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Voi siete qui: Italia » A Bergamo la cappella Colleoni narra le magie d’un condottiero

21 Febbraio 2010

A Bergamo la cappella Colleoni narra le magie d’un condottiero

colleoni_ante La prestigiosa costruzione deve sorgere a tutti i costi nel cuore di Bergamo, dove si concentrano i principali gioielli artistici della città. Anzi, si vuole addossare all’antica chiesa di Santa Maria Maggiore. Siccome però lo spazio disponibile è troppo angusto, viene chiesto ai canonici della basilica di demolire il “cimerchium”, ossia una fetta del tempio romanico adibita a sacrestia. Ovviamente la risposta degli sbigottiti religiosi è negativa. Allora giunge una schiera di guastatori, che senza tanti scrupoli fanno saltare per aria la fascia di fabbricato in questione. Anzi, a un certo momento sembra che possa essere raso al suolo anche il dugentesco Palazzo della Ragione, colpevole d’ostacolare la visuale del nuovo tesoro. È così che nel 1472, eludendo i tempi lunghi d’un contenzioso e ogni inevitabile pastoia burocratica, si apre con le spicce la strada ai lavori per erigere la superba cappella di Bartolomeo Colleoni. colleoni_01
Ma chi è costui, da potersi impunemente permettere azioni tanto smaccate quanto irregolari? Il nome risulta assai conosciuto, mentre le vicende reali del personaggio sono molto meno notorie. Eppure è l’indiscusso protagonista d’una parabola esistenziale tra le più movimentate e ricche di clamorosi colpi di scena. Figlio di Paolo e di Riccadonna dei Valvassori, nasce a Solza nel 1395. A soli nove anni resta orfano di padre, ucciso con l’inganno dallo zio Giovanni per entrare in possesso del castello di Trezzo. La congiura parentale porta anche alla morte del fratello Antonio e alla carcerazione materna. Privo di tutto, nel 1410 si ritrova paggio del piacentino Filippo Ancelli. Inadatto all’ambiente e all’umile ruolo, poco dopo raggiunge Napoli e impugna le armi ponendosi al servizio di Braccio da Montone. Precorre un po’ il temerario Napoleone Bonaparte della prima ora distinguendosi subito nell’assedio di Acerra, dove cerca di entrare attraverso un cunicolo per sorprendere gli accerchiati. Riconosciuto dagli avversari, sfugge in maniera rocambolesca alla cattura tra un nugolo di frecce. Nel 1423 sale su un battello con destinazione non meglio precisata la Francia. Preso dai corsari vicino al porto di Marsiglia, evita per miracolo la prigionia e ritorna in terra partenopea. Si arruola nell’esercito di Jacopo Caldora, divenendo fra l’altro l’amante preferito della non più giovane regina Giovanna d’Angiò. Nel 1431 ottiene un ingaggio dalla Repubblica di Venezia, per la quale combatte contro Filippo Maria Visconti a fianco del conte di Carmagnola, celebrato da una tragedia di Alessandro Manzoni.
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Le navi scalano i monti
Qui il giovane uscito dal nulla firma un’impresa entrata nella leggenda. Tra la potenza lagunare e il ducato di Milano è in atto un’interminabile lotta per il controllo del lago di Garda e dei territori che lambisce. I lombardi tengono saldamente l’intera sponda occidentale. Dal Mincio una flotta si spinge a Riva, mentre i veneti sono privi di navi da guerra e non esistono adeguate vie d’acqua da sfruttare per portarle. Sarebbe un certo Nicolò Sorvolo, originario di Creta, a suggerire un piano che sembra perfino inconcepibile. Una trentina di imbarcazioni, tra cui due galeoni e sei galere, risalgono tutto il corso dell’Adige fino a Mori, presso Rovereto. Con paranchi, carrucole e funi toccano terra e 2 mila buoi le trascinano tra i monti lungo la valle del Cameras. Giunte al passo San Giovanni, vengono fatte calare verso Torbole, sul Benaco, e possono così opporsi alle minacciose forze avversarie. Alcune sono legate insieme con grosse travi e, una volta eretto un minuscolo castello a difesa dell’intera formazione, prende vita la prima “corazzata”, che proprio in questo preciso frangente debutta nella storia militare. Pur ricompensato con un primo feudo, nel 1442 l’audace condottiero passa al soldo degli ex nemici, vale a dire i Visconti.
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Questi dapprima si mostrano prodighi e gli donano la rocca di Adorno. Poi, a causa delle insistite voci d’un suo possibile tradimento, lo imprigionano negli spaventosi “forni” di Monza. Rimane segregato quasi 12 mesi e sembra ormai bruciato. Senonché d’improvviso scompare il signore milanese e, approfittando del subbuglio connesso con il luttuoso evento, corrompe il carceriere Giorgetto Poma. Questi provvede con un pretesto ad allontanare le guardie. Il detenuto si cala dalla cella con le classiche lenzuola annodate e raggiunge a Landriano i suoi squadroni tornando sotto la bandiera di San Marco. Ma, quando il senato decide di conferire il comando supremo a Gentile della Leonessa, chiede di abbandonare gli impegni. Prevedendo una sua diserzione, il Consiglio dei Dieci delibera di sopprimerlo affidando il compito a Jacopo Piccinini. Il quale, approntati gli uomini nel Bresciano, attacca il campo della vittima designata a Isola della Scala. Nonostante la sorpresa e la ferocia dell’assalto, Bartolomeo riesce a salvarsi. Lungo la strada il cavallo stramazza al suolo e muore per la stanchezza, tanto che il nostro è costretto a proseguire il tragitto sopra il mulo provvidenzialmente ottenuto da un contadino. Dopo una breve sosta presso Lodovico Gonzaga, riprende il cammino e finisce alle dipendenze degli Sforza.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
(prima parte – segue)

Didascalie:

  • La cappella Colleoni di Bergamo
  • Le due virtù della Fortitudo e della Constantia ai lati del portale
  • Il timpano con il Padre Eterno attorniato dai cherubini
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