Seconda e ultima parte del reportage di Lorenzo Iseppi su Pantelleria.
La prima si può leggere qui.
Una vera e propria colonizzazione di Pantelleria si ha nell’VIII secolo a opera degli arabi, che rimangono padroni del campo per oltre 400 anni e quindi lasciano le maggiori impronte. La più vistosa è rappresentata dai dammusi, le caratteristiche case rettangolari indigene. Grosso modo si possono suddividere in due categorie.
Una è costituita dagli esemplari in conci squadrati, le cui murature vantano uno spessore di 40-90 centimetri. Sono tinti di bianco o di colore pastello e si trovano per lo più negli agglomerati di Khamma, Tracino e Scauri.
L’altra comprende quelli in ciottoli grezzi, con pareti che arrivano fino a due metri. Entrambi i tipi hanno i tetti a volta, con tante cupole quante sono le stanze. Le aperture sono poche e di piccole dimensioni per proteggere le abitazioni dal freddo e dal caldo. In questo modo le dimore risultano termoregolate con escursioni tra esterno e interni di almeno una decina di gradi. Solitamente l’accesso avviene attraverso un viottolo erboso con pavimento in coccio e dotato di ducchene, vale a dire dei sedili mattonati con spalliera.

Presso la struttura principale si ergono le minuscole costruzioni a secco riservate agli animali. C’è il sarduni per l’asino o il mulo, il ghirbeci per gli ovini, lo zacchinu per il maiale, il gaddrinaru per le chiocce e la cuniddiera per i conigli. Non manca l’aia di forma circolare, con al centro il palo a cui legare il somarello bendato per la macinatura dei cereali. C’è infine lo stinnituri, che racchiude uno spazio in terra battuta, protetto sul lato più lungo da un’alta barriera a secco e lateralmente da due inclinate. È qui che ancora oggi si dispongono i grappoli delle viti perché si essicchino al sole onde ottenere la malaga, necessaria alla produzione del celebre passito locale. Di vitale utilità è anche il serbatoio di acqua piovana. Impermeabilizzato con un impasto di tufo e calce, ha un’apertura superiore che permette di raccogliere gli scarsi e quindi inestimabili doni delle nuvole. Alcuni esemplari presentano anche un accesso laterale che, oltre a consentire una periodica pulitura, serve come sistema di aerazione per mantenere la risorsa idrica fresca e ossigenata.

E spesso figura anche il giardino pantesco, espressione d’una sapienza plurimillenaria e altro prezioso lascito della cultura musulmana. È come una piccola torre circolare realizzata con lastrame assemblato senza uso di malta. Dentro, custoditi con la massima dedizione, riescono a vivere e crescere le piante d’agrumi: aranci, limoni, mandarini, cedri e pompelmi. Sembra un miracolo in un angolo del pianeta tormentato dall’arsura, dove gli scrosci avvengono pochissimi giorni all’anno e in cui persino le siepi denotano uno stato di prostrazione. Il segreto sta nel ruolo ricoperto dalla conchiglia che protegge i fusti. Il vento caldo che sferza l’isola è carico di umidità.

A contatto con la pietra lavica, che di notte si raffredda, essa si condensa in tante piccole goccioline. La cortina porosa le assorbe come una spugna e le rilascia lentamente al suolo consentendo anche agli arbusti più delicati di crescere a dovere. Per entrare in queste serre c’è una minuscola apertura e si è quindi costretti ad abbassare il capo, quasi a rendere un onore speciale a chissà mai quale divinità. Di fronte a tanto religioso rispetto sembra di rivivere il mito di Inanna, la fanciulla che raccoglie il virgulto sacro nato nei giorni della creazione e lo custodisce amorevolmente, lo irriga, lo difende dalla sabbia del deserto, dai morsi del bestiame affamato, dai furti dei pastori golosi fino a quando non giungono a maturazione i suoi frutti. L’albero diviene in sostanza il simbolo della vita, e il giardino assume le sembianze d’un grembo materno.
Sempre di radice araba è la coltivazione su larga scala dell’orzo e dell’uva, quest’ultima destinata a produrre frutta secca, ossia lo zibibbo. Uno dei retaggi ormai ineluttabilmente perduti è invece il cotone. I viaggiatori che nei tempi andati visitano Pantelleria testimoniano con meraviglia non solo dell’estensione delle piantagioni, ma anche del trattamento dei filati, mentre una piccola industria artigianale provvede alla tessitura per il mercato indigeno. Esiste persino una Cala Cuttuni, possibile luogo di imbarco della materia grezza verso altri lidi. Questa pratica continua almeno fino alla metà dell’Ottocento e tra le donne più anziane l’uso e la passione di tessere su vecchi telai di legno prosegue fin dopo la seconda guerra mondiale. Quanto ai beni immateriali, le tracce più indelebili si riscontrano nella toponomastica e nel linguaggio in genere. Gli abitati di Karace, Gadir, Kamma, Salibi, Kagir, Mueggen e Kaddiuggia tradiscono senza dubbio da quale idioma derivano. Anzi, andando alla radice di certi nomi strani, si scopre che suonano come una poesiola condensata. È il caso ad esempio di Navriccibad, che significa “valle dei mandorli in fiore”. E così è anche per i termini di tanti oggetti tuttora in uso.

Pantelleria diviene poi feudo dei Normanni, dei Doria, degli Spagnoli, dei Savoia e degli Austriaci. Nel 1848, con la relegazione di numerosi prigionieri politici, assorbe le prime idee liberali. Nel 1860, in seguito alla marcia vittoriosa di Garibaldi in Sicilia, nasce una guardia nazionale presieduta da don Fortunato Ribera e poco dopo l’isola entra a pieno titolo nel Regno d’Italia, di cui segue i destini nel bene e nel male. Il periodo più critico lo affronta nella primavera del 1943, quando gli alleati angloamericani iniziano l’operazione “Corkscrew” per smantellare quella che gli strateghi dell’Asse considerano la loro Gibilterra, una sorta di titanico caposaldo imprendibile, dotato di aeroporto, batterie, caserme, depositi di benzina e hangar scavati nelle viscere d’una collina su disegno dell’architetto Pier Luigi Nervi. Lo difendono 11 mila uomini al comando dell’ammiraglio Gino Pavese. L’attacco inizia l’8 maggio dal cielo. In poco più d’un mese si contano 140 incursioni, che scaricano sull’isola 20 mila tonnellate di esplosivo. Il centro urbano viene completamente raso al suolo. E il mattino dell’11 giugno, un’ora dopo che dal monte Gelkamar vengono avvistati i primi mezzi da sbarco nemici, sul colle di Sant’Elmo si alza la bandiera bianca, segno di resa ma anche di conflitto finalmente terminato.
(seconda parte – fine)
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Dammuso dell’isola
- Altra tipica abitazione locale, d’origine araba
- Il caratteristico tetto a volta delle case
- Una delle minuscole costruzioni riservate agli animali
- Giardino pantesco
- Altro esemplare di giardino ideato per la coltivazione degli agrumi
Informazioni
Comune di Pantelleria
www.comunepantelleria.it