Utrecht, per me, è soprattutto la città del sensitivo Gerard Croiset, alle cui vicende la televisione italiana dedicò, nei primi anni Settanta, un memorabile sceneggiato, con Paolo Stoppa. La guida tascabile la raccomanda invece per i suoi navigli ad anello e per le sue bellezze architettoniche. Decidiamo di andare qui.

Facciamo ancora colazione allo Starbuck’s. Dall’impianto stereofonico della caffetteria, i Beatles sembrano accogliere questa domenica luminosa con un appropriato Good day sunshine.
Il treno viaggia stavolta verso la Stazione centrale, dove si arresta alcuni minuti prima di riprendere la corsa. Abbiamo di fronte una coppia di maturi coniugi. Lui porta pantaloni corti, bretelle, un berretto a visiera di tela color cachi, occhiali tondi tipo Henry Miller. Ha la mascella pronunciata, un po’ come Braccio di Ferro. Nel complesso, però, mi fa pensare a una versione più giovane del mitico vignaiolo monlealese Renato Boveri. Lei ha tratti piuttosto germanici, ma come se ne trovano anche da noi. Parlano fiammingo, non tedesco.
Altra tappa ad Amstel. Radi grattacieli circondano la piccola stazione. Proseguiamo attraverso quartieri modernamente urbanizzati. Lo stadio dell’Ajax. Pale eoliche anche da questa parte della città. Particelle di orti sulla destra. Subito dopo, il verde dilaga: zone umide, coltivi, boschi, campi di calcio. Rioni sparsi. Pascoli, delimitati da filari di alberi. Fattorie. Mucche ruminano placide nei prati. Un mulino a vento.

Ci accostiamo, curvando dolcemente, alla riva di un canale molto vasto. Piante in schiera lo bordano lungo entrambe le sponde, a tratti discontinui. Sorpassiamo un enorme battello in navigazione. Qualche grande chiatta, che pare emersa da un’indagine del commissario Maigret. Si alternano, lungo le rotaie, gruppi di capannoni, nodi viari e aree verdi. Un secondo, smisurato battello.
Sulla destra si scorge una vasta superficie costellata di cumuli di terreno da scavo o da bonifica, alcuni dei quali inerbiti, e di ammassi di macerie da demolizione. Attorno a un incrocio di canali, alcune alte ciminiere. Non sembrano di inceneritori: semmai di centrali elettriche. Un’area verde ricca d’acqua, subito a sinistra della ferrovia. Convergenza progressiva con numerosi altri binari. Sulla parete di testa di un capannone oblungo e fatiscente, la scritta a vernice bianca Omega century. Le banchine della stazione, inizialmente all’ombra di agili pensiline da astronave e poi sotto il corpo dell’edificio.
Salendo una rampa di scale ci ritroviamo nel vestibolo. Visto dall’interno, ha la foggia di un’enorme tenda beduina o, se si vuole, delle tensiostrutture che a Malta hanno installato per proteggere i ruderi antichi. Lungo i lati, sequele di parallelepipedi trasparenti che albergano negozi. Ecco Rituals, anche qui. Un pianoforte a mezza coda per i passeggeri con velleità musicali.
Davanti all’ingresso, una specie di alta tettoia crivellata da ampi lucernari tondi. A terra, una fontana dalla forma appiattita, con strane onde disegnate nel disco di pietra scura. L’acqua, molto bassa, scaturisce da diversi fori.
Il cielo appare leggermente velato da nubi sparse. Vitrei centri commerciali tutt’attorno: Hoog Catharijne, The Mall, Wagamama, Five Guys, O’Tacos, Health apotheek. Scendiamo una scalinata. Inserito fra i diversi piani alla nostra sinistra, un parcheggione per bici. I lavori di completamento dell’area sono ancora in corso: transenne, ruspette, cassoni, containers. L’indicazione per i taxi.
In fondo alla via, svoltiamo sull’angolo del Media Market, con la stessa insegna del nostro di Alessandria ma assai più grande, occupando l’intero pianoterra del palazzone. Di fronte, uno spiazzo gremito di biciclette. Percorriamo il marciapiede fino al termine, attraversiamo un canale e proseguiamo. Davanti a un mastodonte di cristallo, alcune sparute casupole con la tradizionale sagoma a frontone.
Imbocchiamo il primo vialetto a destra, con tante bici incatenate a schiera. “Quando iniziano a comparire masse di biciclette parcheggiate, vuol dire che si va verso il centro” annoto sul taccuino.
Una piazza di grandi edifici moderni, piena di bancarelle: libri, abbigliamento, pelletteria, artigianato. Sfoglio un incomprensibile romanzo di Kader Abdolah. Spiego a mia figlia che si tratta di uno scrittore iraniano fuggito dal regime islamista, emigrato qui e divenuto autore olandese. I suoi libri sono tradotti anche in Italia. Vedendone la foto sulla quarta di copertina, Ester mi domanda come possa avere i baffi grigi e i capelli ancora scuri. Le rispondo che, curiosamente, baffi e barba sono gli ultimi a spuntare, ma i primi a incanutire. Nell’ultimo punto vendita, le pittoresche esercenti parlano fra loro uno spagnolo andino. In fondo, un plotone di platani.
Inizia una via pedonale in lenta curva, selciata ortogonalmente lungo i marciapiedi e a lisca di pesce nella carreggiata. Case a tre piani, con uno zoccolo di vetrine disomogenee. Piccoli slarghi all’incrocio con altre viuzze, parzialmente occupati dai tavolini esterni di bar e birrerie. Sopra la prospettiva sterzante delle pareti compare la cima di un alto campanile gotico, che dovrebbe essere la raccomandatissima Domtoren.
L’insegna Foot Locker. Il negozio della H&M: altra catena di abbigliamento che frequentiamo all’Iper di Montebello. Timberland. Giunti alla Parfumerie Bargello, dal pretenzioso nome di un palazzo fiorentino, svoltiamo verso destra e passiamo ai piedi della tozza Buurtoren. Ora vediamo, a sinistra, il campanile svettare su una linea di case medievali. Lo puntiamo. L’ingresso del Museum Speeklok, con una meridiana disegnata sull’intonaco color panna. Sembra di essere in un vicolo del centro di Piovera. Prendiamo a destra e quindi subito a sinistra. Ecco finalmente la torre ergersi tutta intera, oltre il canale che taglia per il lungo un arioso spazio fra belle casette multicolori. Valichiamo un ponte, su cui sosta il bianco furgoncino di un gelataio con disposte attorno sedie pieghevoli.
Prima di salire sul campanile e vedere la città dall’alto, vogliamo percorrerla un po’. Seguiamo, verso sud, la sponda sinistra del naviglio. Vetrine fittissime, ma sobrie, al pian terreno di ognuna delle costruzioni, per nulla alterate nelle loro armoniose linee tradizionali. Di fronte a un blocco di casette aderenti, incuneatesi tra la carreggiata e l’acqua, la Bruschetteria & wijnbar Verde Marrone. E vabbè, viva l’Italia.
Subito dopo, l’angolare Café Orloff, dall’aria abbastanza distinta. La vicinanza tra i due locali mi evoca però un’allusione piccante: c’era infatti una pornodiva italiana chiamata Eva Orlowsky. Per fortuna, qui non lo sanno. Nell’angolo di marciapiede opposto rispetto al bar slavo, uno scabro masso di roccia grigio-rossastra è incongruamente posato sui sampietrini. Forse serve a impedire che i ciclisti taglino la curva.
Sempre vetrine su vetrine, di ogni genere e colore, e sempre biciclette incatenate alla ringhiera. Da qui in poi il canale è bordato da platani. Anche dove la circolazione è consentita, sono relativamente poche, in proporzione, le auto in sosta.
Su pannelli posti ai lati del portone dell’imponente civico 270, due strofe, intitolate De schuilkerk spreekt e firmate Ingmar Heytze. Sarebbe bello capirle.
Un gatto bianco e nero, simile al Mascherone di casa mia ma meno anziano, col muso più allungato e con gli occhi più obliqui, com’è caratteristico dei gatti di qui, ci si avvicina a prendere coccole.
Lungo la riva opposta, quasi a pelo d’acqua, un’ampia banchina piena di locali, come i Murazzi del Po, a Torino. Al primo ponte, passiamo di là e ci infiliamo nella via perpendicolare al canale. Le lettere tricolori della Pizzeria La Fortuna. Molte superfici a vetro, in queste case di due piani, ma poche vetrine vere e proprie.
Svoltiamo ora a sinistra. Un noleggio bici. Casette solo residenziali, su entrambi i lati. Al numero 162, un edificio più massiccio e complesso, con, di fronte, un piccolo cortile chiuso, dal quale si innalzano quattro colonne che sostengono un timpano neoclassico, fregiato da un’iscrizione ebraica. Le finestre ricordano quelle della Sinagoga di Alessandria. Su una targa a lato del cancelletto di accesso, la parola composta Broodhuis. A questo punto, so che si traduce “casa del pane”, ma non mi pare qui possa esserci una panetteria.
Ventisettesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
Verso la Domtoren
Il canale centrale