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Voi siete qui: Italia » A Trento l’antico dio dei mari è sovrano anche dei monti

9 Marzo 2010

A Trento l’antico dio dei mari è sovrano anche dei monti

trento_ante Lo scenario d’intorno è solenne. Da un parte si eleva il duomo di San Vigilio, il martire lapidato nel 405 in val Rendena. La costruzione inizia nel 1212 per impulso del vescovo Federico de Vanga e su progetto romanico del maestro comacino Adamo d’Arogno.

Il cantiere, cominciato con l’abside, prosegue fino al 1305 ad opera dei figli e dei nipoti, che arrivano ad ornare con un rosone il transetto nord. Ad essi subentrano i campionesi Egidio e Bonino, che provvedono al completamento delle strutture meridionali aggiungendo tratti e motivi ormai gotici. Il campanile con la cupola a cipolla compare invece ai primi del Cinquecento. Sull’altro fianco si erge il coevo quanto austero Palazzo Pretorio.
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Realizzato da esponenti di scuola lombarda, ha pianta quadrangolare, merlatura ghibellina e decorazioni a bifore e trifore. Accanto si staglia il suo antico mastio, oggi conosciuto come la Torre Civica. Iniziata già prima dell’XI secolo, cresce in più riprese e ricopre ruoli diversi, compreso quello di prigione cittadina. Oggi, con il maestoso orologio, continua a scandire il trascorrere del tempo e conserva la campana che una volta chiamava alle pubbliche assemblee ma anche ad assistere alle condanne capitali eseguite all’aperto, davanti agli occhi della popolazione.
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Seguono altri edifici carichi di storia, come ad esempio le case Cazuffi-Rella, ubicate all’angolo di via Belenzani. Risalgono al XV secolo e mostrano le linee caratteristiche delle abitazioni locali, che puntano su assetti semplificati, superfici pulite e gronde vistose. In compenso esibiscono una rara quanto fantasmagorica cromia della facciata. Qui infatti, come in un museo open air, si possono ammirare pregevoli affreschi che, fra tarsìe simulate e cornici illusorie, riproducono personaggi della mitologia ellenica e latina, nonché scene che simboleggiano i vizi e le virtù della natura umana.
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Si tratta di lavori eseguiti nel tardo rinascimento dal pittore Marcello Fogolino, nato a Vicenza da una famiglia d’origini friulane e inizialmente attivo a Pordenone. Nel 1526 è accusato con il fratello Matteo dell’assassinio d’un barbiere, per cui viene bandito da tutti i territori della repubblica veneta e dopo una serie di traversie trova rifugio presso il cardinale Bernardo Cles. Il quale diviene un po’ il mecenate del fuggiasco e gli commissiona numerosi incarichi negli ambienti sia ecclesiastici che civili.
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È al centro d’una scenografia così speciale che nel secondo Settecento le autorità cittadine decidono di collocare una maestosa fontana in linguaggio barocco. Il manufatto è un castello di vasche a conchiglia raccordate da un pilastro a pianta ottagonale e da quattro modiglioni a volute che reggono putti con delfini e tritoni con buccine.

Circa la paternità dell’opera, il discorso è abbastanza problematico. Tanto più che nel secolo successivo vengono eseguiti dei radicali restauri, per cui cade la possibilità d’individuare gli autori delle varie membrature attraverso le più moderne analisi stilistiche.

Si è soliti attribuire l’impianto architettonico a Francesco Antonio Giongo di Lavarone, cui quasi certamente si devono anche il fusto e i cartigli che ricordano la committenza e la data del 1768, anno d’inaugurazione del complesso. L’apparato scultoreo dovrebbe invece uscire dallo scalpello del comasco Stefano Salterio, che le cronache del passato citano come figura subordinata ma ultimamente viene ritenuta l’artefice principale dell’intera struttura.

Di certo sua è la statua del Nettuno che poggia sulla cima. Anzi, quella che svetta oggi è soltanto una copia in bronzo eseguita da Andrea Malfatti per sostituire l’originale in marmo, particolarmente deteriorata a causa della lunga esposizione alle intemperie. Lo rileva già nel 1934 una lirica dialettale, che lascia parlare il simulacro e dice fra l’altro:

“E a forsa de star fermo en de sto sito
go’ nfin la mufa bianca su la schena,
e l’è na gran vergogna e gho dirito
d’aver le spale nete, e po gho piena
la barba de licheni e sporcarìa
che prest po me la fago taiar via”.

A favore della sostituzione si schierano diverse personalità, come ad esempio Achille Albertini e Stefano Zuech, che paventa persino la possibilità d’un crollo. Nell’ottobre del 1939 si procede finalmente all’imbracatura del colosso, che viene calato a terra e, dopo un meticoloso maquillage, posto nel cortile all’interno di palazzo Thun, sede del municipio.
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Per garantirgli adeguata protezione si decide di porlo entro una nicchia ricoperta di rocce porose. Quanto al sosia metallico, ricavato attraverso calco, copre il vuoto lasciato dal predecessore soltanto dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, e precisamente nel Natale del 1945.
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(prima parte – segue)
Testo di Lorenzo Iseppi
Foto di Matteo Ianeselli / Wikimedia Commons / CC-BY


Didascalie:

  • Il duomo di San Vigilio
  • Il Palazzo Pretorio
  • La Torre Civica
  • Le case Cazuffi-Rella
  • La settecentesca fontana del Nettuno
  • Palazzo Thun, sede del municipio
  • Il Nettuno originale di Stefano Salterio
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