”. Rasi e pettinati per anni, sfoggiano a volte aspetti antropomorfi, animali o semplicemente curiosi. E comunque stuzzicano la fantasia come in una shakespeariana selva d’elfi da Sogno d’una notte di mezza estate.
Lungo il cammino tra la vegetazione s’incontrano alcuni manufatti più o meno preziosi, se non altro per le vicende e i ricordi legati al luogo in cui si trovano.
In un angolo, circondato dai cipressi, si erge l’eremo neogotico del secondo Settecento dedicato a Laura di Canossa, moglie del conte Antonio Maffei. Dotato di timpano e rosone, ha un’ampia bifora nel mezzo della facciata e due finestrelle esilissime ai lati.
È preceduto da un’erta scalinata, che parte da quattro specchi d’acqua. All’angolo opposto si può ammirare la meridiana orizzontale “Giulietta e Romeo”. Ideata nel 1992 dall’ing. Dante Tognin di Padova, reca inciso il motto latino: Omnibus lucet sol, omnibus fulgeat pax. La struttura è costituita da un poderoso pilastro di sostegno e da una mastodontica piastra quadrata, detta anche quadrante solare, che comprende la scacchiera del tempo formata da 24 rette (le mezzore) e da 6 curve (le iperboli mensili), l’occhio del cielo con l’equazione del tempo riferita alla longitudine della località, lo gnomone, la semicorona e l’asta degli equinozi. L’insieme ha una superficie di 24 metri quadrati e uno spessore di 24 centimetri. Si tratta in sostanza di multipli e sottomultipli di 60, secondo il sistema sessagesimale introdotto dai babilonesi nel IX secolo avanti Cristo. Data l’eccezionale solidità dei materiali impiegati, il singolare orologio vanta anche una garanzia particolarmente lunga: 26 mila anni.
A poca distanza sorge il monumento bronzeo a Carlo Sigurtà, artefice del magnifico complesso ecologico. La statua, alta quasi 3 metri, è firmata dallo scultore Dante Carpigiani e fissa il soggetto nel suo atteggiamento abituale: il viso sereno, l’inseparabile bastone e lo sguardo rivolto verso l’ampia conca erbosa in atto d’affabile attesa dei visitatori.

Più in basso ci sono la Rotonda degli incanti, ispiratrice dell’omonima sinfonia al compositore Federico Ghisi, la Pietra della giovinezza, accompagnata da una stele che reca incisa una poesia di Samuel Hulman, e la Grotta di Gianna, eseguita in stile rocaille con numerosi fossili incastonati. Un tempo tranquillo rifugio per conversare con gli amici discutendo d’arte e filosofia, nel 1942 assume un valore essenzialmente votivo e viene dedicata alla Vergine di Lourdes.
Ma tra le opere più curiose figura il castelletto, all’inizio eretto come sala d’armi e adesso scrigno in cui si conservano le memorie storiche, letterarie e scientifiche della famiglia. All’entrata una targa ricorda i nomi dei luminari e premi Nobel invitati per convegni internazionali: lo scopritore dei sulfamidici Gerhard Domagk, della streptomicina Selman Waksman, della penicillina Alexander Fleming e del vaccino orale contro la poliomielite Albert Sabin. Né va dimenticato Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia. Anzi, a partire proprio da quest’anno, per onorare lo studioso nel ventennale della scomparsa, apre al pubblico anche l’antica fattoria. La quale, pur mantenendo il fascino della tradizione agricola, assume un carattere ludico e didattico per bimbi e famiglie. I piccini possono così incontrare e forse vedere per la prima volta asini, pecore di razza Brogna, anatre germinate venete, tacchini bronzati e galline ermellinate. Se poi si getta lo sguardo all’elenco degli ospiti accolti per motivi più mondani o per il semplice desiderio di ammirare questo incantevole eden, si scoprono nomi come la regina di Spagna Vittoria Eugenia, il sovrano Costantino di Grecia, i principi del Liechtenstein, Carlo d’Inghilterra, i reali del Belgio, le mogli dei presidenti della repubblica Gronchi e Mario Soarez, il cancelliere Helmut Schmidt, Maria Callas e tanti altri. D’altro lato è qui che nel 1954 Luchino Visconti gira alcune delle scene di Senso, con la tormentata storia d’amore della nobile Livia Serpieri e del tenente austriaco Franz Mahler.
Per dilatare ancor più i contatti con un mondo così straordinario negli ultimi anni si organizzano singolari iniziative estemporanee. Una delle più seguite è la fiera dei vecchi mestieri, come ad esempio quello della lavorazione della seta, nata in Asia 8 mila anni fa. Vengono ricostruiti tutti i passaggi necessari ad arrivare al prodotto finito: dalle uova ai bachi vivi, adagiati nei vari stadi d’età sulle foglie di gelso, fino alle ceste di bozzoli portati all’opificio, dove si procede alla trattura e alla realizzazione dei filati. Da ultimo si ricostruisce la fase della tintoria, quando i tessuti sono impreziositi con colori naturali quali la curcuma, la ginestra, la cocciniglia, la robbia, il melograno, la noce, il verzino e altri. Né mancano esemplificazioni sull’uso del prezioso materiale per ottenere i merletti a fuselli e il macramè, una tecnica d’origine araba che consiste nell’intreccio delle fibre in una serie di minutissimi nodi. Un discorso analogo vale per il trattamento della lana, dipanata con la cardatura e tessuta al telaio. Ad attirare soprattutto i più giovani cade in settembre l’esibizione dei Cosplay, ossia la moda di agghindarsi come i personaggi dei cartoni animati. I patiti di film fantasy, videogiochi e fumetti hanno modo di sfilare in costume sotto le vesti dei Pokemon, del trio Dragonball, di Winnie Pooh, delle principesse Disney e via dicendo.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Parco Giardino Sigurtà
Valeggio sul Mincio (Verona)
Informazioni:
Tel. 045.6371033
www.sigurta.it
Apertura: dall´8 marzo all´8 novembre 2009, tutti i giorni con orario continuato. Ingresso dalle ore 9.00 alle 18.00. Chiusura alle 19.00
(Durante marzo, ottobre, novembre: ingresso 9.00-17.00. Chiusura alle 18.00)
Didascalie:
- Uno scorcio del Parco Sigurtà di Valeggio sul Mincio
- La zona dei laghetti fioriti
- Un tratto del viale delle rose
- Le ninfee che compongono quadri alla Monet
- La Grande Quercia, vecchia di oltre 400 anni
- L’eremo neogotico
- Il monumento al fondatore Carlo Sigurtà
- Il castelletto