Prosegue il reportage di Marco Grassano sull’arcipelago maltese.
Facciamo colazione nella grande cucina deserta: brioches e latte caldo con caffè solubile. Laviamo pentolino, posate e stoviglie, sistemandoli poi sull’asciugatoio. Notiamo che anche i detersivi per piatti sono gli stessi commercializzati in Italia. Ci portiamo al capolinea degli autobus e saliamo sul 301, la linea per il terminal marittimo.
All’angolo dei grandi giardini pubblici svoltiamo a sinistra. Superiamo l’ingresso del parco. Terminata l’area verde prendiamo a destra, in una via con caratteristiche periferiche analoghe a quella dalla quale eravamo arrivati. Fabbriche e capannoni a sinistra; sull’altro lato casette piene di vetrine. Ritroviamo la rotonda di inizio paese alla quale ieri avevamo imboccato l’altra tratta. Puntiamo in direzione di Xewkija, costeggiando, alla nostra destra, ampie distese di serre, parzialmente mascherate da una bordura di palmette.
[adsense-inarticle]Segue un lungo parco pubblico dal sesto d’impianto vagamente naturaliforme. Anche trovandoci così vicino, in alcuni punti vediamo l’invadente cupolone ecclesiastico emergere dall’orizzonte di case. Le due file laterali di abitazioni lungo le quali procediamo ricordano i villaggi del West, ma sono costruite nei soliti grossi laterizi di pietra chiara. Usciamo ora in una campagna piatta, che consente alla strada di filare rettilinea per un bel pezzo. Borgate e frazioni di questo o altri villaggi. Iniziamo a dichinare dolcemente. Arriviamo a una rotonda al cui centro troneggia, tutto di bronzo, una specie di enorme foglio appallottolato. Sfociamo in testa alla baia e scendiamo decisi verso il porto.
Il terminal non è molto differente dall’altro: bancone della biglietteria, chiosco bar, file – meno fitte però – di sedili chiari, schermi televisivi che trasmettono operazioni di sbarco e imbarco veicoli su un traghetto. Potrebbe essere una videocamera che riprende in tempo reale, oppure un filmato. In entrambi i casi, non ne vedo l’utilità.
Sono le otto e quaranta. Acquistiamo i nostri titoli di viaggio, per 4 euro e 65 l’uno, che però, come sappiamo, comprendono anche il costo dell’andata. Consultiamo un orario pieghevole e vediamo che c’è una partenza prevista per le nove. Ma gli addetti allo sportello ci dicono che quello oggi non vale, perché c’è il mare grosso.
Ci sediamo a leggere. Facciamo una visita ai servizi: l’ingresso è ricavato nella parete di fronte a noi. A sinistra, su un piedistallo, la grossa scultura di legno lucidato raffigurante un gruppo compatto e stilizzato di persone; opera dell’artista Mario Agius, è intitolata Komunità (2013).
Alle dieci ci portiamo a bordo e partiamo. In effetti, il battello beccheggia molto più di ieri; quando andiamo a prendere dell’acqua, fatichiamo a tenere l’equilibrio. Forse per sfruttare il riparo che offre dalle correnti marine, ci lasciamo l’isolotto di Comino sulla destra anziché cabotarlo dall’altro lato.
Nella batteria di fermate, prendiamo l’autobus 42. Rifacciamo il percorso fino a Xemxija. Rivediamo la viuzza del nostro hotel e il supermercatino The convenience shop dove abbiamo fatto gli acquisti alimentari. Alla rotonda, svoltiamo a fiancheggiare la riva opposta della baia. Anche alla luce del giorno, ci pare piuttosto squallida. Proseguiamo fra le solite case e vetrine. Per un tratto prolungato, i due sensi di marcia seguono vie diverse. Usciamo progressivamente dall’abitato, che dopo l’ennesima rotonda cessa del tutto fra coltivi e profili di colli.
Strada fiancheggiata da un filare di alberi. Piccola zona commerciale di concessionarie automobilistiche. Più avanti, un supermercato CONAD. Arriviamo in una borgata dalle case patinate dal tempo; mi sembrano ingrigite dalla uggiosa quotidianità. Una chiesa allungata, che dalla strada pare una caserma. Di nuovo aree scarsamente abitate, in cui procediamo tra muretti, campi e colline.
Il cielo si ingrigisce rapidamente. Inizia a piovere. Il traffico si intorpidisce, poi si ferma del tutto. I minuti passano. Alcuni passeggeri si fanno aprire e scendono. Mi viene l’idea di seguire il loro esempio, ma Ester dice che siamo ancora troppo indietro. Pian piano, ci rimettiamo in marcia. Un’ampia curva a U, verso sinistra, per accompagnare l’emergenza di un poggio e risalirla dolcemente. Ecco che raggiungiamo e superiamo i passeggeri scesi prima, che camminano a bordo strada.
Serpeggiamo lievemente, assecondando il livello più basso fra le alture circostanti. Entriamo nel Comune di Mosta, tenendo la direzione per il centro città. Sfioriamo la chiesa; girandole parzialmente attorno, verso sinistra, prima di prendere nuovamente a destra, ne vediamo il frontone neoclassico annunciante Virgini sideribus restituta…
Ricompaiono, assai numerosi, i balconi-veranda di legno, alla turca, rossi, verdi, grigi e beige. Un viale ci porta fuori dal caseggiato attraversando la zona artigianale, costellata da grandi concessionarie di veicoli.
Passiamo in un altro borgo o rione: più uffici e negozi che abitazioni. Uno Smart supermarket e, subito dopo, un altro edificio appiattito, dalle cui vetrate, al piano superiore, si scorgono scaffalature di prodotti mother care. Una strana costruzione con un tronco di torretta tonda – quasi un mulino – nel mezzo del tetto; sull’angolo, la statua di un putto angelicale e la scritta Mater Ave Gloria. Una cappelletta. Uno sportello della BOV. Insegne e vetrine di ogni genere. Di nuovo balconi turchi. Non finiscono più, questi borghi di provincia dalla moderna bruttezza mercantile.
Una rotonda avvolge un monumento in stile Puerta de Alcalá madrilena, di recente e stilizzata costruzione: che riprende, però, le arcate del vecchio e basso acquedotto, forse ispanico, sul lato destro della via lungo la quale ora procediamo. Termina, più avanti, in una bassa torretta, presumo un serbatoio.
Un edificio decrepito sembra implorare la demolizione. A poca distanza, un orrido cubo vetrinato, costruito probabilmente sull’area di qualche precedente abbattimento, ne lascia presagire il triste futuro. A destra, la facciata elaboratissima di una chiesa parrocchiale, al contempo neoclassica e barocca. A sinistra, la piazza giardinata – con un chiosco e, al centro, la statua bronzea di un monaco – nella quale scendiamo. Per fortuna non piove, anche se rimane grigio.
Imbocchiamo a piedi, guidati dal navigatore, la via di fronte alla piazza. Camminiamo a lungo in direzione sud, in un susseguirsi di vie di case basse. Superiamo, su un ponticello con ringhiere di ferro, una doppia carreggiata sottostante. La via scende pian piano, fino a un incrocio nel quale dobbiamo confluire sul marciapiede di una strada più vasta e meno urbana. Il cartello indica Paola 2 km.
Quando l’innesto di altre strade si fa più complesso, usciamo dalla carreggiata e transitiamo nell’area parcheggio ricavata ai lati. Traversiamo un altro incrocio e superiamo la fermata del bus. Camminiamo ora sul bordo di una specie di circonvallazione che presenta a sinistra, oltre una cortina di alberi, un controviale con insediamenti commerciali, e dall’altro lato una grande area verde. Troviamo un marciapiede su cui camminare in sicurezza.
Diciottesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalia:
- La darsena e l’arsenale veneziano di Senglea, sull’isola di Malta