Le nostre valli appenniniche offrono, a chi sa coglierle, tante piccole gioie sensoriali. Grazie alle particolari condizioni climatiche di quest’anno, attorno alla casa di Vigana abbiamo potuto beneficiare della compresenza di ginestre in piena fioritura, lavande appena sbocciate e un profluvio di spighe di erba viperina (Echium vulgare).

Piacevole per gli occhi, innanzitutto: il giallo solare, luminoso delle ginestre alonava, in un delizioso accostamento, l’indaco delicato o – a seconda dei cespi – il viola carico dei fiori di lavanda. Ma avvolgeva anche, con un potente abbraccio cromatico, le infiorescenze della viperina, i cui petali minuscoli andavano dall’oltremare all’azzurro elettrico al rosso-rosaceo, marezzandosi rispettivamente di striature rosse, rosa e blu.

L’Echium non dà sensazioni olfattive particolari. Ma che dire, invece, della mistura-sovrapposizione tra l’aroma soave che esala da un’ampia ginestra (“al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo / che il deserto consola” scrisse Leopardi) e la forte, sublime essenza delle vicine lavande? Se, per non farsi distrarre dal paesaggio e dal cielo, si chiudono gli occhi, ci si sente quasi involare sulle ali di un effluvio che, come efficacemente osservò Catullo, “tu cum olfacies, deos rogabis totum ut te faciant nasum” – quando tu l’annuserai, pregherai gli dèi affinché ti rendano tutto naso.
Sono, le tre, piante mellifere, i cui fiori vengono avidamente bottinati da farfalle multicolori e da imenotteri di ogni specie, in particolare api e bombi. Il loro ronzio sonoro, fitto e costante, è un piacevole, pigro bordone che quasi assopisce il pensiero, durante tutte le ore di luce.

Anche un’attività assai meno contemplativa, come il taglio dell’erba, può fornire però, da questo punto di vista, percezioni di acuta bellezza. Se si abbandonano gli assordanti tremiti convulsivi del decespugliatore e si torna alla vecchia falce fienaia, si riscoprono spazi sonori piacevolmente desueti: il sibilo della lama nell’aria, il secco crepitio degli steli via via che vengono recisi, il fruscio delle foglie che scivolano al suolo quando si risolleva l’attrezzo per assestare il colpo successivo…
L’olfatto, dopo un po’, è sommerso da un’intensa fragranza vegetale, come accade a Konstantin Levin, sdraiato sotto le stelle, in una celebre pagina di Anna Karenina.
Quando, a lavoro finito, ci si volta indietro, osservando la distesa di fusti riversi brillare al sole potente e seccare con rapidità, il pensiero corre a D’Annunzio, stavolta: “su’l grano che non è biondo ancora / e non è verde / e su’l fieno che già patì la falce / e trascolora…”.
Ecco che le parole dei grandi autori sanno venirci in aiuto anche per meglio apprezzare la nostra umile quotidianità.
Marco Grassano
Didascalie:
Ginestre ed erba viperina
Ginestre e lavande
Erba falciata
Questo testo verrà prossimamente pubblicato sulla rivista del Circolo Lunassese “A ‘Tnàbra” – “La Battola”.