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Voi siete qui: Italia » Gita alla “bicocca” del Pascoli a Castelvecchio di Barga – 2

25 Gennaio 2010

Gita alla “bicocca” del Pascoli a Castelvecchio di Barga – 2

pascoli2_ante Seconda e ultima parte del reportage di Lorenzo Iseppi sulla “bicocca” del Pascoli a Castelvecchio. La prima si può leggere qui.

 

I rapporti ufficiali tra il Pascoli e la popolazione locale sono in genere caratterizzati da una stima reciproca, anche se a volte non mancano le incomprensioni. Poco dopo il suo arrivo gli si affida l’incombenza di commemorare il garibaldino Salvo Salvi e il letterato del secondo Cinquecento Pietro Angeli, detto il Bargeo, al quale nel settembre del 1896 viene dedicato un monumento. Poco dopo decide di partecipare alle elezioni per il consiglio comunale con il proposito di contribuire allo sviluppo dell’istruzione scolastica e ottiene un voto quasi plebiscitario. Ma il giorno dopo la consultazione è annullata perché si scopre che il candidato è “forestiero”, cioè non iscritto nelle liste municipali. La cosa, ovviamente, produce critiche e malumori. Il 20 settembre del 1897, invece, gli viene conferita la cittadinanza onoraria alla presenza del senatore Antonio Mordini. E nel discorso che tiene presso l’affollatissima sala “Cristoforo Colombo” asserisce tra l’altro: “Non mi sono stabilito qui per commercio o per calcolo, ma per contemplare il sole che scompare dietro il monte Forato, la luna che pende come una lampada accesa sul colle di Barga, per aggirarmi all’ombra dei castagni e parlare con i cuori dei contadini”.
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Tra le occasioni di grande sintonia con la collettività locale figura il ferragosto del 1901. Presso il Teatro dei Differenti viene infatti rappresentato per tre sere di seguito Il sogno di Rosetta, musicato dal ligure Carlo Alfredo Mussinelli. È l’avverarsi d’un sogno inseguito inutilmente da tanto tempo. Per anni Giovanni chiede di collaborare con Puccini, ma anche con Leoncavallo e Mascagni. Però la sua posizione è troppo diversa da quella dei personaggi che contatta. È convinto che il testo deve essere un’opera poetica, su cui vanno modellate le note. Gli interlocutori pensano invece ad allestire uno spettacolo di successo puntando su uno spiccatissimo senso scenografico. Per cui le decine di proposte stese a fatica rimangono impolverate nel cassetto. L’unico che accetta la sfida è appunto il compositore spezzino, privo della vista fin dall’infanzia e ancora semisconosciuto. Il risultato, comunque, strappa gli applausi del pubblico e un lusinghiero giudizio della critica. Dopo l’affermazione il “neolibrettista” scrive una commossa lettera al giovane maestro, che paragona a Omero e da allora in poi chiamerà “il cieco veggente”.  Nella stessa sala, a distanza di dieci anni, pronuncia invece il tanto criticato discorso La grande proletaria si è mossa, in cui l’antico socialismo umanitario che in gioventù gli costa anche qualche mese di carcere lascia il posto all’esaltazione della conquista libica e all’ubriacatura nazionalista di quel frangente storico.
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Per lo più, comunque, conduce una vita riservata e abbastanza abitudinaria. Di giorno, quando non è impegnato alla scrivania, si occupa del suo pezzo di terra, non disdegnando di presentarsi come un “fattore”. Con il nettare dei vitigni della Chiusa sogna anche di debuttare nel commercio e prepara addirittura le etichette con la solenne dicitura in rosso Flos vinae, Johannes Pascoli. Ma il tentativo abortisce ben presto, perchè la vocazione mercantile è proprio in perenne conflitto con la sua personalità bonaria e nel contempo scontrosa. Alla sera si reca presso l’Osteria al platano, dove aspira un sigaro e, protetto da una cortina di fumo, ascolta le battute degli avventori in quel dialetto appenninico che sente così vicino alla lingua dantesca del Trecento. Quindi, anche nei momenti di riposo, accumula materiale per le ardite sperimentazioni linguistiche che gli frullano in testa. Si concede inoltre una mezzetta di rosso, e  probabilmente qualcosa in più. Circolano infatti voci che certa gente di Garfagnana lo chiami “il briachella”. Si racconta pure che un tizio, volendo in qualche modo sfruttare la risonanza nazionale dell’egregio ospite, pensa bene di intitolargli un tipo di bottiglia, ovviamente previo permesso dell’interessato.
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Dopo lunghe insistenze ottiene l’assenso, però con la riserva di qualche correzione al marchio, dettata da evidente “understatement”. Quando il baldanzoso affarista si presenta per l’approvazione decisiva, il poeta afferra una matita e apporta due sole, irrilevanti correzioni: toglie una “n” al nome e mette la minuscola al cognome. Per cui in sostanza gli concede in esclusiva il diritto di lanciare il famoso vino Giovani pascoli.
A volte invece si riserva qualche ora di relax con i vicini giocando a briscola e chiacchierando a ruota libera. Quando però nel 1902 decide di acquistare dai Cardosi Carrara l’alloggio in cui abita, la tranquillità svanisce e scoppiano le liti. Gli Arrighi, che occupano una catapecchia attigua, temono lo sfratto. Per cui di punto in bianco abbandonano gli atteggiamenti cordiali e si danno ai dispetti e ai ricatti. Battono il grano sotto la finestra di Giovannino, rovesciano le mele marce davanti alla sua porta, lo salutano in modo beffardo, gli rompono il pedale d’una bicicletta Bianchi appena acquistata e lo perseguitano con lettere minatorie anonime. Sono i momenti in cui medita persino di fuggire via. Alla fine, invece, grazie all’intervento e alle mediazioni di chi gli vuole davvero bene, decide di rimanere. Non solo. Qualche anno dopo, quando il suo nemico principale si ammala, lo va a trovare e gli porta persino qualche strenna.

Il tran tran quotidiano è interrotto ogni tanto da sorprese che partono di lontano. A metà dicembre del 1896 gli perviene da Roma un regalo del direttore del Convito Adolfo De Bosis. All’apertura del pacco si scopre che è un fucile da caccia nuovo fiammante. Il destinatario gioisce come un bimbo. S’infila l’arma a tracolla dandosi arie da cacciatore. Ma ama troppo le bestiole per fare sul serio. Anche quando partecipa con altri a una battuta punta la canna e si limita a indicare la specie del volatile che ha sotto tiro. E soprattutto si diverte a imitarne il verso, gioco in cui non conosce rivali. Con quello schioppo compie interminabili passeggiate nei boschi senza mai sparare un colpo. pascoli_17Le sole volte in cui fa fuoco è alla mezzanotte di San Silvestro, quando si diverte a sparare in aria per accogliere festosamente l’anno nuovo. In ogni caso, come ringraziamento dedica ai figli del generoso collega la poesia The Hammerless Gun. L’operetta vede la luce sulla Tribuna e contiene una lunga serie di onomatopee che civettano i cinguettii dei cardellini, delle capinere e dei pettirossi.
C’è poi la spina nel fianco del fratello Giuseppe, sesto della nidiata di San Mauro, che lo assilla con ripetute richieste d’aiuto economico. Zvanì cerca d’aiutarlo come può, ma sempre di nascosto, in quanto tutti gli altri familiari lo disprezzano e lo odiano. Non si conosce con precisione il motivo d’un così ostinato livore, ma lo chiamano spregiativamente Luigi Pagliarani, affibbiandogli addirittura il nome del presunto assassino del padre, riportato morto alla tenuta della Torre dei Torlonia dalla cavallina storna. È e resta uno dei molti misteri inestricabili che risalgono al “giallo” di quell’omicidio e da cui sgorgano con effetto domino i drammi successivi. Tanto più che, al di là della disistima personale e di certi errori marchiani, per gli studiosi d’oggi questo congiunto ripudiato può essere ritenuto un secondo geniale membro della dinastia. Le ricostruzioni biografiche dicono che è un inventore di prima grandezza. Mette a punto il meccanismo d’aggancio dei vagoni ferroviari, macchine per lavorare il legno, turbine idrauliche, barelle per feriti, letti d’ospedale dotati del massimo comfort, carrozzelle per l’infanzia e via dicendo. Ottiene ben 13 medaglie d’oro, pari a quelle vinte dal celebre consanguineo a un prestigioso concorso di Amsterdam. Vanta inoltre una sfilza di onorificenze acquisite a Parigi, Lione, Bordeaux, Marsiglia e Ostenda, al punto che adesso qualcuno lo definisce “il poeta della meccanica”.
Un giorno bussa all’improvviso il postino e consegna una raffinata copia in pergamena della Francesca da Rimini dannunziana. Dapprima Giovanni si lascia andare a commenti abbastanza aciduli. Dice che il tanto decantato pescarese la poesia la trova già stampata sulle pagine dei libri e si limita a spargerci sopra un pochino di zucchero. Lo definisce un pennaiolo “cromolitografico incipriato”. Insinua che il romanzo Il fuoco è pieno di plagi. E con un’inconsueta ironia aggiunge: “Comunque mi diverto molto nel non leggere le sue opere”. Poi le ombre si diradano e, quando Gabriele gli scrive che andrà a trovarlo, risponde che non vede l’ora di stringergli la mano e di ospitarlo nella sua casa, che però è “mezza diroccata e mal fornita”. Il vate lo rassicura sottolineando di non essere schizzinoso come lo dipingono. Anzi aggiunge: “Vedo che la tua dolce Mariù mi crede sul serio un sibarita strillante di unguenti. Ma in questi giorni ho portato meco sul cavallo una bisaccia. Ho mangiato pane e cacio e dormito su una stuoia come un padre del deserto. Ed ero felice”. Alla missiva allega un prezioso orologio solare in avorio.
L’ultimo giorno in cui vede Castelvecchio da vivo è il 18 febbraio del 1912, quando ormai seriamente malato parte alla volta di Bologna. Qui s’addormenta per sempre nel pomeriggio del 6 aprile, vigilia di Pasqua. I funerali si svolgono nel capoluogo emiliano tre giorni dopo. Poi la salma  raggiunge il cimitero di Barga, accolta da una folla silenziosa. È posta in un loculo provvisorio e, il 6 ottobre, si ha la traslazione nella rustica “cappellina” di casa, approntata appositamente dalla sorella.
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In seguito sorge un comitato per erigere all’esimio letterato una tomba dignitosa e nel 1920 i resti sono composti in un sarcofago marmoreo disegnato dallo scultore piemontese Leonardo Bistolfi. E qui, dopo la scomparsa avvenuta il 5 dicembre del 1953, riposa anche l’inseparabile Mariù. Appena fuori, murata sulla destra, una lapide riporta la quarta strofa dell’ode I sepolcri, che recita:
Lasciate quell’edera! Ha i capi
fioriti, fiorisce, fedele,
o ottobre, e vi vengono l’api
per l’ultimo miele”.

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(Seconda parte – fine)
Testo e foto di Lorenzo Iseppi

Didascalie:

  • Il monumento al letterato Pietro Angeli, detto il Bargeo
  • Il “Teatro dei differenti”, dove viene rappresentata l’opera pascoliana “Il sogno di Rosetta”
  • La targa che ricorda il discorso “La grande proletaria si è mossa”
  • L’ingresso della “cappellina”
  • Il sarcofago di Leonardo Bistolfi che conserva le spoglie del Pascoli e della sorella Mariù
  • La lapide con la quarta strofa dell’ode pascoliana “I sepolcri”
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