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Voi siete qui: Italia » Il monumento a Gaston de Foix nel Museo Sforzesco di Milano

27 Aprile 2010

Il monumento a Gaston de Foix nel Museo Sforzesco di Milano

gaston_ante Gaston de Foix nasce nel 1489 a Mazéres, nell’Alta Garonna. Figlio di Jean e di Marie d’Orléans, sorella del sovrano di Francia Luigi XII, a soli 21 anni è governatore di Milano e generale dell’armata reale in Italia. Strabilia subito compagni e nemici per i successi militari e la rapidità con cui consegue le vittorie, tanto che viene soprannominato Foudre.

Dapprima accorre a Bologna, occupata dai francesi, per respingere l’assedio delle truppe spagnole e papaline comandate dal viceré di Napoli Raimondo de Cardona. Poi compie una veloce avanzata a nord, grazie anche all’aiuto del marchese Giovan Francesco Gonzaga, che gli concede libero transito a Pontemolino. Di lì prosegue per Nogara e Isola della Scala, dove sbaraglia le truppe di Gian Paolo Baglioni. Punta quindi verso Peschiera, Montichiari e Castenedolo. Il 18 febbraio del 1512 accerchia Brescia, in mano alla Serenissima.

Il doge Andrea Gritti respinge la richiesta di resa. Così nella notte 6 mila fanti e 500 lancieri si inerpicano lungo l’erto pendio verso il castello. Agli albori del 19, con l’ordine d’attacco, la città cade e subisce un terribile saccheggio. Tra le numerose vittime c’è anche un umile postino, mentre suo figlio, colpito più volte alla gola, rimane per sempre affetto da balbuzie. Si tratta del celebre matematico Niccolò Fontana, poi ribattezzato Tartaglia per le irreversibili difficoltà di eloquio.
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Il mese successivo l’ardito condottiero vira verso sud per prendere Ravenna. Al fianco ha il fedele Pierre Terrail du Bayard, il cui eroico comportamento suscita l’entusiasmo e l’emulazione dei commilitoni, che lo chiamano “le chevalier sans peur et sans reproche”.

Come riferiscono le cronache, lo scontro inizia il mattino dell’11 aprile, giorno della Pasqua di resurrezione, in una zona denominata Molinaccio. I soldati della Lega Santa sono oltre 34 mila e hanno alle spalle il fiume Ronco. Si trovano acquattati dietro un poderoso fossato e la trincea, predisposta dall’esperto geniere Pedro Navarro, ha un unico varco di 13 metri, indispensabile secondo i piani strategici per qualche improvvisa sortita al momento opportuno.

I francesi sono invece circa 23 mila, un terzo dei quali lanzichenecchi, e possiedono 54 pezzi d’artiglieria. Il loro intrepido comandante dispone gli uomini a semicerchio intorno alle postazioni nemiche e comincia a sparare dai fianchi. In breve il fuoco getta lo scompiglio tra i cavalieri avversari, che escono allo scoperto e si lanciano all’offensiva senza ordine alcuno. La lotta dura poco più di un’ora e costa migliaia di vite.

Le stime più nere parlano di 21 mila caduti. A memoria della carneficina, nel 1557 il cardinal Pier Donato Cesi fa erigere sul luogo del conflitto la cosiddetta “Colonna dei Francesi”. Lo stesso Gaston, ormai a un passo dal trionfo, trova improvvisamente la morte mentre si ostina a rincorrere gli sconfitti in rotta. E al suo nome la città dedica una via che fiancheggia i resti della Rocca Brancaleone, eretta dai veneziani nel 1457.

Scortata da monaci incappucciati, da una lunga processione di compatrioti e da una fila di prigionieri, la salma del nobile armigero è traslata nel capoluogo emiliano, dove si celebra un primo rito funebre. Poi raggiunge il duomo milanese per una seconda solenne cerimonia di commiato. Al termine il corpo del defunto viene appeso tra due colonne della basilica, in osservanza d’una prassi riservata ai duchi.

È Francesco I in persona a premere perché il valoroso guerriero venga onorato con una tumulazione degna dell’altissimo rango. E, prima di tornare a Parigi, lascia precise disposizioni in merito affidando l’incombenza al conte di Lautrec e Comminges. Si stabilisce di collocare la tomba nel monastero delle suore agostiniane di Santa Marta, ubicato dove oggi si apre piazza Mentana. Il motivo principale della decisione starebbe nel fatto che la priora del convento ha contatti con diversi prelati d’oltralpe e in particolare con Denis Brionnet, vescovo di Saint Malo.
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Dopo incontri esplorativi e trattative il lavoro è affidato al lombardo Agostino Busti, nato nel 1483 e allora trentenne. Non ha alle spalle creazioni di particolare rilievo, ma è uno dei più assidui discepoli di Leonardo da Vinci, tanto da seguire il maestro nel viaggio a Roma del 1513.

Il prescelto, che nella cerchia d’amici è soprannominato Bambaia, con l’aiuto di validi collaboratori provvede innanzitutto a realizzare la figura del blasonato signore disteso sopra un Lit de parade. Ha il capo cinto d’alloro, per tradizione simbolo di conquista, fama ed onore. Mostra un collare con il medaglione ormai abraso, ma sicuramente connesso con l’Ordre de Saint-Michel, istituito nel 1469 presso il castello di Amboise e di cui fanno parte 36 eletti d’estrazione aristocratica che giurano assoluta fedeltà alla corona.
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Essi portano infatti una catena d’oro formata di piccole conchiglie unite da un doppio cordone, cui è appeso un ovale con l’immagine dell’arcangelo che uccide il drago. Le mani dello scomparso, poggiano sotto l’impugnatura finemente incisa della spada, che però oggi ha la guardia cruciforme lesionata.
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Le dita della scultura sono ormai ridotte a qualche mozzicone ed anche la lama deve aver subito danni, perché in un’incisione del 1820 appare lunga fino ai piedi e sostenuta da due piccole sfere di marmo.
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Un critico come Adolfo Venturi considera l’effigie finale come un capolavoro. Tanto più che, a giudicare dalla produzione complessiva dell’autore, si tratterebbe dell’esordio nella statuaria di ragguardevoli dimensioni. La prova cui viene chiamato non è probabilmente la più congeniale all’artista, propenso ad esprimersi al meglio nell’attività di cesello delle lesene o nel ritmo dinamico delle creazioni minuscole.

Tuttavia davanti alla tematica del “gisant”, caro alla tradizione nordica, si scopre interprete di notevole sensibilità, pronto a tralasciare il fruscio di tortuosi panneggi per abbandonarsi ai piani d’ampio respiro, con superfici glabre e pulite. Solo ai dettagli dei cuscini o ai particolari dell’elsa riserva un indubitabile virtuosismo tecnico, a volte persino sopra le righe.
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E di sicuro effetto è l’idea d’increspare il candido sudario con una serie di placide onde, che ricordano la strigilatura dei sarcofagi antichi ma in questo caso sembrano evocare l’immagine d’una distesa marina che culla il sonno eterno d’un capitano perduto.
(prima parte – segue)
Testo di Lorenzo Iseppi
Foto di Giovanni Dall’Orto (licenza WikiCommons)

Didascalie:

  • Il Lit de parade di Gaston de Foix
  • Il collare dell’Ordre de Saint-Michel
  • La guardia cruciforme lesionata
  • La lama della spada, originariamente lunga fino ai piedi
  • I cuscini realizzati con eccezionale virtuosismo tecnico
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