Sesta parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Torniamo, svoltando a sinistra, sulla strada grande e, dopo qualche centinaio di metri in costa a un canale su cui si riversano chiome di salici piangenti, entriamo in paese. Sulla sinistra, un distributore di benzina BP (i carburanti si presentano meno cari che da noi) e un garage-concessionario della Ford; sulla destra una fermata di autobus con rastrelliera per biciclette, ombreggiata da un gruppo di alberi e di cespugli posti a ridosso di un rilevato, sul quale saliamo in lento pendio subito dopo, svoltando a destra di novanta gradi e finendo per affacciarci sul porto. Troviamo una rastrelliera in fregio a un isolato di acuminate casette verdi e marroni, dove incateniamo le biciclette.
A piedi per il borgo
Entriamo quindi a bere qualcosa nella corposa struttura di legno marrone scuro del Restaurant Rokerij / SMIT BOKKUM / sinds 1856. Il pavimento interno del locale è in moquette rossa, con le pareti di legno smaltato; quello esterno, affacciato sul porticciolo, in assi di legno, come la tolda di una nave. Rasentando un tronfio divanone in pelle grigia consunta, ci accomodiamo fuori, su poltroncine di vimini fittamente intrecciati addossate a tavolini dalla vernice trasparente. Una volta dissetati, siamo pronti a percorrere a piedi le vie del borgo.
Saliamo sull’argine, bordato poco oltre da una fila di basse casette in mattoni, tutte con la vetrina accanto alla porta. Divalliamo dolcemente verso le case situate in basso a sinistra e proseguiamo lungo questa via dall’aspetto residenziale, fino a svoltare, ancora a sinistra, nella Kerkstraat, che conduce, ovviamente, alla chiesa: moderna, brutta quanto la nostra alessandrina del Cuore Immacolato di Maria, ma grande quasi il doppio e con un alto campanile. Mi chiedo se era proprio necessario appioppare a un paesino così garbato una simile palla al piede architettonica.
Proseguiamo, sfilando di fronte al tempio, in una vasta via commerciale, fino al VOLENDAM MUSEUM, non so se dedicato al tabacco, alla birra o a qualche altra manifattura. Qui svoltiamo a destra per riportarci in riva alla laguna, attraversando una zona di costruzioni che somigliano all’Outlet di Serravalle Scrivia.
Una piazza larga, circondata da edifici più sobri. Prendiamo la via che si allontana in fregio al lato sinistro, anche questa orlata di negozi e popolata di passeggiatori. La seguiamo finché ci conduce alla banchina del porto, lungo la quale torniamo verso le biciclette. Bancarelle. Un passerotto e altri uccelli più grandi saltellano sul pavé. Imbocchiamo una via a duplice filare di case, con la loro vetrina d’ordinanza e con poltroncine doppie, in vimini o in legno, per sedersi fuori.
Molte case hanno la parte bassa in mattoni e quella superiore, a triangolo isoscele, in legno. Ci ritroviamo sull’argine, che marca un dislivello col resto del paese. La schiera di case unifamiliari ricorda vagamente certe vie residenziali di Valenza Po, un tempo periferiche. Prima di raggiungere nuovamente il bar, osserviamo, verso sinistra, alcuni stendardi blu con la scritta HB.
Montiamo in bici e ripartiamo. Tutto il villaggio sembra avere un’aria residenziale e piuttosto recente, e richiamare qualche cittadina americana persa nella sonnolenta pianura. Ripassiamo di fronte alla chiesa e arriviamo al Museo. Qui, a una piccola rotonda, una freccia indicatrice punta verso sinistra: Edam 2. Proseguiamo in quella direzione.
Splendida di prati, cespugli e alberi la fascia verde che si apre alla nostra destra. Una zona con pezzetti di orto e capanni per gli attrezzi da coltivazione: almeno così mi pare. Molti sono i salici bianchi posti, assieme a quelli piangenti, a far da piante ornamentali in riva ai fossi, ma li si nota, come al mio paese, anche nelle macchie di bosco spontaneo. Probabilmente è col loro legno che si fabbricano i famosi zoccoli, proprio come avveniva nelle nostre campagne padane.
Osservando la luminosità metallica e grigiastra delle loro foglie, penso che Edgar Poe, nei versi del racconto “L’appuntamento”, era a questi che pensava, e non alla lacrimosa specie babilonica, scrivendo “they bore thee from me and from our misty clime, where weeps the silver willow”, “ti portarono via da me e dalle nostre brumose contrade, dove piange il salice d’argento”.
Un parco pubblico inizia e prosegue, a lungo, oltre una rotonda. Dopo un’altra rotonda, il canale a bordo strada si fa più ampio e delimita, sull’altra sponda, un frutteto. File e file di salici bianchi. Canneti. Qualche bovino pezzato.
Il primo plotone di case del borgo, ben nascosto dietro giardini e alte siepi squadrate. Costruzioni sparse, più in evidenza. La strada sterza a sinistra, in dolce arco, assecondando un canale e una fitta cortina di alberi che mantengono a distanza un rione. Il terminal delle corriere R-NET.
In autobus a Hoorn
Decidiamo di lasciare qui le biciclette per arrivare in autobus a Hoorn, dove trascorreremo la notte. Torneremo a prenderle domani mattina e riprenderemo la pedalata dopo aver visitato il famoso mercato del formaggio che si tiene il mercoledì. Accanto alle pensiline disposte in batteria, ecco una profusione di rastrelliere coperte da tettoiette: proprio quel che ci serve.
Attendiamo l’ora di partenza della corsa, indicata sullo schermo in capo al marciapiede della fermata. La rossa vettura si mette in posizione e si avvia con tempistica impeccabile. Si immette nella vicinissima strada “importante” e, varcato un canale, procede verso nord lungo un doppio filare di alberi che poi divergono per dar spazio a una lanca allungata, di forma irregolare.
Il paesaggio prosegue senza variazioni, per un bel tratto: alberi in schiera, un canale e una pista ciclabile immediatamente ai nostri fianchi; pascoli e rade fattorie, a volte con silos o bassi e vasti capannoni, estesi aldilà. Nei prati attorno, tante mucche, ma anche cavalli, pecore e capre. Canali minori si dipartono a lisca di pesce da quello principale in fregio alla strada.
Filari di salicetti bianchi. Un passaggio a livello precede il borgo di Oosthuizen, che poi ci lasciamo sulla sinistra. A una rotonda pieghiamo di pochi gradi verso destra e continuiamo in un altro prolungato rettilineo, che non è più un viale: solo qualche tratto della pista ciclabile rimane alberato. Attraversiamo ancora un grande canale, non accessibile per la navigazione.
Più avanti, un altro canale più piccolo. Alla nostra sinistra, molto vicine, torreggiano, roteando le braccia gigantesche, diverse pale eoliche. Sullo stesso lato, oltre la ciclabile in questo segmento alberata, compare una roggia piena d’acqua. A una rotonda grande e complessa per strade, stradine e piste ciclabili prendiamo a destra, lungo una via che inizia col cartello Scharwoude e prosegue dritta tra case basse, rade, fronteggiate da giardinetti a prato e siepe, come nei quartieri residenziali delle cittadine americane: mi viene in mente l’ambientazione del film “Lolita”.
Un vivaio con rivendita di piante. Attraversiamo i duplici binari della ferrovia. I capannoni della ditta Ooms. Una piccola chiesa gotica. Pieghiamo a sinistra per assecondare un lunghissimo argine. Subito dopo, il caseggiato finisce: rimane solo qualche edificio sparso, verso sinistra. Eccone uno col tetto a piramide ricoperto da una specie di spesso feltro, come gli stivali di un mugiko russo.
Salici bianchi che ornano una staccionata. Lanche, stagni e canali. Tratti vegetati di alberi e siepi. Casette isolate immerse nel verde. Bovini, spesso indolentemente stesi a terra. Molti uccelli acquatici, nei canali e nei prati. La strada sale leggermente a scavalcare un sistema di chiaviche; in questo tratto si intravede, al di sopra dell’argine, l’orizzonte della laguna livido-bluastra. All’altezza di un borgo distanziato, preceduto e parzialmente coperto – oltre una marcita verdeggiante – da un filare di alberi, prendiamo a sinistra.
Superiamo, su un ponticello a leggera schiena d’asino, un canale. Passiamo un piccolo rione di casette in mattoni scuri. Prendiamo verso destra, in un quartiere residenziale. Tutto il borgo è ricco di verde. Uno strano edificio a forma di torre, piuttosto corta ma abbastanza tozza.
Proseguiamo a lungo, un po’ zigzagando, in una estesa fascia residenziale molto vegetata. I viali si fanno più urbani, con edifici massicci, poi attraversano di nuovo zone residenziali. Un parco pubblico sulla sinistra.
Siamo ormai quasi in centro. La zona somiglia a quella nei pressi del Teatro Comunale e della Stazione Ferroviaria di Alessandria, e infatti, svoltando a sinistra, ci ritroviamo a rasentare il grande parcheggio delle biciclette e quindi a confluire nel terminal degli autobus, di fianco al piazzale della Stazione e vicino alla scala di accesso della passerella che scavalca i binari.
Sesta parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
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- Verso Volendam
- Case sul porto a Volendam
- Abitazioni a schiera