Sedicesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
A Oosthuizen i binari sottopassano la strada, senza abbandonare la linea retta, e proseguono fra prati e canali. Piegano ora a destra, per costeggiare un naviglio più grande e discostarsene subito dopo, serpeggiando quindi dolcemente nell’abitato di Purmerend. Qui, appena prima di un passaggio a livello, il convoglio sosta sulla banchina a palafitta della stazione: una specie di piccolo autogrill, interamente occupato dai bagni e da un Döner Pizza Cafeteria. Dall’altra parte della massicciata, rastrelliere zeppe di biciclette.

In lente curve bidirezionali, la ferrovia supera un paio di navigli ed esce dal borgo. Poi corre attraverso una terra quadrettata da prati, densamente anfibia di specchi d’acqua e quasi priva di costruzioni. Ciuffi e fasce distanti di alberi.
La fermata a pensilina di Zaandam Kogerveld. Un fiume con barche ormeggiate alle rive. Giriamo a sinistra, fra edifici multiformi e spazi verdi. Sprofondiamo in un tunnel. Riemergendo, attraversiamo una vasta area di capannoni più o meno folti. Curviamo ancora a sinistra. In breve, scendiamo nella stazione di Sloterdijk. Mi meraviglio di nuovo, constatando quanto siano funzionali orari e percorsi delle ferrovie olandesi. È davvero pratico, qui, spostarsi senza macchina.
Il Teleport Hotel
Torniamo al nostro Teleport Hotel. Al banco di ricezione, ancora addetti multietnici. Ci sediamo sulle poltroncine gialle e rifacciamo il check in. Stavolta la stanza assegnataci si trova al piano superiore, ma in corrispondenza della precedente: quindi, con la stessa vista esterna offerta dalla vetrata. Il bagno è nel corridoio, anche se abbastanza ampio e a nostro uso esclusivo, poiché lo apre solo il tesserino magnetico della camera.
Mi stringe un nodo di malinconia: per aver dovuto rinunciare al giro previsto, per i luoghi che non visiteremo, per gli alberghi che abbiamo disdetto. Ma avverto, al contempo, la sensazione rasserenante degli ambienti familiari.
Usciamo in cerca di un locale dove cenare. Preferiamo rimanere qui nei paraggi. Il Wissenkerke stasera è chiuso. Idem, proseguendo sul marciapiede, il rockettaro K A. Passiamo sotto l’enorme cavalcavia ferroviario. Al centro della spianata incolta su cui si affaccia anche la stazione, un basso prefabbricato tondeggiante, circondato da aiuole multicolori. Sulle superfici esterne, pannelli di vetro e doghe in legno chiaro. In cima e attorno, la reiterata insegna “Grand Café Hermes Restaurant”. Ci piace, il riferimento greco. Soprattutto a mia figlia, in pieno Liceo Classico.
Cena da Hermes
Entriamo e diciamo a una cameriera, in uniforme di jeans e camicetta blu, che vorremmo mangiare qualcosa. Ci accompagna a ridosso della vetrata che separa questo da un altro spazio interno, nel quale sono pure distribuiti tavoli in legno smaltato di marrone. Sul nostro, uno spesso blocco di cristallo contiene una tozza candela accesa. Poltroncine imbottite, in pelle ecologica verde. Pavimento di assicelle con le venature a vista.
Ci sediamo e ci guardiamo attorno. Sul profondo stipite grigio di uno degli ingressi, una manichetta antincendio rossa e, sopra, la scritta corsiva in vernice bianca: “Life is short / Break the rules / Forgive quickly / Kiss slowly / Love truly / Laugh uncontrollably / And never regret anything / That made you smile”.
Sono le otto, ma è ancora molto chiaro. Ordiniamo consultando il menù bilingue anglo-olandese. Innanzitutto da bere: una birra (“Bavaria Pint”) per me e una Cola Light per Ester. Poi lei sceglie la solita, internazionale Caesar salade e io un piatto di Noodles van de week, specie di spaghetti o vermicelli orientali riccamente conditi con pesce e verdure, e accompagnati da insalata e pane a fette. Quindi un ghiotto Grand dessert: gelato alla crema e semifreddo bicolore vaniglia-cacao, guarniti di panna montata e di cioccolato fuso.
Andiamo al banco a pagare il conto: 41,35 euro. Il barista, anche lui in uniforme, si tira giù gli occhiali dalla testa rapata, predispone l’apparecchiatura e me la passa, per farmi digitare il codice. Sul lembo di parete cinerina alle sue spalle, noto un altro aforisma: “Remember yesterday / Dream about tomorrow / But live today!”.
Passeggiata notturna
Decidiamo di fare una passeggiata prima di rientrare in albergo. Abbandoniamo i giardini e ci spostiamo sul marciapiede più prossimo. Al pian terreno del gigantesco Holiday Inn Express, tutto vetri e cementi, l’enorme pizzeria e rosticceria Marmaris Grill e il supermercato Spar, dove ci siamo già riforniti.
Oltrepassiamo la stazione, seguendo l’isola pedonale che si allunga verso un alto palazzo a torre. A destra l’Hotel Meininger, veramente titanico. A sinistra, isolato, il dado rosso del ristorante Bret. Costruzioni modernissime abbracciano un giardinetto pubblico, posto a un livello inferiore. Ci arriviamo scendendo la scalinata che lo taglia in due. Ai piedi della Crystal Tower svoltiamo a destra. I viadotti di treno e metropolitana.
Sfociamo in un’arteria ampia e piuttosto trafficata. La costeggiamo per un paio di blocchi edilizi. Prendiamo poi a destra, fra costruzioni colossali e avveniristiche, per tornare verso casa. Ci ritroviamo, infatti, di fianco alla linea ferroviaria che corre sul piano campagna, perpendicolare all’altra pensile.
Appena prima della fermata terminale ove attendono vari autobus, saliamo e percorriamo la passerella arcobaleno che curva dietro la stazione. Le rotaie, ad ampio ferro di cavallo, del capolinea di un tram. Accanto alla scalinata fra il corpo principale della stazione e l’Holiday Inn splende l’insegna sgargiante di un caffè. Saliamo. Lo slargo dell’Hermes. Rientriamo in albergo.
Sedicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
- Casupole a Stavoren