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Voi siete qui: Europa » Note di una gita in Frisia: il cibo olandese

1 Febbraio 2019

Note di una gita in Frisia: il cibo olandese

Quindicesima parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.

Fa caldo. Gli zaini pesano. Ci fermiamo accanto al “Pescecane di Pinocchio”. Beviamo lentamente dalle nostre bottiglie e osserviamo un paio di bambini sguazzare chiassosi. Buttiamo i vuoti nei bidoni di graniglia. Valichiamo il ponticello e rifacciamo a piedi la via principale percorsa ieri in bici.

Un canale con ponte levatoio in Frisia, Olanda

Giungiamo alla lunga piazza in cui inizia il canale bordato da filari di giovani olmi. Ci sediamo in capo a una roggia nascosta da salici e canne, su una delle panche che abbracciano la piccola aiuola occupata da una piantina di pochi anni e da un cespo di lavanda. Lì accanto, un carrello a quattro ruote gommate offre libri a 1 euro: “Boeken / Schuur / Open”, dice l’annuncio bifronte posato a terra. Nessuno dei testi è in qualche lingua che io conosca. D’altronde, non capisco neppure la seconda parola dell’insegna. La prima la si intuisce e l’ultima è internazionalmente nota.

A poca distanza, posizionato di traverso sui parcheggi auto, in parallelo alla lunga siepe di lavande che li delimita verso il gruppo di case, un grosso camion violaceo e nero per il trasporto di derrate alimentari, con l’impianto refrigerante in funzione.

Passiamo oltre il mezzo e svoltiamo a destra, di fronte al negozio di abbigliamento De Boer. Casupole basse, con attorno ciuffetti di verde che staccano le pareti dalla pavimentazione stradale in mattonelle rettangolari. Due archi in cemento; incisa su entrambi, la grande cifra “2000”. Quello sul lato sinistro dà accesso a un basso argine, che costeggia la laguna e protegge i giardinetti posteriori (backyards) di casette recenti e, più in là, una fila di orti. Attraverso quello a nord, invece, teso fra abitazioni turchine – pure minuscole – fronteggiate da verande, si arriva in uno spazio verde, dove sono disposti giochi per bambini: dondoli, altalene, scivoli.

Dalla parte opposta alla nostra, l’area erbata termina contro la schiera di case variopinte. Verso sinistra, sale all’arginello. Un giardiniere, seduto sulla sua grossa falciatrice semovente, sta tosando questa porzione acclive di prato. A destra, una misteriosa struttura in legno, come un’enorme, duplice cancellata, circonda un casotto ancora da verniciare, attorno al quale ronzano vespe. Ci sediamo su una panchina bianca, addossata ai muretti di cinta che chiudono il retro delle casupole, per riposare le spalle dal gravame degli zaini. Accanto a noi, i piccoli cassonetti per la raccolta differenziata delle famiglie. Una targa denomina l’esiguo passaggio da cui siamo arrivati “Rua D. Fernando”: così, stranamente, in portoghese.

Ci portiamo verso destra. Auto parcheggiate. Un vicolo, stretto fra le solite case piccine: quasi tutte di mattoni a vista, una di assi smaltate in marrone con le commessure bianche. Cortili angusti, abbastanza in disordine.

Sfociamo sulla via principale. Cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa, tornando verso la darsena e il ponticello. Incuriositi da un elenco di piatti (che peraltro non capiamo) stilato a gesso, in bella grafia, su una lavagna, scendiamo i gradini di legno verso il cortile dell’Hotel Restaurant Serre “De Vrouwe van Stavoren”, notato ieri all’angolo iniziale della strada.

Ci accomodiamo a uno dei piccoli tavoli tondi sotto la sporgenza del tetto, su poltroncine di vimini simili a quelle che ci aveva regalato la zia Pina almeno cinquant’anni fa e che tenevamo nello stanzino ricavato dalla stalla, a destra dell’ingresso. Gli altri tavoli, dietro di me, sono invece riparati da ombrelloni bianchi.

Il caldo è fastidioso anche all’ombra, tranne quando giunge fino a noi qualche sparso refolo di piacevole aria fresca. Penso sia per il tasso di umidità, sempre molto elevato. A questa latitudine la luce non è abbacinante come in un Paese del Sud, ma continuo a stupirmi di quanto il sole scotti sulla pelle se l’esposizione è prolungata.

Ordino una bella birra media Hertog Jan e inizio a sorseggiarla goloso. Ester si concede una bottiglietta di Cola Light e prosegue attenendosi rigorosamente all’acqua naturale Spa Blauw.

Rifletto che, per la mia esperienza di questi giorni, anche la squisitezza del cibo olandese è sorprendente. La Zuppa Luminosa (o Limpida: Heldere Soep) è leggera e saporita. Il pane è davvero di ottima qualità. Ce lo servono a fette, per accompagnare un appetitoso vassoio con olive verdi speziate, tapenade e una salsina di erbe, senza aglio.

Rondini volano in saliscendi obliqui, garrendo sonore. Una di esse ha il nido proprio davanti a me, in alto, su una mensolina appositamente fissata al muro: a opera dei gestori, credo. Un passerotto saltella, confidente, sulla pavimentazione di mattonelle quadrate, nel materiale ruvido degli autobloccanti. Sembra esistere, qui, una diffusa tolleranza, se non addirittura un grande rispetto, per i volatili di qualsiasi specie. Non ne capisco bene il motivo. Forse perché uomini e uccelli devono condividere, durante i lunghi mesi invernali, le stesse aspre condizioni climatiche, si è sviluppata fra loro una specie di solidarietà.

Vado ai servizi, montando sul ballatoio di legno che asseconda, da sotto, il cornicione. Lungo la parete ad angolo con questa, e lungo quella di fronte, gli ingressi alle numerose camere sono costruiti a forma di enormi fondi di botte, schierati come in una cantina. All’interno, il ristorante mi ricorda la pizzeria di Pertuso, in Val Borbera. I bagni sono grandi, solenni e impeccabili.

È l’una e mezza. Pago, con la carta, i 26,40 euro del conto, rivolgendomi a una cameriera nel capanno in fondo al cortile, dove è ospitato il bancone bar. Poi ci portiamo, pian piano, verso l’imbarcadero.

Il viaggio in battello è simmetrico a quello di ieri pomeriggio. I passeggeri sono però in buona parte maschi. Alcuni, maturi e ingrigiti, formano coppie abbastanza evidenti ma garbatissime. Commentano il paesaggio lagunare parlando inglese con accenti diversi, nativi e non. Ignoro se questa presenza abbia a che vedere con la sfilata del Gay Pride prevista ad Amsterdam per i prossimi giorni. Non mi sentirei di escluderlo.

Stazione di Enkhuizen. I bagni si trovano nella grande e bella sala di attesa, cui accediamo passando dall’edicola-chiosco e sulla quale si affaccia anche il bar interno. Elegante pavimento di marmi, istoriati a scacchiera. Pareti di mattoni a vista, finemente decorate e ottimamente mantenute. La porta, contrassegnata “WC”, è di legno, smaltato in flatting trasparente. Alla sua sinistra, un grande quadro nello stile dei “Mangiatori di patate” vangoghiani. Dentro, le tazze hanno la stessa foggia curiosa che all’Hotel Boschlust.

Prendiamo il treno delle 16, acquistando biglietto e supplemento bici alla solita erogatrice automatica gialla. Le carrozze su cui si può salire con la bicicletta sono contrassegnate da un simbolo.

Nulla da rimarcare fino a Hoorn. Partendo da Scharwoude, la ferrovia inizia a marciare parallela al viale che avevamo percorso, nei due sensi, con l’autobus. Poco dopo, verso destra, in fregio alla strada, ecco ruotare le sei pale eoliche.

Quindicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalia:

  • Il canale del ponte levatoio
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