Il complesso edilizio iniziale viene eretto a Bagnoli di Sopra dagli Scheriman, una dinastia d’origini persiane dedita al commercio. La data di conclusione dei lavori è il 1719, come ricorda un’incisione sopra il portale d’ingresso alla sala delle feste. Il progetto viene attribuito indirettamente all’architetto neoclassico Andrea Tirali, nel senso che l’opera richiama per stile altri edifici certi dell’autore. Poco dopo la metà del Settecento l’immobile passa alla famiglia Widmann, originaria della Carinzia ed emigrata ai primi del XVI secolo nella laguna veneta. Qui nel 1646 accede al patriziato grazie ai generosi finanziamenti elargiti alla Serenissima, in grossa crisi economica a causa della costosa guerra in corso contro i turchi. Essa affida la ristrutturazione del palazzo a Baldassarre Longhena, firmatario fra l’altro della basilica di Santa Maria della Salute, sul Canal Grande. L’insieme, situato proprio a lato della piazza principale del paese padovano, si presenta ancora oggi con un lungo fronte monumentale, impreziosito da una maestosa loggia.

Anche gli interni, con le loro numerose e raffinate decorazioni, conservano l’antico prestigio.
Tra gli ospiti più illustri che in momenti diversi frequentano l’aristocratica dimora risultano i musicisti Malipiero e Igor Stravinski, il poeta vernacolare Pasto, il vate Gabriele D’Annunzio con l’amico Pietro Foscari e il patriarca Giuseppe Melchiorre Sarto, eletto poi papa con il nome di Pio X. Ma il periodo più fastoso si ha con Ludovico Widmann, appassionato di letteratura e d’arte in genere. Prodigo mecenate almeno a livello regionale, instaura un rapporto particolarmente cordiale con Carlo Goldoni. Questi figura ufficialmente ospite almeno due volte: la prima nel luglio del 1755 e la seconda nell’aprile del 1757. In entrambe le occasioni vengono organizzate numerose recite, con nutrita affluenza di persone, in una cornice pittoresca e sfarzosa. Il celebre commediografo, per ringraziare della splendida accoglienza, dedica al nobile l’opera La bottega del caffè. E nel 1763, un anno prima della scomparsa del munifico amico, scrive per lui il poemetto intitolato Il pellegrino.
Ma anche nei Memoires lo scrittore cita più volte i piacevoli soggiorni. Una sua missiva svela al destinatario che in un salone attiguo al palazzo si rappresentano varie commedie e diversi invitati si cimentano nella recitazione. Anzi, ricorda d’avere anche scritto di suo pugno alcune scenette per le piacevoli serate. Rimane persino una scherzosa poesiola dialettale scritta a ricordo di quei ritrovi spensierati:
E no vien solamente i contadini,
ma dame e cavalieri in quantità,
miedeghi, religiosi e cittadini,
e zente dotta d’ogni qualità.
Per sentir la commedia in quei confini
i se parte per sin da le città.
Sterzi, sedie, cavalli e che la vaga!
A Bagnoli se gode, e no se paga.
El paron generoso accoglie tuti
con trattamento nobile e cortese.
E ho godesto anca mi de stì bei frutti.
L’anno passà son sta a Bagnoli un mese.
A no lodar bisognaria esser muti
le gran tole, i gran spassi e le gran spese.
Ma quel che pi de tuto fa stupor,
del paron de la casa el gran bon cor.
La passione per il palcoscenico influenza persino l’aspetto e soprattutto gli ornamenti del giardino.

Sul versante che guarda a mezzogiorno il proprietario decide di chiudere con una cerchia muraria un ampio spazio verde, di gusto francese, arricchito da profumate piante di limoni e da siepi di carpini potate in modo da creare quinte ed esedre naturali. Nel 1742 affida a qualche scultore di ornare l’area con dei gruppi statuari. Sui pilastri d’ingresso compaiono le coppie di Ercole con Caco e Anteo. Ai lati destro e sinistro si incontrano Flora, Giunone, Diana, Apollo citaredo, Nettuno e una ninfa agreste. Sul lato più vicino alla costruzione spunta una fila di putti, abilmente ritratti in compagnia degli animali più strani. E fino a qui la scelta non si scosta d’una virgola dai tradizionali soggetti della mitologia classica cui si rifanno intere generazioni d’autori chiamati ad abbellire i parterre delle costruzioni venete ispirate ai dettami di Andrea Palladio e dei suoi discepoli.

Le novità devono invece risaltare proprio nel bel mezzo del palco erboso. Secondo uno schema di composizione ispirato alla commedia dell’arte e ai personaggi di un’azione scenica modulata su due note, l’una grave e l’altra scherzosa, nasce un insieme di 16 personaggi in pietra tenera dei Berici ritratti in atteggiamenti del tutto naturali, scevri da ogni pomposa retorica. All’ingresso figurano due soldati in divisa settecentesca, ideati a protezione della dimora. Poi, di seguito, si incontrano il signore turco, la fattucchiera, la nera incinta, il cavaliere adirato, il suonatore di chitarra, la fanciulla con ventaglio, il guerriero moro, il nobile, la schiava orientale, l’anziana dama, il cacciatore, la giovane massaia, la filatrice e il vecchio innamorato.

Purtroppo, con l’andare del tempo, diverse sculture subiscono danni più o meno rilevabili. Molte sono monche delle mani. Al saraceno manca la pipa, e si può dedurre che stia fumando per un pezzo di bocchino che tiene stretto fra le labbra e per un doppio giro di cordoncini intorno all’arto destro. Le opere sono restaurate nel primo Novecento dallo scultore padovano Antonio Benello, il cui fratello Rinaldo risulta allievo di Antonio Canova.
Sul basamento recano la sigla A.B. e qualche altra indicazione, ma il materiale scheggiato non consente di leggere di più. A determinare con certezza la paternità delle opere è nel 1931 Giovanni Gurian, che in un opuscolo le attribuisce al padovano Antonio Bonazza, attivo un po’ in tutto il Veneto: a Vicenza, Venezia, Rovigo, Montagnana, Este e così via.

Ma è nell’esecuzione dei lavori plastici di Bagnoli che, pur dovendo in qualche modo interpretare la sensibilità e i desideri della committenza, riesce a raggiungere i vertici della sua parabola estetica.
Egli rappresenta contemporaneamente personaggi da favola e da teatro. Rammenta l’età barocca in quell’andare alla ricerca del prodigio tecnico e del pezzo di virtuosismo, come quando ritrae con somma diligenza il merletto di una cuffia o gli arabeschi di una stoffa damascata.
Tuttavia evita di cadere nel mero accademismo grazie alla freschezza e spontaneità dell’ispirazione. A volte si diverte a calcare leggermente i tratti, sfiorando una garbata caricatura. Ma la sapienza del tocco riesce a scavare nella psiche dei soggetti portando a fior di pelle qualità e debolezze dell’animo umano.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Il fronte di villa Widmann a Bagnoli di Sopra
- L’ingresso al giardino sorvegliato da due soldati in divisa settecentesca
- La sezione delle statue d’ispirazione mitologica
- Il signore turco
- La schiava orientale