Nona parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Usciamo dal centro storico e andiamo a ritirare le biciclette. Rivalichiamo il ponte levatoio, ci infiliamo nel sottopasso della statale per raggiungere la pista ciclabile posta sull’altro lato, iniziamo a pedalare in direzione nord. Poche centinaia di metri, ed ecco la rotonda dalla quale eravamo già passati ieri in autobus.
Attraversiamo per imboccare la strada che si diparte a destra. Finiamo in un vialetto che si inoltra fra i pascoli visti prima dalla “Grande Chiesa”. Svoltiamo a superare e costeggiare una roggia colma, all’ombra di un doppio filare di alberelli. Rasentiamo case, un campo giochi per bambini, altre case e baracche-chiatta su un canale più ampio.
Una lunga via periferica di casette con giardino, in uno spazio crescentemente rustico che si stabilizza, dopo una curva a sinistra, in una campagna di prati e alberi, stretta sulla destra da un rilevato erboso in guisa di argine, oltre il quale è ubicato un campeggio. Una zona umida cintata che presumo area naturalistica, almeno a giudicare dal cartello Natuurgebied Fort Edam.
Vacche pezzate al pascolo, in piedi o spaparanzate al suolo. Un secondo campeggio avvolto da una fitta fascia boscata. Un terzo campeggio, De Boer, “il contadino”, che mi fa sorridere per la somiglianza al cognome di un collega. Un quarto campeggio. Finalmente, una piccola fattoria e, più avanti, un’altra, con casa e fienili di legno come nella prateria americana. Un ridotto gruppo, in successione, di raffinate abitazioni, evidentemente non agricole.
Poi tornano le piccole fattorie sparse, tutte con la loro cortina di alberi. Un allevamento di cavalli arabi, o almeno così credo di capire dall’insegna. Pecore, chiare e scure, brucano su un tratto di argine chiuso da una bassa rete. Specchi d’acqua più ampi fra l’intreccio dei canali.
Al bivio di Warder una serie di frecce indica che mancano 14 chilometri per Hoorn mentre ne abbiamo percorsi 7 da Edam. Più in là sostiamo, per bere un goccio d’acqua e sgranocchiare un quadratino di cioccolato, sullo spiazzo antistante la misteriosa Hobij Experts in European Workforce.
Di fronte, una serie di gradini ci permette di salire sul terrapieno e osservare l’ampia laguna, lievemente gualcita, che viene a frangersi contro la riva sotto di noi. Guardare verso l’altro lato è invece come rasentare case e campi dall’argine del mio paese, con l’aria luminosa del tardo mattino a rendere delicatamente pastellati i colori.
Proseguiamo. Una grande stalla. Un’altra fattoria. Il bivio per Oosthuizen: 11 chilometri a Hoorn… quasi metà della strada è fatta. Uno stagno dalla sagoma irregolare. All’inizio del borgo di Schardam, la strada si unisce all’argine.
Nella piana che ora la separa dalla laguna, l’ennesimo campeggio. Alla nostra sinistra, casette in stile American gothic. Finite le abitazioni, il terrapieno ricompare per poi di nuovo estinguersi quando il percorso varca un naviglio e svolta verso l’interno lungo la riva.
Poco più avanti, prendiamo a destra, in costa a un nuovo arginello che qui ha inizio. Verso sinistra una rete di esigui canali, aperti in lanche nei punti di intersezione. Un laghetto più grande, che strada e argine assecondano curvando. Pascoli verdi. Case coloniche disseminate fra rogge e stagni.
Ecco comparire alcuni edifici di dimensioni maggiori, forse condomini, in stile moderno o più tradizionale. Ritroviamo l’incrocio dal quale ieri, in autobus, siamo confluiti sul lungolaguna. Ricalchiamo pedalando il percorso già fatto comodamente seduti. Siamo un po’ stanchi, accaldati e bisognosi di rifocillarci, quando incateniamo le biciclette alle infinite rastrelliere schierate in prossimità della Stazione.
Attraversiamo i giardini con la strana sensazione di trovarci in quelli della nostra città. Fa veramente caldo, non è solo effetto della faticata. Gli zaini ci pesano fastidiosamente sulle spalle. Arriviamo all’inizio di un viale abbastanza ampio.
Sull’angolo, ci attirano i tavolini esterni del locale Bakkerij Meysa e il cartellone, disposto fra essi, in cui sull’immagine di una invitante ciotola, colma di minestra di verdure, campeggia la scritta Dagelijks Verse Linzensoep € 3,50.
Entriamo nel locale, che si rivela un Döner pizza turco, ma con un aspetto più che dignitoso: pavimento pulito, steso in un’unica gettata grigio ardesia tempestata di granelli chiari; pareti piastrellate da ritagli di pietra in varie sfumature di grigio; poltroncine in fibre di plastica bianca intrecciate come vimini; tavoli dal piano di simil marmo; due lunghi, luccicanti banconi vetrinati in cui sono esposti cibi e bevande; in alto sulla parete di fondo, pannelli luminosi rossi con immagini e prezzi dei vari piatti proposti; a destra, la porta dei bagni, smaltata di lieve grigio perla; poco distante, una pianta di ficus in vaso; verso l’uscita, i bidoncini della raccolta differenziata. Altri clienti sparsi. Un’anziana, con accanto le borse della spesa, legge il giornale.
Il cameriere giovane e moro, al quale le avevamo ordinate mentre era dietro il banco, ci serve le scodelle di minestra calda al tavolo, accompagnate da panini. La zuppa di lenticchie e verdura è davvero buona, ci rinfranca lo stomaco. Alla fine, preleviamo due lattine di Coca Cola dalla vetrina frigo. Il conto è, una volta tanto, sorprendentemente esiguo: cinque euro a testa.
Uscendo svoltiamo a sinistra, seguendo il viale. Fra le due file centrali di alberi, un parcheggio per auto e, in fondo, uno per biciclette. Accanto al marciapiede, una pista ciclabile in pavé a sampietrini rettangolari. Rasentiamo negozi le cui insegne mi sono incomprensibili. Avverto di nuovo il limite enorme di non conoscere la lingua del Paese che visito.
Al termine, nel punto di intersezione con un altro viale, un piccolo slargo da cui si dipartono, sul lato opposto, due vie, una delle quali bordata, sul fianco sinistro, da una fila di piccoli alberi, sotto i quali sono disposte alcune bancarelle. Ne percorriamo un breve tratto, poi torniamo indietro per seguire l’altra via, diretti verso la locale Grote Kerk, gli angoli più caratteristici e il porticciolo, secondo quanto ci indica il navigatore.
Anche qui negozi lungo due file di edifici in mattoni. Fotografiamo un vicolo che si diparte alla nostra sinistra. Un magazzino basso, che fa pensare a certe vie del Quartiere Pista di Alessandria, e una costruzione più massiccia, che dà invece l’illusione di essere nella nostra Via Ghilini, dalle parti dell’ex Questura, o in via San Pio V, di fronte al ristorante Cappelverde.
Pavimento a sampietrini rettangolari di pietra diversa, posati orizzontalmente. Edifici dalle pareti sbilenche, inchiavardate. Un bar con la facciata dipinta di marrone, pencolante in avanti. Al successivo incrocio svoltiamo nel vicolo a sinistra, anche questo pieno di negozi, per lo più di abbigliamento.
Sfociamo di fronte alla chiesa, sul cui sagrato si allargano, al riparo di un ampio ombrellone, i tavolini di un bar. Tutto l’edificio si presenta in un’azzimata rilettura moderna del gotico, in particolare nella torre campanaria centrale, che sovrasta l’ingresso. In questa via più vasta, a sinistra si allineano bancarelle.
Avanziamo invece verso destra, in direzione di una piazza che si intravede alla fine della prospettiva di case. Dalla parete di sinistra sporge l’insegna Peroni Nastro Azzurro. Mi chiedo perché, con tutte le ricche e gustose varietà locali di birra, debbano reclamizzare proprio la nostra, tema di un vecchio Carosello. Ma Ester mi fa notare la tenda tricolore sopra la vetrina e la scritta Ristorante Pizzeria. Ah beh, quand’è così…
Nona parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
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- Pascoli fuori paese
- Il parcheggio biciclette davanti alla Stazione di Hoorn
- Il porticciolo di Hoorn
- Un vicolo a Hoorn