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Voi siete qui: Italia » A Trento l’antico dio dei mari è sovrano anche dei monti – 2

13 Marzo 2010

A Trento l’antico dio dei mari è sovrano anche dei monti – 2

trento_ante_2 Seconda e ultima parte del servizio di Lorenzo Iseppi sul centro storico di Trento. La prima si può leggere qui.

La spiacevole necessità di sostituire l’originale marmoreo del Nettuno con una copia in bronzo consente perlomeno di contemplare da vicino le fattezze del nume. Anzi, scrutando il volto autoritario e la posa risoluta, sale spontanea nel visitatore la domanda: “Ma che ci fa il mitico dio dei mari qui in mezzo i monti?”. C’è chi ritiene plausibile la spiegazione secondo cui soltanto pochi secoli prima di Cristo assume le mansioni che i greci assegnano a Poseidone.

Nel De natura deorum Cicerone lo descrive in queste vesti, lo vuole fratello di Giove e sostiene che il suo nome deriva dall’ampliamento del verbo “nare” (ovvero nuotare). Ma nella tradizione religiosa più antica è venerato come sovrano delle acque in genere e sembra assai più vicino al “Nethuns” etrusco, il cui dominio abbraccia anche fiumi, ruscelli, stagni e pozzi. Si giustifica così la presenza di effigi con le sembianze di Nettuno in città dell’entroterra come Bologna e Firenze, ma addirittura in numerose zone dell’arco alpino. Una sia pur sommaria mappatura rivela come il fenomeno sia più cospicuo nelle aree orientali e abbia quale apice Salisburgo. Viceversa non esistono testimonianze significative che riguardino la Savoia, la zona aostana, la Svizzera o la Valtellina.

Nel caso specifico, però, la faccenda assume un rilievo speciale, che chiama in causa l’etimo stesso di Trento. Tra le possibili derivazioni del nome nel 1673 l’erudito Michelangelo Mariani ipotizza il riferimento ai tre torrenti Saluga, Fersina e Salè, oppure ai tre dossi che attorniano il centro urbano. Ma privilegia la teoria secondo cui la genesi è connessa con la latina Tridentum, così chiamata perché anticamente adorava il celebre dominatore dei flutti e porgeva sacrifici al suo inconfondibile scettro appuntito.

Del resto la stessa tesi si trova già in alcuni versi stesi nella prima metà del XVI secolo da Andrea Mattioli e viene ribadita da Pietro Alberti. Per avvalorare la loro convinzione entrambi citano alcuni rilievi d’età romana murati orizzontalmente sul fianco nord della dugentesca cattedrale.
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Si tratta di cinque pilastrini ornati con figure arboree e animali. Ma su due di essi, all’inizio o alla fine del motivo ornamentale, tra foglie d’acanto e ramoscelli a ghirlanda, si scorgono delle creature marine munite di tridente. E questi lacerti alimenterebbero un’antica leggenda sulla presenza d’uno scomparso tempio pagano consacrato all’immortale padrone delle onde.
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Se la ricostruzione è fondata, per cause oscure l’ancestrale legame resta sotto traccia fino al XV secolo, quando si registra un vero e proprio revival di questo culto, al punto che Nettuno assurge a emblema della città e delle sue origini. Compare sia sugli archi trionfali che sulla porta Auriola, di cui purtroppo non esistono più i resti e che risulterebbe aperta nella cinta urbana almeno dal 1185 fra l’odierno palazzo Langher-Fogazzaro e la Torre Maestranzi. Il francescano Giangrisostomo Tovazzi trascrive in proposito alcuni distici assai chiari riportati su questa perduta via d’accesso: “Hic sunt (si nescis) vestigia prisca Tridenti. Neptuni a sceptro scitoque nomen habet”. Figura inoltre nei fregi rinascimentali di palazzo Geremia, dove le principesche forche si accompagnano ai profili dei tritoni e degli altri esseri amministrati dal monarca degli abissi.
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Non è da meno il castello del Buonconsiglio, che chiama l’artista ferrarese Dosso Dossi perché elevi una fontana al dominatore degli oceani. Anche questa testimonianza materiale è scomparsa, ma la ricordano alcune ottave che descrivono il poderoso maniero:

Scolpito in bianco marmo un fonte vago
nel mezzo del giardino in alto sorge,
che farìa d’acqua un copioso lago,
tanta ne gitta in vari luoghi, e porge.
Nel suo più alto una eccellente imago
del dio Nettunno scolpita si scorge,
che da marine conche in più rampolli
distilla l’acque cristalline e molli.

La conferma più sicura che si tratta d’una voga non episodica si ha quando, pochi anni or sono, riemerge alla Zentralbibliothek di Zurigo un disegno sigliato A.V.T. e si appura come sia sicuramente di Alessandro Vittoria, ossia uno dei massimi scultori atesini. Ebbene, lo schizzo costituisce senza dubbio il progetto d’un gruppo monumentale con base ottagona. Da questa spunta un perno a festoni su cui poggiano delle sfingi alate che reggono un ripiano. Sopra si notano dei putti che, alla maniera dei telamoni, reggono una vasca decorata con mascheroni e delfini. E sulla sommità svetta un Poseidone nostrano, la cui silhouette richiama il Laooconte rinvenuto in una vigna romana agli inizi del XVI secolo. Le biografie dicono che nel 1550 il celebre allievo del Sansovino lascia Venezia e torna nella terra natale su invito del cardinale Cristoforo Madruzzo e la cosa induce uno studioso come Birgit Laschke a ritenere che il motivo sia quello di realizzare una fontana. Avanza anche l’indicazione di due possibili destinazioni: o il palazzo delle Albere sulle rive dell’Adige o il cuore stesso della città, ossia proprio piazza Duomo.

Quella che poi viene affidata agli autori settecenteschi non sembrerebbe pertanto un’opera decisa per un improvviso colpo di sole, ma la conclusione di un processo sotterraneo che affonda le radici in epoche molto più remote. Il Nettuno torna d’un tratto a riempire l’immaginario collettivo. Né basta a scalzare la sua nomea la fontana dell’aquila realizzata nel 1850 da Stefano Varner.
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Il fiero rapace campeggia nello stemma municipale ed è di casa sui monti d’intorno: dal Bondone alla Marzola, dal Calisio alla Paganella. Eppure non riesce ad avere la meglio su un idolo che, sia pur giunto da lontano, è sentito un po’ come un padre fondatore. A un certo punto sembra persino destinato a divenire una specie di Pasquino del nord, incaricato d’intervenire nelle dispute tra fazioni. Il momento clou di questa fase si ha quando all’improvviso monta una crociata moralizzatrice che vuole a tutti i costi coprire le nudità di creazioni ritenute troppo audaci. E allora il dio del mare, che pure è da sempre debitamente coperto con il panneggio d’un perizoma, dà voce alla vena satirica degli oppositori suggerendo provocatoriamente alla schiera dei puritani di vestirlo da palombaro. Frattanto la sua figura compare a più riprese nelle scenografie approntate per le visite di ospiti coronati. Riesce ad ispirare poeti come Romedio Antonio Gallicioli, Michele Gottardi o Vittorio Felin. Fa capolino nei quadri dei pittori, nella grafica del Novecento, sulle cartoline illustrate, sopra le guide turistiche e nel logo delle associazioni indigene. In poche parole, senza cerimonie ufficiali ma attraverso la somma degli atti quotidiani d’una intera comunità, viene scelto all’unisono o quasi come imperituro simbolo di Trento.
Testo di Lorenzo Iseppi (seconda parte – fine)
Foto di Matteo Ianeselli / Wikimedia Commons / CC-BY

Didascalie:

  • Il volto del Nettuno
  • Uno dei rilievi d’età romana murati nel fianco della cattedrale
  • Il primo pilastrino con la raffigurazione di un tridente
  • Palazzo Geremia
  • La fontana dell’aquila realizzata a metà Ottocento
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