Settima parte della tappa a Gozo del reportage di Marco Grassano.
All’interno della cittadella si estendono rovine dai muri parzialmente rifatti, a delineare il tracciato originario degli isolati, con le antiche superfici interne totalmente inerbite. Non avverto, qui, la pungente malinconia che mi coglieva alla vista delle molte case diroccate di Porto.
Facendo il giro delle mura, divalliamo a una piattaforma, sovrastata verso sinistra da un’altra più piccola cui conduce una rampa di scale. Da qui un’altra rampa, coi gradini di pietra, scende, passa sotto una volta e sbocca accanto al Café San Martino, che si accinge ad aprire i battenti. Sulla sua terrazza, infatti, i camerieri armeggiano tra tavolini e ombrelloni legati. Nell’angolo, un cannoncino si affaccia dal parapetto.
Proseguiamo su questo camminamento che, sottopassata una torretta di guardia, domina, a sinistra, il sagrato, scende lungo una scala e mette nel bastione di Sud Est. Parzialmente ostacolati da una cappelletta d’angolo, cogliamo ugualmente uno scorcio aereo di Victoria, in particolare la chiesa. Piccoli pannelli con legende illustrano il paesaggio. Un altro cannoncino.
Giunti in fondo, saliamo scale successive e seguiamo le indicazioni per la Cattedrale, fino a ritrovarci nella parte conclusiva di Triq il-Fosso. Il passaggio che riesce al “sagrato” e quello per salire alla “enciente” (in luogo di enceinte, errore ortografico – peraltro ripetuto nella freccia successiva – con una implicazione ridicola, perché il suo significato comprende, oltre alla muraglia difensiva, una donna pregna: pregnant woman, spiega il dizionario monolingue on line).
Ne scegliamo un terzo che, costeggiando i bastioni da sotto, dovrebbe condurre agli “archi medievali” e alla indecifrabile “period house”. Pannelli illustrativi delle rovine che prima vedevamo dall’alto. Ecco due archi, in successione e ad angolo retto fra loro, e quindi, in Triq San Ġużepp, una costruzione ancora integra affacciata sui ruderi. Forse l’indicazione intendeva proprio questa: una “casa d’epoca” conservata o ricostruita a titolo di esempio.
Le frecce rimandano ormai soltanto alla piazza della chiesa. Procediamo per tratti ortogonali fino a uscire – transitando sotto un ultimo arco – all’altro capo di Triq il-Fosso, di fianco alla facciata del tempio.
Torneremo per la cena, facendola precedere da qualche scatto fotografico al tramonto e al paesaggio con le luci crepuscolari accese. Ora usciamo in cerca di una libreria. Mi piacerebbe poter trovare qualche testo di autori locali, ma in una lingua a me comprensibile.
Mia figlia consulta il navigatore. Partiamo lungo la via che costeggia la Piazza del Municipio. Molti esercizi per mangiare e bere: Café & Wine Bar Bistro Palazzo Antonin, Café Royal, Café Jubilee, Jubilee Foods. Una casa bianco-rossa, sbiadita e polverulenta, con gradini di accesso da cappella anglicana, mostra la scritta Restaurant. L’abbigliamento BONDI’S, in un palazzotto dallo stile locale più puro. Casa demolita. Il piccolo Teatru Astra, curiosa architettura “neoclassico-britannica” della Soc. Filar. La Stella. Altri due bar con tavolini sul marciapiede. Una Pastizzerija.
Prendiamo, sulla destra, una via di vetrine bilaterali che lasciano presto spazio, a sinistra, a un’area giardinata protratta fino al capolinea degli autobus. Ripercorriamo quindi, a piedi e in senso inverso, la parte finale del tragitto compiuto prima in vettura. Andiamo oltre il parcheggio e i giardini pubblici recintati, sul cui angolo una via a senso unico dichina morbidamente rispetto alla facciata del piccolo condominio in cui si alberga, al pian terreno, il Kozmo Café & Vineria. Segue, sempre a sinistra, un altro parcheggio, passato il quale si aderge, isolato, l’edificio del Bargate Bookshop.
Entriamo. Negozio un po’ come i nostri degli Anni Settanta: pavimento ad ampie mattonelle di graniglia marmorizzata; bancone rivestito in formica simil legno; sulle scansie metalliche a parete, profusione di zaini, cartoleria scolastica, cancelleria per ufficio. Nell’angolo a sinistra, gli scaffali dei libri.
Scorro i dorsi dei volumi in prosa e in verso, tutti nella desolante lingua indigena. Trovo, in mezzo alla babele, un tascabile dal titolo The essential Achille Mizzi: scelta di poesie prefate e tradotte, con testo a fronte. L’autore mi è ignoto, anche se, per meritare un simile riguardo, deve comunque essere uno di quelli “importanti”. Senza un dizionario, non capisco granché nemmeno in inglese, ma vale la pena tentare. “This is the only one I can try to read” dico al negoziante moro e brizzolato mentre gli porgo il libriccino e una banconota da dieci euro, ritirando poi i cinque centesimi di resto.
Torniamo alla Cittadella e saliamo sugli spalti, già velati d’ombra. Verso Ovest il cielo mantiene un pallore residuo, totalmente assorbito, a Est, dal blu di Prussia più cupo. Viste attraverso l’obiettivo ingrandente della fotocamera, le lontane luci dei borghi dardeggiano come fari di automobile; a occhio nudo, invece, si disperdono in minuto spolverio. Soffia un vento gelido, caparbio, che ci fa rabbrividire anche dentro i nostri giubbotti imbottiti. Dobbiamo rintanarci nel ristorante, anche se sono solo le sette. A Malta, come a Creta, si ha a volte l’impressione che il Tempo trascorra più lentamente o che, in una stessa unità, permetta di fare un numero maggiore di cose.
Ci accoglie, subito dopo l’ingresso, una signora orientale, che parla inglese con accento piuttosto marcato. Suona come (she sounds like) il Charlie Chan dei vecchi film polizieschi. Archi e muri di pietra. Una scala balaustrata sale al piano superiore. Alla parete che la asseconda sono appese, incorniciate in serie, un’antica mappa dell’arcipelago maltese e tavole naturalistiche riassumenti le specie botaniche, ornitologiche e ittiche che vi si trovano.
La donna ci fa accomodare a un tavolino di legno scuro, dalle venature a vista, come nelle vecchie osterie di campagna. Al tavolo accanto, un ragazzo e una ragazza biondi, forse olandesi, giocano a carte; non hanno proprio niente di meglio da fare. Alle mie spalle, e tutt’attorno nel locale, espositori e vetrinette colmi di souvenirs di ogni genere e specie: dalle guide illustrate agli oggetti di artigianato alle statuette pseudo-primitive alle salse e marmellate alle bottiglie di olio e di vino (queste ultime, nella saletta in fondo).
Ordiniamo consultando il menu, i cui prezzi sono sorprendentemente bassi, considerata la fama internazionale di Rikardu. Zuppa di verdure (€ 5,50), sostanziosa insalatona verde (€ 8,50), spaghetti al ragù di coniglio (€ 6,85), una bottiglietta di birra gozitana Lord Chambray (€ 3,50). Pane e coperto inclusi nella consumazione.
Mentre aspettiamo, inizio a leggere l’introduzione al libro di Mizzi e scorro alcune delle poesie. Mostro il volume all’asiatica; ho l’impressione ne capisca quanto me: “Ah, sì, il maltese è molto difficile!” (vely difficult).
Il pane a fette, bello dorato e soffice, è quello artigianale delle pagnottelle esposte fuori. Buone la birra e la zuppa. Letteralmente sopraffini gli spaghetti, il cui sugo risulta da una delicata e lenta preparazione della carne, dapprima fatta macerare a tocchetti in un’infusione di vino, sedano, carote, alloro, ginepro, rosmarino, aglio, cipolla rossa, salvia e pepe nero, e quindi cotta con l’aggiunta di brodo vegetale, pomodoro e olio di oliva.
Arrivano altri clienti, che imboccano direttamente la scala. Un gruppo di mature italiane – una delle quali sembra soffrire di adenoidi, o essere imparentata con Paperino – va a curiosare tra gli oggetti in vendita. Compare un secondo cameriere, orientale anche lui. Si affaccia anche, velocemente, un uomo, che credo sia il titolare e lodevole addetto alla cucina: somiglia – per corporatura, forma del naso, baffi e capelli ricci e grigi – al mio predecessore d’ufficio, ora in pensione.
Paghiamo e scendiamo in città. Nella piazza del Comune è in corso una chiassosa festa popolare, con bambini e adulti che danzano paludati in abiti folcloristici. Ci fermiamo a osservare le piroette delle coppie di ballerini. Un presentatore, stentoreamente amplificato, le commenta sparando battute a noi incomprensibili. Ci infiliamo poi nel vicolo che collega alla piazza della basilica. Da lì seguiamo le istruzioni informatiche per raggiungere casa.
Non udiamo canti di galli ma, per tutta la notte, l’inutile gorgogliare della piscina.
Diciasettesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Le rovine interne della cittadella
- Tornando verso la Cattedrale
- La “period house”
- A Ovest il cielo ha ancora luminosità