Ventiduesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Ordino una birretta alla cameriera che passa fra i tavoli. Ester prende una Cola zero e i nostri vicini una bottiglia di bianco. L’ Herengracht, o “Canale dei Gentiluomini”, in cui ora navighiamo, era abitato da mercanti facoltosi e da amministratori municipali. Al numero 81 vedremo quella che si ritiene sia la più antica casa di Amsterdam, costruita nel 1590.
Fonte di grande prosperità economica fu l’attività del taglio dei diamanti, introdotta dai sefarditi. Un celebre diamante da 3000 carati venne diviso, qui, in cento pezzi. Il civico 172 è una cesellata dimora (con magazzino all’ultimo piano) fatta costruire, nel Seicento, dal commerciante di origine italiana Willem Bartolotti; ai due lati del magnifico frontone, i motti latini Ingenio et assiduo labore e Religione et probitate, entrambi ablativi assoluti di tacitiana concisione. Inserito nella facciata del 105, che, vista dal basso, stampa contro il cielo ancor chiaro una loggia di piccole colonne, il bassorilievo a colori raffigurante l’attività di lavorazione della carta.

Arrivati in fondo, svoltiamo dapprima nel Brouwersgracht, il “canale delle birrerie”, e poi, passando sotto i binari che scoccano dritti dalla vicina Stazione, nel vasto IJ. I nostri anfitrioni vocali raccontano che ora ci isola dallo Zuiderzee una diga, costruita nel 1930, mentre i navigli scaricano nel Canale del Mare del Nord, aperto 150 anni fa. Da qui ne inizia però anche un altro, che collega col Reno e quindi con la Germania. Fotografiamo il Museo del Cinema, a forma di barca spigolosa e irregolare, e la limitrofa torre di vetro, su cui poggia, come un vassoio, il belvedere. Verso la città, è amarrata un’immensa motonave.
Rientriamo nell’Oosterdok. Osserviamo il sole coricarsi lento, aureolando di luce aranciata la basilica di San Nicola. Forse un’immagine analoga la si può cogliere a Pietroburgo, altra città equorea, quando il tramonto bulina la cupola di Sant’Isacco. Più in alto, distese sull’orizzonte urbano, strisce di bioccose nuvolette, ricciute come un vello di pecora.
Il fiume Amstel, sulla cui foce ci troviamo, è l’unico corpo idrico naturale. Il nome IJ viene invece da un’antica parola germanica che significava “corso d’acqua”. Non si presenta come un lago, ma di fatto lo è. Il canale fu scavato con trivelle a vapore, per collegare il fiume all’oceano ed evitare l’insabbiamento del porto. Tutta questa parte di territorio olandese è una pianura naturale al di sotto del livello del mare. I cosiddetti “mulini a vento” hanno cominciato a essere usati, come pompe, a metà del XVI secolo.
L’Olanda vanta 700 anni di esperienza nel domare le maree. Ecco il Museo della Tecnica, progettato da Renzo Piano. Qui sotto corre un tunnel stradale che unisce il centro cittadino alla parte nord. Ed ecco, poco oltre, il vascello Amsterdam, della V.O.C. (non riesco a cogliere bene le parole olandesi della sigla), veliero naufragato nel Mare del Nord nel 1743 e ricostruito come sede del Museo Marittimo. A pochi metri, l’elegante edificio della Compagnia delle Indie Occidentali, risalente al 1642. Incrociamo il ponticello stile Santiago Calatrava sul quale siamo passati stamattina lasciando la Biblioteca.
A pochi tavolini di distanza da noi siede una donna molto somigliante a un’amica di Facebook brasiliana, Leila de Sousa Paixão, ma non può essere lei, perché il suo gruppo parla inglese.
Mentre navighiamo, le voci ci informano che oltre il 55% delle famiglie olandesi è costituito da una sola persona, e solo il 15% delle coppie ha bambini. Vi sono attualmente in Olanda abitanti di 200 nazionalità diverse.
Imbocchiamo un ampio canale. Subito a destra, la Montelbaanstoren, che non ha nulla a che fare col nostro Commissario, ma è un’antica torre di vedetta a difesa della città. Era dotata di quattro campane, che assordavano di rintocchi il vicinato, per cui ricevette il soprannome di Malle Jaap, “Giacobbe Matto”. Diverse case galleggianti. Sui canali di Amsterdam ve ne sono circa 3000: anche per i gatti! Una nave-casa in acciaio, vecchio natante riconvertito. Una specie di Arca di Noé trasformata in abitazione. Chiatte di cemento costruite durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il metallo scarseggiava. L’edificio nero a uso bar notato il primo giorno e rivisto stamattina. Era l’alloggio del guardiano della chiusa, risalente al XVII secolo. Appare visibilmente sghembo, per l’abbassamento disuguale dei piloni che lo sorreggono.
Il mercato delle pulci di Waterlooplein fu introdotto dagli ebrei sefarditi insediatisi nel quartiere. Le dimore storte che orlano il canale, dette “case danzanti”, furono edificate appositamente così, per varie ragioni: per evitare che la malta venisse dilavata, per compensare il cedimento dei vari materiali da costruzione…

Il mio umore è ormai rasserenato. Prendo un’altra birra. Arriviamo nell’Amstel vero e proprio. A sinistra possiamo osservare il Teatro Nazionale dell’Opera, realizzazione modernissima e laboriosa per la quale si è faticato anche a concordare l’architetto. Il Blauwbrug, o “ponte blu”, è chiamato così perché originariamente era in legno verniciato di quel colore; è stato poi ricostruito in pietra, sul modello dell’Alessandro III di Parigi. Più avanti, il Ponte Magro (Skinny Bridge), con la parte centrale elevabile a bilanciere. Il nome viene forse dalle sorelle che erano solite attraversarlo, oppure dalla sua strettezza. È uno scenario molto in voga per le foto di nozze.
Stiamo percorrendo la parte orientale, più recente, dell’Herengracht. Su tutti i canali dell’anello attorno alla città vecchia, i ponti venivano costruiti ad arco. Ne vediamo un’infilata alla nostra sinistra. In seguito questa forma non è più stata adottata, per agevolare il passaggio dapprima ai cavalli e poi ai tram. La terra di risulta derivante dalla costruzione del quartiere Jordaan è stata sistemata qui, per innalzare il terreno.

Ci viene segnalata la residenza del Sindaco, con due colonne bianche ai lati dell’ingresso. Siamo poi invitati a notare lo sfarzo dei palazzi del XVII secolo, stile Luigi XIV. Chi li abitava non erano più mercanti, ma imprenditori. I magazzini, a questo punto, sorgevano altrove. Lo sviluppo edilizio veniva concesso a lotti, limitati per superficie ma non in altezza. Si lasciava così spazio alla possibilità di “barare”.
Ci dirigiamo verso il punto di partenza della crociera, accanto alla Leidseplein. In origine, questa era la piazza su cui i contadini lasciavano cavalli e carretti per entrare in città. Amsterdam conta circa 1700 ponti. A più di 600 ammontano invece i frontoni di pietra, con raffigurati santi o membri delle varie professioni. “E chissà qual è la casa più stretta!” esclamano le guide.
Gli ebrei immigrati la definivano “la prima città libera dopo Gerusalemme”. Per denominarla, utilizzavano un termine ricavato da una parola ebraica che significava, appunto, “città”.
Sono le 22.00 quando approdiamo. Il nostro periplo è durato un’ora e mezza piena. Prenotando in rete abbiamo inoltre speso solo 16 euro – anziché i 21 della tariffa – a testa, consumazioni incluse.
Prima di riprendere il tram in senso inverso per andare a dormire, vogliamo mangiarci un gelato. Sull’altra sponda, piena di gente e di musica, scendiamo i gradini che portano a pelo d’acqua e scattiamo una foto al battello della gita.
Entriamo, poco distante, nel Bakery café. Il bancone frigo, pieno di lucenti vasche in acciaio con colorati gusti artigianali, si trova subito a sinistra dell’ingresso. Il prezziario (Ice creams) che lo sovrasta indica, per le coppette, 4,50 euro, se vogliamo “2 scoops”. Scelgo “dark chocolate” e “stracciatella”. Il contenitore è di quelli medi, e le palline in generosa proporzione. Prendiamo posto sul sedile imbottito subito a fianco, color guscio di nocciola, appoggiandoci a uno dei tavolinetti tondi. La qualità e la quantità mi soddisfano appieno.
Ventiduesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
Si velano d’ombra i canali
Il ponte a bilanciere
Canale di notte