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Voi siete qui: Italia » Centocinquant’anni fa si faceva l’Italia a San Martino e Solferino

23 Giugno 2009

Centocinquant’anni fa si faceva l’Italia a San Martino e Solferino

sanmartino_ante Il 18 gennaio del 1859, a seguito del convegno di Plombières, c’è la firma del trattato d’alleanza tra la Francia e il Regno di Sardegna. Dopo di che il governo piemontese cerca di sfidare Vienna con una serie di iniziative più o meno provocatorie. Richiama in servizio i riservisti, consolida le linee di difesa e forma sotto il comando di Garibaldi un corpo di volontari, denominati “Cacciatori delle Alpi”. L’Austria, anziché agire per vie diplomatiche, decide di forzare la mano e il 23 aprile presenta al Cavour un ultimatum, con cui si chiede l’immediato disarmo. Al netto rifiuto segue l’inevitabile dichiarazione di guerra. Il tentativo di battere l’esercito sardo prima dell’arrivo degli aiuti stranieri viene scongiurato allagando le risaie vercellesi, che rallentano l’avanzata del maresciallo Giulay. Le truppe di Napoleone III giungono a Genova via mare e per ferrovia unendosi agli alleati presso Alessandria. L’eroe dei due mondi varca per primo il Ticino ed avanza lungo la fascia lombarda liberando Varese, Como, Bergamo e Brescia. Il grosso delle truppe alleate si scontra invece con gli avversari a Montebello e Palestro. Il 4 giugno, con la vittoria a Magenta del generale Mac Mahon, si aprono le porte per Milano e si prospetta la marcia sul Veneto. Ma il 24 giugno c’è l’ultimo tentativo di controffensiva asburgica sui colli tra Brescia e Mantova con le battaglie di San Martino e Solferino.
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È sicuramente una delle fasi più cruente dell’intero risorgimento. Anche se allertato dalla cavalleria in ricognizione, il nipote del Bonaparte è convinto che le forze nemiche presenti nella zona siano delle piccole retroguardie. Gli avversari, per converso, credono che dinanzi a loro si trovino  soltanto alcuni reparti avanzati. In sostanza entrambe le armate si scontrano mentre sono in marcia e giungono quindi a contatto quasi per caso. E al tramonto, dopo una decina d’ore di battaglia, tra morti e feriti si contano sul terreno quasi 100 mila vittime. Sul posto si trova casualmente uno svizzero di nome Henry Dunant. È lì per chiedere all’imperatore francese un aiuto finanziario. Intende infatti costruire dei mulini a vento in Algeria per la produzione di cereali destinati alle popolazioni locali. Assiste così sbigottito ad un vero e proprio massacro. Con le autorità ed i religiosi locali organizza i soccorsi e, di fronte all’insensato martirio di tante vite, concepisce l’idea d’istituire quella che pochi anni dopo sarà la Croce Rossa.
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Rivisitare ad un secolo e mezzo dalla strage il teatro di questo autentico bagno di sangue è ancora assai istruttivo. C’è chi preferisce partire subito dai punti nevralgici. Ma forse è meglio avvicinarsi all’epicentro in progressione, cominciando dalle zone periferiche, e in particolare da Castiglione delle Stiviere. In questo caso la prima tappa è il castello dei Gonzaga, con la torretta medievale da cui, all’alba del 24 giugno 1859 Napoleone III, accorso da Montichiari, alle prime avvisaglie scruta preoccupato l’inizio degli scontri. La seconda è il duomo settecentesco, trasformato frettolosamente in un ospedale da campo per soccorrere i soldati bisognosi di cure. È qui che Dunant, don Lorenzo Barziza ed una schiera di volontarie cercano di salvare il maggior numero di uomini d’entrambi i fronti, senza distinzione di schieramento o di grado.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

Prima parte – segue

Didascalie:

  • La sponda meridionale del Garda e il profilo delle prealpi visti dalla sommità della torre di San Martino
  • La torretta del castello dei Gonzaga da cui all’alba del 24 giugno 1859 Napoleone III segue le prime fasi della battaglia
  • Il settecentesco duomo di Castiglione delle Stiviere, trasformato in ospedale da campo per assistere e curare i feriti
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