Ci sono passati tutti e sempre con le peggiori intenzioni. Carlo Magno, Federico Barbarossa, le truppe imperiali spagnole e Napoleone hanno percorso in armi la Valle di Susa per approdare alla pianura padana, tanto che il centro eponimo si è guadagnato il titolo di Porta d’Italia. Ora che per fortuna i clangori bellici si sono spenti vale la pena arrivare in questa piccola città per scoprirne i tesori, a cominciare dall’Arco di Augusto che venne eretto attorno al 9 avanti Cristo per celebrare la pace conclusa tra il primo imperatore romano e il re Cozio. Sorge in quello che allora era considerato il punto di partenza della via che portava nelle Gallie. Nel fregio è rappresentato il sacrificio dei suovetaurilia, ovvero di un maiale, una pecora e un toro, alla presenza di un notabile che viene identificato con lo stesso re Cozio. Ponendosi a pochi passi dal monumento si può ammirare la vetta del monte Rocciamelone (che supera i 3.500 metri) incorniciata dal fornice dell’arco.

Forse meno “appariscente” del monumento romano, ma sicuramente di pari importanza, è il Museo Diocesano d’Arte Sacra. Diciamolo senza ipocrisia: i musei diocesani non hanno la fama di luoghi particolarmente “appetibili”. Ma si tratta di un preconcetto da sfatare, particolarmente nel caso di quello di Susa. Che sia un museo ben curato lo si comprende già dall’esterno. E il merito, mi si perdoni la battuta da oratorio, è proprio del curato, il giovane don Gianluca. È lui infatti che “dirige” l’istituzione e l’associazione nata per promuoverla, anche al di fuori dei confini della valle.

Il Museo Diocesano d’Arte Sacra è parte integrante, anzi costituisce la componente più rilevante ed è la sede centrale del Sistema Museale Diocesano della Valle di Susa. È stato istituito con lo scopo di tutelare e valorizzare il ricco patrimonio, non solo artistico, ma anche religioso, dei comuni attorno a Susa. Gli abitanti sono ancora legati a molti degli arredi sacri custoditi nelle sue sale e non avrebbero accettato di vederli rinchiusi nella teca di un museo, se non si fossero convinti della bontà (oltre che della necessità) del progetto.
L’edificio è attaccato alla chiesa della Madonna del Ponte che, va da sé, sorge vicino al ponte sulla Dora Riparia. La statua lignea omonima (risalente al XII secolo) è custodita proprio qui, insieme ad altri tesori. La bella raccolta si fonda su due nuclei principali, costituiti dai tesori delle chiese di San Giusto (la cattedrale) e appunto della Madonna del Ponte e annovera tra le sue perle il celebre Trittico del Rocciamelone. Particolarmente interessanti e originali (tanto da venir spesso richiesti per delle mostre, anche all’estero) sono i due picchiotti brozei (ovvero i battenti) del portale dell’abbazia di San Giusto, raffiguranti un toro e un leone, animali simboli degli evangelisti Luca e Marco.

Vanno anche segnalati almeno il bel reliquiario realizzato per contenere un dito di San Nicola; un’espressiva madonna d’ispirazione francese e una croce processionale di raffinata fattura, che la tradizione lega al nome di Carlo Magno. Interessante e da sostenere l’iniziativa “adotta una statua” che invita i visitatori a sponsorizzare il restauro di un pezzo della raccolta, promuovendo una sorta di mecenatismo diffuso (e intelligente).

Oltre alle collezioni permanenti, il museo riserva periodicamente spazio a mostre di carattere temporaneo. All’epoca della mia visita, per esempio, era allestita una mostra fotografica sulla Mongolia. Consentitemi ora una piccola nota. Secondo il mio modesto parere il provincialismo è probabilmente uno dei difetti che più danneggiano il nostro paese, soprattutto quando si abbina al pressapochismo. Troppo spesso se ne sottovalutano gli effetti, non solo in termini di “immagine”. Arrivo al dunque. Qualche tempo fa ho letto il libro di un giornalista spagnolo, Fernando Martínez Laínez, intitolato Una pica en Flandes (Una picca nelle Fiandre).
È dedicato all’epopea del cammino spagnolo, come recita il sottotitolo. L’autore ha ripercorso il tragitto che i tercios imperiali coprivano per arrivare nelle Fiandre, dove venivano spediti per tentare (alla fine senza successo) di reprimere la ribellione delle province fiamminghe. Il cammino spagnolo era in realtà un fascio di strade che passavano anche dall’Italia, anzi iniziavano proprio dai porti liguri per poi risalire attraversando la Lombardia e la Savoia. Uno di questi toccava Susa e l’autore si è fermato un paio di giorni nella cittadina piemontese, registrando il fastidio di aver trovato chiuso l’ufficio del turismo alle undici della mattina, senza alcuna indicazione degli orari di apertura. E aggiunge: “Es una anécdota, desde luego, pero bastante ilustrativa del desmadre que impera en los sevicios públicos italianos”, ovvero: “si tratta solo di un aneddoto, in fondo, ma sufficientemente indicativo della confusione che regna nei servizi pubblici italiani”.

Ben altra valutazione posso invece esprimere in base all’esperienza che ho avuto personalmente riguardo l’opera del personale (volontario e non) che ruota attorno al Museo, tanto da poterla ora considerare come pietra di paragone per quelle successive. La preparazione dei volontari che ruotano attorno all’associazione è sorprendente e la sorpresa cresce quando si scopre che le “guide” hanno alle spalle percorsi scolastici assai diversi, non sempre legati al mondo dell’arte. Tutti però hanno seguito un valido corso di istruzione e periodicamente si scambiano consigli su come migliorare ulteriormente l’approccio con il pubblico, in modo che non risulti piattamente didascalico (a questo proposito, per esempio, va detto che la soluzione di utilizzare brevi messaggi registrati scelta da chi gestisce il Forte di Exilles sarebbe da ripensare). Le guide sono inoltre accomunate da un forte e sincero attaccamento al territorio in cui vivono, anche quando provengono da altre parti d’Italia, e dalla consapevolezza dell’importanza della “missione” a cui hanno aderito.
Dovrebbero essere prese a modello da tutto il personale che ha a che fare con i turisti (e più in generale con i cittadini…): gli uffici del turismo sono il biglietto da visita con cui le città italiane si presentano ai visitatori. Preparazione e capacità di comunicare sono indispensabili. Spero che il giornalista spagnolo un giorno possa tornare a Susa e trovare l’accoglienza dei volontari del Centro Culturale Diocesano.
Saul Stucchi
Informazioni:
Museo Diocesano di Arte Sacra di Susa
Via Mazzini 1
Susa (TO)
www.centroculturalediocesano.it
Orari: dal 1° luglio al 30 settembre da lunedì a sabato 9.30-12.00; 15.30-19.00; domenica 15.30-19.00
Dal 1° ottobre al 30 giugno sabato e domenica 14.30-18.00, in altri giorni su prenotazione.
Biglietto: intero 4.00 €; ridotto 3.00 €
Informazioni e visite su prenotazione: tel. 0122.622640