Ventesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Attraversiamo la strada per imboccare la viuzza pedonale e ciclabile dove si trova il Museo Storico Ebraico e Museo dei Bambini (Kindermuseum). Arrivati davanti all’edificio in mattoni a vista, di foggia vagamente vittoriana, decidiamo però di visitare in primo luogo il Museo dell’Olocausto, cui si giunge percorrendo la via sull’altro lato della Sinagoga e superando il canale che scorre dietro il tempio.
A giudicare dalle sbarre bianche e rosse, in questo momento alzate, anche questo ponte è levatoio. Lo percorrono i binari del tram. La strada compie due semicurve, assecondando le rotaie e separando un ampio spazio di verde pubblico dalle costruzioni che fronteggiano il Giardino Botanico.

Una via di palazzotti che potrebbero essere inglesi. Ecco, sulla sinistra, il Museo, pure lui di mattoni al naturale, assemblati con la severa, fredda linearità di una high school britannica.
Varchiamo il portoncino. Il banco di ricezione è subito a destra. Vi siedono una donna e un uomo non più giovane. Mentre ci stacca dal biglietto il talloncino corrispondente a questa sede, l’incaricato ci domanda di che parte dell’Italia siamo. A un’ottantina di chilometri da Milano, gli spiego. Mi risponde di essere stato alla Scala per vedere l’Opera, che lui ama molto e dalla quale ha imparato le parole italiane che sa. Replico che l’Opera è la nostra ambasciatrice culturale all’estero. Lui ne conviene. Ci porge un bel pieghevole illustrativo, nella nostra lingua.
In fondo, un’aula con sedie scolastiche, forse per le attività formative rivolte a ragazzi e insegnanti. Da qui una scala di legno – ricoperto di linoleum, dal colore grigioverde di certe lavagne – conduce nel seminterrato. La commozione mi stringe la gola e mi fa affluire lacrime agli occhi. Il vano, oblungo, ospita un’installazione (“Door / by Willem Volkersz”), ottenuta disponendo geometricamente al suolo numerose valigette di abete. Mi ricordano, dico a Ester, il misero bagaglio militare del mio prozio, caduto in Grecia nel 1942 – l’unico suo effetto personale reso alla famiglia.
Tracciati a pirografo sul coperchio di ognuna, nome e cognome, luogo e data di morte e rispettiva età della vittima cui essa è abbinata. Marianna Van Beem died Auschwitz 3-12-1943 age 13; Alexander Cohen died Sobibor 6-4-1943 age 11; Herman Odewald died Auschwitz 2-11-1944 age 10; Hans Kisch died Auschwitz 9-3-1943 age 9; Clara Vomberg died Sobibor 7-23-1943 age 8; Hannelore Verstandig died Auschwitz 3-2-1943 age 6… e così a decine.
Piango ormai senza ritegno. La mia tristezza personale è stata spazzata via da un’ondata di dolore collettivo. Un uomo di circa 70 anni, alto, pelato, con gli occhiali, mi parla, in inglese, del Museo dell’Olocausto di Washington DC, negli USA, e del Museo della Shoah di Gerusalemme; questo è soltanto un loro propedeutico. Mentre risaliamo le scale per tornare al piano campagna aggiunge che, nonostante le tutte lacrime che si continuano a versare, i massacri non sono mai cessati: tra Hutu e Tutsi in Ruanda; tra Turchi e Greci a Cipro; soprattutto nella ex Jugoslavia, non solo tra Serbi e Croati, ma dei Musulmani a Sarajevo, degli Albanesi in Kosovo…
Sullo spazioso atrio iniziale si affacciano altre due stanze, ugualmente toccanti, allestite con vetrine in cui sono esposti ritratti di persone deportate e oggetti della loro minuta quotidianità, avventurosamente salvatisi dalla distruzione.
Un piccolo calciobalilla in legno verde, giocattolo di qualche bambino. Una coppia di portatovaglioli. Disegni colorati. Un violino. Un paio di guanti e uno di scarpe da bimba. Libri e quaderni di scuola. Diari e album. La catenina e gli orecchini di Sientje Henriette Van Straten (1926 – Auschwitz, settembre 1942), adolescente coi capelli ondulati e gli occhiali da vista tondi, le cui foto, da sola o accanto alla madre, mi immalinconiscono in modo particolare per il sorriso spento, rassegnato, quasi presagisse l’imminenza della fine.
La testa in gesso e la fotografia del piccolo Ina Winnik, ucciso ad Auschwitz, assieme ai genitori, a soli 15 mesi. Mi viene ancora da piangere. Un’altra ragazza di nome Miriam. Per distogliere il pensiero, faccio osservare a mia figlia che, all’anagrafe, le abbiamo assegnato due nomi di battesimo ebraici: Maria (ossia, appunto, Miriam) ed Ester.
Sfociamo sotto la tettoia che orla, lungo questo lato, il cortile. Affisse al muro come grandi tessere di mosaico, le caselle bianche e blu, contenenti foto d’epoca e brevi testi esplicativi, di una “cronologia”, scandita in tre fasce temporali (1918-1939; 1940-1945; 1946-1950) e tre livelli spaziali (Europa; Nederland; Amsterdam). Tra le schede alle coordinate “Amsterdam 1943”, l’immagine di un dormitorio fitto di piccole brande su cui sono coricati bambini. Nuove lacrime scorrono. Al termine della loggia, entriamo in un antibagno – rivestito con uno zoccolo beige listato di nero – da cui si accede alla sala degli allestimenti, più o meno temporanei.
Opere grafiche e dipinti di vari artisti, ispirati all’Olocausto. Una serie di istantanee in bianco e nero, disposte a scacchi, raffiguranti desolati ambienti di prigionia. Gruppi di fotografie incorniciate. Bacheche chiuse in cui sono appesi abiti, pettini, posate, borracce, borse e altri oggetti in uso a chi stava nei Campi, oppure una divisa a righe contrassegnata da un triangolo di stoffa rossa, posta accanto a patetiche carte da gioco disegnate a mano.
Ordinati in raccoglitori appesi alla parete, quasi fossero esemplari di una collezione di farfalle, agendine e documenti di identità. Altre valigie con incisi i nomi di giovani vittime. Entro piccole teche, plaquettes d’arte costituite da litografie abbinate a gruppi di versi. Trascritta su un pannello, una strofa della poesia Vrede (“Pace”, 1957) di Leo Vroman. Invisibili altoparlanti diffondono senza posa una voce di donna, impercettibilmente roca, mentre sillaba con lenta dolcezza una mesta canzone, resa a suo tempo celebre da Marlene Dietrich: “Sag mir wo die Blumen sind, wo sind sie geblieten?”.
Nel cortile, sul lato opposto rispetto alla pensilina con la cronologia, ci attirano tre pannelli illustrati, pure bianchi e blu. Ricordano che al posto della parete era piantumata la siepe divisoria tra questo Centro di Formazione per Insegnanti e il limitrofo Asilo Nido (Crèche). I suoi piccoli ospiti ebrei attraversavano la barriera col pretesto di venire a fare il sonnellino pomeridiano in un’aula messa a disposizione dalla struttura didattica.
Da qui un gruppo di corrieri della Resistenza li portava via, approfittando della minore sorveglianza rispetto agli altri luoghi. Ne furono salvati, così, circa 600. Osservo la grande istantanea del bimbo Willem Alvares Vega in braccio al fratello Maurits, seduto accanto alla sorella Henriette. Poi la foto che mostra la refezione dei piccini, mentre mangiano da soli, seduti ai banchi, o si fanno imboccare dalle assistenti, stando, in piedi, nei box. Anche l’espressione innocente, serena e fiduciosa di quei visi infantili mi commuove.
Ventesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
Il canale su cui si affaccia la casa di Anna Frank