Quarta parte del reportage di Marco Grassano sull’Olanda.
Ci alziamo e facciamo colazione nel corpo iniziale dell’albergo, dove è installata l’apposita struttura. Ci serviamo da soli, disponendo sul piatto un kiwi tagliato, pane, marmellata e miele, un dolcetto con gocciole di cacao; in una ciotola scodelliamo un mestolo di yoghurt, sul quale versiamo scagliette di cioccolato puur, ossia fondente, confezionate in apposite scatoline monodose.
L’erogatrice del caffelatte non funziona bene, riempiendo la tazza di solo caffè, e in più molto lungo. Un’addetta di colore, che parla anche un buon italiano, ci spiega che deve essere riparata, ma che se vogliamo possiamo usare la macchinetta nella reception. Due schermi televisivi, appesi in alto. Uno trasmette sciocchi video di sfilate di moda, l’altro filmati sulle vie di Amsterdam.
[adsense-inarticle]Mia figlia, la cui aspirazione professionale è diventare fotografa e documentarista, osserva che chi ha fatto le riprese doveva essere ubriaco. In realtà, l’effetto che si vuol rendere è quello dello sguardo vagante di un camminatore, ma pur ondeggiando in ogni direzione, l’occhio della camera è comunque troppo fisso – e basso – per poter rappresentare davvero quello di una persona.
Quando stiamo per uscire dall’albergo, zaini in spalla, per inforcare le biciclette, ecco che le ondeggianti nubi scure che vagavano in cielo si trasformano all’improvviso in uno sgrondo di pioggia breve ma intenso. Deve essere un fenomeno che non si manifestava da tempo – e ciò giustificherebbe l’aspetto patito della vegetazione erbacea e della bassa siepe – visto che gli addetti alla reception corrono fuori a fotografare l’acquazzone col telefonino.
La nuvolaglia continua a muoversi celere, e dà presto luogo a uno sgocciolio sparso. Anche lo stillicidio cessa. Si affaccia il sole da uno squarcio incandescente, che si allarga in fretta. Partiamo per la nostra avventura.
Incatenando le bici, ci fermiamo allo SPAR di fianco alla complessa struttura geometrica, a grandi tubi metallici, della metropolitana, per acquistare qualche provvista. Nello scaffale belegde broodjes (intuisco, per la somiglianza con l’inglese, che brood è il pane e che la dicitura van de bakker significa “del fornaio”) scelgo una piccola baguette cosparsa di semi di papavero e lino, imbottita con fettine di pomodoro e di formaggio e condita con una speciale salsina aromatica.
Ester si prende un’insalata mista. Da bere, non potendo caricarci troppo, mezzo litro di acqua aromatizzata al limone. Una corposa tavoletta di fondente Tony’s chocolonely ci farà da dessert e, se necessario, da ricarica di energia durante la pedalata.
Passato l’ingresso della stazione del metro, l’uomo allo sportello OV Informatie ci rassicura sul fatto di poter portare le biciclette sui convogli e ci indica che i relativi biglietti possono essere acquistati presso il vicino giornalaio. Le bici e il peso degli zaini ci impacciano un po’ nel superare i tornelli e salire la scala mobile, ma ce la facciamo. La combinazione di corse, con cambio intermedio, è la stessa di ieri, solo che scendiamo al capolinea, nei pressi della Stazione Centrale dei treni.
Cerchiamo, sul navigatore, dove prendere il traghetto. Passiamo lungo un tunnel al di sotto dei binari, riservato a pedoni e ciclisti, dove stanno effettuando lavori di pulizia. Dall’altra parte, al riparo di una grande tettoia dalle curve architettoniche “d’autore”, ci fermiamo per orientarci. Il molo è di fronte a noi.
Ester entra un attimo in stazione in cerca di dove acquistare i biglietti ed esce poco dopo dicendo che il passaggio è gratuito – d’altronde, il braccio di laguna da varcare è ampio solo poche centinaia di metri. Mentre attendo, un traghetto parte, ma eccone arrivare un altro pochi minuti dopo, sul quale saliamo assieme a molti altri ciclisti. Le due imbarcazioni, coordinate e alternate, fanno una spola continua.
Una volta sbarcati, prendiamo dritto, in una strada alberata che costeggia un canale. Svoltiamo quindi leggermente a sinistra, e poi, ad angolo retto, a destra, in una viuzza a piccoli lastrici, tra basse casette di mattoni o di legno immerse nel verde. Il percorso si trasforma in un vialetto rivierasco, sempre lastricato, che prosegue per un bel tratto rasentando una fila di barche all’ormeggio.
Ricomincia a piovere. Ci ripariamo, con altri ciclisti, sotto un ponte che scavalca sentiero e canale. Smette dopo pochi minuti. Riprendiamo a pedalare con lena lungo il viale che prosegue. Passiamo sotto un altro ponte, più ampio. La pista attraversa ora un vasto parco, fino a imbattersi, tra curva e controcurva del naviglio, entrambe a gomito, in un ponticello ciclabile, che varchiamo. Prendiamo poi a sinistra, per assecondare il canale dall’altra sponda.
Costeggiamo una fitta fascia boscata, che svolta a circondare qualche struttura invisibile. Sostiamo, per orientarci, in margine alla boscaglia appena prima di un gruppo di grandi palazzi recentissimi, poi ripartiamo nell’altra direzione – ortogonalmente rispetto alla stradina da cui siamo arrivati.
La pista passa sotto una strada ampia, devia tra due estese costruzioni dall’aria scolastica, prosegue di fronte a un condominio a tre piani, poi costeggia colorate casette di legno, in lunga schiera, mentre dall’altro lato, oltre un filare di olmi, diversi salici – sia bianchi che piangenti – orlano un canale.
Varchiamo, in un tunnel squadrato, una superstrada, attraversiamo un’area boschiva e assecondiamo di nuovo il canale finché la piccola carreggiata piega a destra, rasentando alcune case aggettanti sull’acqua, e poi gira nettamente di novanta gradi per evitare una statale, che prende a costeggiare su un piano più basso fino a sottopassarla e a sfociare nel bel mezzo a un campo da golf, privo di recinzione.
Vediamo, da ambo i lati, uomini avanzare sul tappeto erboso da una buca all’altra, trainando i carrellini delle mazze. Invio col cellulare un messaggio a un collega appassionato del gioco, che mi risponde subito, indovinando il nome della struttura: De Waterlandse (in effetti, un ampio cartello recita: Golfbaan Waterland Amsterdam – Welkom).
Costeggiamo parte dell’area, sfiorando piccoli canali e pozze verdi, irte di canneti. In fondo, scavalcando un ponticello bianco riservato alle bici, tiriamo dritti lungo una pista che passa ai piedi di un gigantesco traliccio elettrico e di fronte a una fattoria. Ci immettiamo, svoltando a destra, in una carrozzabile di campagna che si slancia in mezzo a due fossati colmi. Proseguiamo per parecchio, con l’asfalto che cambia più volte direzione per non tagliare la geometria dei campi, come avviene tra i cascinali della Fraschéta alessandrina.
A mascherare fienili e stalle, distanziati gli uni dagli altri, cortine di alberi, molti dei quali salici piangenti, che costituiscono degli isolotti nella piana. Bovini sdraiati o pascolanti nei prati intermedi. Le abitazioni invece sono circondate da semplici giardini. Canali e fossati con salici bianchi.
La strada continua a incedere a curve e angoli tra casette giardinate, a volte riunite in piccoli gruppi. Il percorso si fa lastricato e poi di nuovo asfaltato, sempre costeggiando costruzioni in ordine sparso. Una pista pedonale si diparte a destra, ma noi rimaniamo sulla strada, visto che di traffico non ce n’è. Le due traiettorie si snodano parallele, serpeggiando fra pascoli e canali. La pista attraversa e passa a sinistra. Tratti con filari di olmi ancora giovani.
Ci fermiamo subito dopo un ponticello che conduce al Volgermeerpolder Broekergouw 38, ad accesso controllato. Di tutto ciò, conosco solo la parola polder, imparata fin dalle elementari studiando l’Olanda.
Consultiamo la guida e il navigatore, e mangiamo un quadratino di cioccolato. Fotografiamo alcune casette dritto di fronte a noi, la prima avanguardia a schiera del borgo di Broek Waterland. Ci inoltriamo fra le viuzze del caseggiato. Seguiamo l’indicazione Monnickendam 3, oltrepassiamo un canale su un ponticello bianco, proseguiamo a sinistra, superiamo un altro canale e passiamo sotto la Statale.
Proseguiamo lungo le case fino a imboccare la pista ciclabile. Pedaliamo parecchio, stavolta assolutamente in via retta, lungo pascoli verdeggianti. Un altro sottopasso ci permette di tornare, dopo un semaforo, sull’altro lato strada. Scambiamo un marciapiede per la pista ciclabile e ci dobbiamo arrestare alla fermata dell’autobus, in cui siedono in attesa una donna e un bambino, dove il passaggio finisce.
Ripercorriamo quindi il centinaio di metri che ci separa dal ponte mobile sul canale cui fa seguito l’ingresso del paese. Leghiamo le biciclette alla lunga rastrelliera e ci sediamo a mangiare sotto gli alberi, sulla panchina vicina a un vecchio cannone, rivolti verso il canale e il ponte appena superato.
Una campanella elettrica, come in un passaggio a livello, inizia a suonare; calano sbarre a bloccare il transito in entrambi i sensi di marcia; la struttura inizia ad alzarsi, rimanendo orizzontale, per far sfilare, al di sotto, alcune barche, poi lentamente torna al proprio posto e il traffico veicolare riprende.
Quarta parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
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- Arrivando a Broek Waterland