Amo molto i fiori di rosmarino; sono la mia madeleine proustiana per ricordare certi angoli di Provenza e rivivere l’intensità emotiva che mi hanno offerto, ma anche un termine di paragone per definire cieli particolarmente nitidi e intensi, quali se ne vedono non di rado in Val Curone.
A Pasqua siamo riusciti a trascorrere qualche giorno nel nostro buen retiro di Vigana. I mandorli erano in fiore, i salici, i pioppi e l’erba cominciavano pian piano a risvegliarsi, ma le roverelle portavano ancora, ostinatamente, le foglie dell’anno passato e i boschi di castagno rimanevano fermi, rigidi, nudi, desolatamente invernali.
Le piante di rosmarino attorno alla casa erano provate dalla neve, curvate, schiantate, rinsecchite. Un solo cespo, piccolo e anch’esso piegato dal peso dell’inverno, piantato qualche anno fa sul rivone aspro e arido che si erge come protezione sul lato nord, aveva messo i fiori, di un azzurro toccante. Quegli esigui petali aperti a raggiera irregolare mi perdurano accesi nella memoria come stelle.
Davanti a casa abbiamo un pezzetto di prato sostenuto da un muraglione, con una staccionata in legno e una bordura di lavande. Lì mi piace rimanere a lungo, aggomitato, a osservare il monte Giarolo e le pendici che ad esso ascendono in sinfonia di piani. L’assenza di foglie consente ora di cogliere particolari che la verde velatura estiva occulta. In alto a destra rispetto a Borgo Adorno (coperto da un dosso, con questa angolazione), una remota casetta appare, al binocolo, nella sua interezza di finestre, tetto e camino, dando corpo concreto al flebile, malcerto lume che si scorge nelle notti d’estate.
Il torrentello, in basso a sinistra, si vede tremolare e brillare diamantino nel suo alveo pietroso serpeggiante in salita. Strade, sentieri e tracce di percorsi si individuano nel loro variegato dipanarsi e ramificarsi. Le chiazze multicolori del terreno si mostrano inermi sotto i rami spogli. Di quando in quando un lontano quadrato di verde smeraldo fa presagire un campo di frumento sul quale osservare, al momento giusto, la mietitura.

La domenica di Pasqua è piovuto parecchio, e noi, a Vigana, eravamo avvolti in pieno dai vapori cotonosi di una nuvola. Ma quando, al mattino di lunedì, ci siamo alzati con un bel sole sfolgorante in un cielo pulitissimo, il Giarolo, dai mille metri in su, ci ha offerto un inatteso spettacolo di candore e di luce.
Le pendici vellutate d’alberi erano marezzate da sfumature bianche come una canizie splendente (posate sui tronchi a contrasto coi tocchi marroni e dorati del fogliame di roverella). I prati di vetta erano fazzoletti abbaglianti di sole. Lo stesso, ma in contorni un po’ più nebulosi, a sinistra, sopra le stalle della frazione Giarolo, ove la neve si era adagiata su un’area scoperta, rendendola catarifrangente.
Questa sorprendente visione mi ha fatto rammentare la celebre poesia di Orazio dedicata al monte Soratte, in Lazio; la riporto nella magnifica traduzione che ne fece il compianto senatore e umanista Paolo Bufalini (quando i politici avevano un livello culturale diverso…):
Vedi come per l’alta neve candido
s’erge il Soratte! Già le selve cedono
al peso affaticate e i fiumi
ristanno stretti per il gelo acuto.Sciogli il freddo, altri legni al focolare
aggiungendo abbondanti, e mesci prodigo,
Taliarco, vino di quattr’anni
dall’anfora sabina bi-orecchiuta.Lascia il resto agli Dei, che appena i venti,
in lotta sul ribollente mare,
hanno placato, ecco, i cipressi
non s’agitano più, non i vecchi orni.Cosa domani t’accadrà, non chiedere.
Qualsiasi giorno ti darà la sorte,
metti a guadagno; e i dolci amori
non disprezzare, giovane, e le danze,finché dall’età verde sia lontana
la canizie bisbetica. Ora il campo
e le piazze e i tenui a sera sussurri,
torna a cercare all’ora convenuta,e il delizioso riso che tradisce
la ragazza nascosta nel canto
più oscuro, e il pegno che le strappi
ai polsi, e al dito che resiste appena.
Parole di saggezza, di misura e di serenità che ci possono aiutare ancora oggi, in tempi non meno difficili di quelli nei quali solo le menti superiori, come quella dell’imperatore Adriano, vedevano avvicinarsi, per molti segni, un rigido “inverno dello spirito” contro il quale preparavano le scorte di civiltà delle biblioteche.
E proprio da lì, dalle biblioteche e dal contatto con la Natura (solvitur ambulando, si risolve camminando, dicevano i medici romani…), partirà forse anche la nuova consapevolezza che ci restituirà il senso delle cose veramente importanti nella vita. Non ci resta che sperare – e aspettare.
Testo e foto di Marco Grassano