
Nessuno è ancora in grado di fornire una cifra ufficiale. Tuttavia, stando a stime approssimate per difetto, le chiesette romaniche disseminate negli angoli più disparati della Sardegna sono almeno una settantina. Si tratta di un patrimonio d’eccezionale valore, per buona parte sopravvissuto alle vicissitudini storiche. Gli esemplari risultano eseguiti con i materiali più vari: dal granito alla pietra lavica, dal calcare alla trachite. Di quest’ultima vengono sfruttate un po’ tutte le tonalità cromatiche: il bianco, il rosa, l’ocra, il rosso vivo, il grigio, il bruno, il nero. Un’incredibile gamma di colori che mutano d’intensità anche sulla superficie della stessa lastra e che si accendono e si spengono progressivamente con il variare della luce solare. Un discorso analogo riguarda la resa stilistica, che rivela l’originale elaborazione di motivi altrove consolidati, la freschezza di accostamenti eterodossi, i timidi accenni alle nuove idee approdate nell’isola, il persistere di soluzioni altrove già superate, l’affiorare di moduli arabi, bizantini, catalani, provenzali, lombardi, lucchesi e pisani.
Se le maestose cattedrali gotiche sono quanto di più monumentale e solenne la religione cristiana abbia concepito, qui si è di fronte a vere e proprie miniature. Gli edifici, semplici e scheletriti, spesso sono privi anche di membrature che altrove vengono ritenute essenziali. La cupola e il battistero sono considerati ornamenti troppo sfarzosi, oltre che di complicatissima esecuzione. Anzi, quasi tutti gli elementi circolari o sferici risultano letteralmente depennati dai progettisti, che devono fare i conti con l’estrema povertà di mezzi disponibili. Molti non hanno neppure il campanile e in alcuni casi i bronzi con il battaglio sono appesi sopra il tetto, in bella vista o celati dietro il timpano. Persino le finestre, a volte, rappresentano un problema non da poco. Per cui, in luogo delle sontuose vetrate basilicali, si incontrano pertugi più o meno squadrati o oculi d’emergenza per garantire almeno l’ingresso di qualche raggio obliquo. Le principali note espressive si concentrano quindi nell’impaginazione parietale.
La regola dell’asimmetria

Tra i più suggestivi in prima fila si colloca il piccolo tempio di San Platano a Villaspeciosa, ubicato vicino ai resti delle antiche terme di San Cromazio. Si trova in mezzo a un campo e viene eretto nel 1144 dai monaci Vittorini di Marsiglia spogliando la precedente struttura. La facciata, d’una semplicità esclusiva, è mossa dai manufatti di recupero, che sembrano innestati in maniera del tutto casuale e danno come l’impressione di un’opera prodotta scordando le più elementari regole della razionalità e della simmetria. Squisitamente romaniche sono le due ruote a tarsie geometriche in bianco e nero. Nello specchio centrale, invece, un pannello decorato a intreccio rivela senz’ombra di dubbio l’ascendenza bizantina.

Ancora diversa, se non altro per la sobrietà, si presenta la tribuna, con la superficie scompartita da esili colonnine sormontate da piccoli capitelli scolpiti e da una sequela d’archetti pensili. Due monofore a gradoni, ma ricavate a mezz’altezza, assicurano il chiarore all’interno. È proprio questa congerie di caratteristiche, a prima vista assemblate accidentalmente, a rendere l’insieme un “unicum” nel suo genere. Le pietre disegnano un’ossatura singolarissima, che a volte risponde a esigenze d’ordine architettonico, ma poi si perde a inseguire dettami diversi, che paiono quasi usciti da un libro di fiabe.
Ricca d’un fascino particolare è anche la cattedrale di Santa Giusta. Dando credito alla leggenda, si erge vicino a Hiadis, un’antica città sprofondata nel grande stagno della zona perché il cielo deve in qualche modo punire i rituali idolatrici della popolazione. Tutt’intorno gli scavi archeologici trovano numerose tracce di strutture puniche. Questo porta ad arguire che il sito costituisca un polo attrattivo fin dalle civiltà più remote. La costruzione è in conci d’arenaria e risale agli anni 1135-45. Originariamente ricopre il ruolo di sede dell’omonima diocesi, soppressa agli albori del Cinquecento. L’interno appare a tre navate, divise da colonne sottratte a Neapolis e integrate con altre di fattura medievale. E qui si conserva un tabernacolo d’arte lombarda del Quattrocento. La cripta, pure con fusti antichi, sorgerebbe sul luogo del martirio della santa cui la chiesa è dedicata, con ogni probabilità cittadina di Tharros.

L’elenco comprende poi San Nicola di Ottana, insolitamente preceduta da una fastosa scalinata. Eretta all’inizio del XII secolo su una fabbrica precedente, subisce un primo crollo intorno al 1160. La riedificazione viene condotta a termine alla fine del Duecento. Del complesso originario rimangono la facciata e la fascia del lato sud. L’insieme è interamente realizzato con blocchi di trachite nera e violacea. La pianta contempla una sola navata. Il primo ordine risulta scandito da tre archi, chiusi da pilastrini e ornati con i tipici motivi toscani a rombi. Anche nella seconda fascia compaiono gli stessi fregi, con l’aggiunta d’una bifora. Il frontone è invece diviso in cinque archi, abbelliti con ciotole in maiolica. Il muro laterale sinistro, bicolore, è diviso da sei strette lesene, mentre quello destro appare monocromo. L’interno conserva il noto polittico di Mariano IV d’Arborea, che raffigura il patrono di Mira con San Francesco. Le ipotesi più aggiornate attribuiscono la tela alla scuola della corte d’Angiò o alle botteghe senesi di Martini e Lorenzetti.
Per non parlare di Santa Maria di Sibiola, a Serdiana, voluta tra gli olivi dai frati benedettini verso la fine dell’XI secolo. Qualcuno lega lo strano nome a quello della Sibilla, ipotizzando la sacralità del luogo attraverso il culto della celebre profetessa.

Il minuscolo stabile presenta una pianta a due navate diseguali. Ognuna ha abside semicircolare e ingresso divisi da ariose arcatelle posate su piedritti cruciformi. Il prospetto è incorniciato da due paraste laterali e da una serie di volute pensili. Nella zona superiore corrono delle listature delimitate da una serie di coppelle circolari rivestite di ceramica e da un rosone a disegno geometrico floreale. In certi tratti il paramento sembra quasi la tavolozza d’un pittore. Caratteristica pressoché esclusiva è la scala in muratura per l’accesso al tetto, incorporata sul lato sinistro e sorretta da mensoloni: ricorda in qualche modo le gradinate interne dei nuraghi. Il lato destro è contraddistinto da un portale sovrastato da una stretta monofora.

Poco fuori l’abitato di Uta si incontra la splendida Santa Maria, rimasta pressoché indenne da modifiche e depredazioni. Anch’essa si deve ai frati d’oltralpe e risale agli anni fra il 1135 ed il 1145. Le maestranze sono di varia origine. Una conferma si avrebbe da due croci firmate in stile francese e pisano. È in conci di calcare venato estratto da cave di Teulada.
La facciata appare spartita orizzontalmente in due da una cornice d’influenza araba, che gira tutt’intorno. Nella parte inferiore il telaio è dato da uno zoccolo a scarpa e ampie paraste d’angolo. È suddiviso in tre specchi da esili lesene, raccordate fra loro da una serie di archetti a triplice ghiera. Sono quattro a sinistra e cinque a destra, quasi a ribadire l’armonia del dissimile. Il portale, composto da un architrave monolitico che poggia su due stipiti, è alleggerito da un arco a blocchi alternati di roccia scura e biancastra. Una bella rosa traforata è inserita al centro della lunetta, mentre gli stipiti recano due capitelli in stile corinzio e nella ghiera dell’arco appare impresso un motivo geometrico. Le mensole sono duecento ed esibiscono le decorazioni più singolari: foglie, teste umane, nodi, cervi e vitelli.
La pianta è longitudinalmente divisa da arcate con relative colonne. Alcune di esse si presume derivino da un antico tempio romano o paleocristiano. Sotto la mensa sono conservati due leoni di marmo, che in origine si trovavano ai lati del frontone, e un paio di capitelli da stipite. Tre gradini danno accesso al presbiterio, che risulta elevato rispetto al resto. La nicchia dell’altare reca un simulacro della Vergine, ritenuto miracoloso. L’abside è coperta con una calotta di pietrame a mezzo cerchio. Durante lavori di rinnovo della pavimentazione si sono eseguiti scavi che hanno messo in luce le fondamenta d’un anteriore sacrario, la cui pianta è segnalata al suolo da piastrelle di diverso colore. La navata laterale sinistra reca una porticina, che nel passato conduceva all’antico romitorio e all’annesso camposanto. Del chiostro resta soltanto un pozzo, da cui sgorga un’acqua che si dice dotata di poteri prodigiosi. Una tradizione narra che queste virtù vengono svelate da uno strano cavaliere apparso al sacrestano gravemente malato. “Làvati e prega”, gli dice il misterioso personaggio. Egli lo ascolta e d’improvviso guarisce.
Un cenno a parte merita San Pietro a Zuri, assemblato in lastrame vermiglio delle cave di Bodoni. Concluso nel 1291, si deve a un non meglio identificato Anselmo da Como. La sua storia è del tutto speciale e anticipa cronologicamente quanto succede alla chiesetta pisana di Santa Maria della Spina, minacciata dall’Arno, o ai colossi egizi di Abu Simbel, aggrediti dalle piene del Nilo. È infatti smontato e ricomposto più in alto nel 1923, allorché si abbandona l’antico villaggio a causa della creazione di un bacino artificiale alimentato dal fiume Tirso. Pur essendo il materiale per la maggior parte ancora in buone condizioni, nel trasporto da Seddargius all’altipiano subisce qualche lesione e viene accatastato in disordine. Si rende quindi necessaria una cernita per rimuovere o riquadrare quello più danneggiato. Nel 1416 le spoglie mura assistono all’omicidio del nobile Valore Delizia e del figlio Bernardo. Per sfuggire agli assassini i due tentano di proteggersi dietro la statua del patrono, che ancora oggi mostra tracce di sangue degli sventurati. Particolarmente suggestivo è il portale a strombo raccordato con specchi laterali attraverso la cornice superiore e lo zoccolo di base, ma anche e soprattutto tramite il fregio continuo sopra l’ingresso che si espande. Caratteristici sono i capitelli dei pilastrini, ornati da foglie d’acanto e figure antropomorfe. Uno dei più conosciuti e ammirati ritrae il folcloristico “ballu tundu”, eseguito ancora oggi nelle feste paesane.

Come libro di storia locale è San Pietro delle Immagini, a Bulzi. Il nome deriva dal fatto che un ignoto scalpellino ha inciso sull’architrave bizzarre icone dall’aspetto indecifrabile. La tradizione popolare lo chiama anche “Su Rughefissu”, ossia “Il Crocifisso”. È un lavoro romanico nato in tre fasi diverse a partire dal 1050. Lo si può arguire semplicemente osservando le pareti, nelle quali spiccano i diversi tagli delle pietre: piccoli conci chiari e rozzamente squadrati all’inizio, cantoni più scuri e meglio sbozzati nel secondo, pezzatura ben rifinita nel terzo. All’ultimo periodo, ossia al 1250, risalgono l’abside, il transetto e la facciata. È comunque eretto su una fabbrica bizantina, a sua volta sorta su ruderi romani, come lasciano pensare alcuni reperti rinvenuti sul posto. Ha un’origine monastica, essendo donato nel 1117 dal donnikello Gonario de Laccon ai benedettini di Montecassino. Ai lati figurano incise due meridiane, gli unici orologi che con lo spuntare del sole scandiscono la giornata di fatica e preghiera dei frati. Sul muro del transetto, sbalzato sotto il secondo arco, campeggia invece l’omega, segno della fine dei tempi.
Simboli di vita e di morte
Sopra i peducci restano altri simboli: il rotolo del giudizio di Dio e il settimo sigillo, emblemi apocalittici che ricordano l’aldilà e rivolgono lo sguardo verso il regno dei morti. Nelle mensole della testata nord, invece, si inneggia alla vita e alla salvezza. Un fascio di grano ricorda l’eucaristia. Ai lati una foglia e un fascio di legna, un germoglio d’acanto e di palma, la testa di toro e dell’ariete evocano rispettivamente l’azione salvifica dell’acqua e del fuoco, l’immortalità e il sacrificio. Sulla centina che orna la prima monofora superiore si vedono una faccia ed una mano aperta. Porgono il primo saluto o il commiato ai viandanti che battono l’antica strada lungo il fiumiciattolo di fondovalle. Nella formella sull’architrave dell’ingresso sono appena leggibili tre icone sommariamente scolpite. Forse, come vuole la tradizione, rappresentano San Benedetto sorretto in punto di morte da due discepoli. Con ogni probabilità il pannello risale al primo ampliamento e viene posto in piena evidenza a perenne ricordo dei laboriosi fondatori. Alll’estremità orientale di Sinis spicca un’antica costruzione in blocchi di arenaria. È la cattedrale di San Giovanni Battista, così intitolata dall’arcivescovo di Arborea ed eretta nel VI sec. d.C., proprio ai primordi dell’impero bizantino.

A croce greca, vale a dire con quattro bracci uguali, ha la calotta impostata su archivolti che collegano quattro piloni. L’edificio dura nella versione originale circa tre secoli e si propone come modello di riferimento per l’architettura sacra successiva. Poi subisce continue modifiche e una quasi completa ristrutturazione nelle ultime fasi dell’alto medioevo. L’interno conserva una statua del patrono che diviene protagonista ogni prima domenica di settembre. Nell’occasione, infatti, viene solennemente portato a Cabras, dove rimane nove giorni. Durante il viaggio di ritorno l’icona è accompagnata da centinaia di ragazzi vestiti di bianco e scalzi. Il rito risale molto probabilmente al 1620 e simula il salvataggio della zona dall’invasione dei mori. La leggenda narra infatti che la gente, tolte le normali scarpe, si lega ai piedi delle frasche per sollevare più polvere possibile, sembrare più numerosa e impaurire così gli invasori saraceni.
L’elenco potrebbe proseguire a lungo ricordando almeno lo screziato San Lussorio di Fordongianus, l’esotico San Saturno, il fulvo San Nicola di Villaputzu, l’azzurrognolo San Lorenzo di Silanus, il tenebroso santuario di Bonacattu, il disadorno San Leonardo di Masullas, lo snello San Gregorio di Solarussa e il granitico Oratorio del rosario di Tempio.

Ma il discorso porterebbe troppo lontano. Non si può comunque chiudere senza citare la Santissima Trinità di Saccargia, che si trova a 16 chilometri da Sassari, sulla strada per Olbia. Isolata nella brulla campagna, è a bande bianche e nere di calcare e basalto. Si ispira a modelli pisani e risale al 1112-1116, almeno per quanto concerne il transetto. La facciata e il campanile, alto quaranta metri e adorno di bifore e trifore, risultano invece posteriori. Faceva parte di un’abbazia camaldolese, di cui ora rimangono pochi lacerti. Curiosa è la denominazione, che deriverebbe da “s’acca argia”, la vacca con il pelo maculato ritratta su un capitello del portico. Stando ad altre ipotesi, invece, proviene dalla corruzione di “sa baccarza”, cioè la vaccheria, per l’origine agricola dell’area in cui sorge.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- San Platano di Villaspeciosa
- Il pannello decorato a intreccio di ascendenza bizantina
- San Nicola di Ottana
- L’abside di Santa Maria di Sibiola
- Santa Maria di Uta
- San Pietro delle Immagini a Bulzi
- La cattedrale di San Giovanni Battista a Sinis
- San Nicola di Villaputzu