Sesta parte della tappa a Gozo del reportage di Marco Grassano.
Senso unico di circolazione e un tono generale ancora analogo alle nostre Via Cavour, Via Faà di Bruno e vicoli collaterali. In fondo, prima della confluenza a T in un’altra strada, sporge sopra di noi un balcone che potrebbe essere quello di Giulietta, a Verona.
Prendiamo a destra e sfociamo nella piazza della fontana spartitraffico. Andiamo ora a sinistra, in Triq Palma, viuzza pedonale paesana piena di vetrine. La pizzeria Cuckoo’s Nest, omaggio a una memorabile interpretazione di Jack Nicholson. Risaltano, perché ricavate in tavole di legno, le insegne della Urban Forest e del Tresor d’Or.
Partendo da Triq Mons. Ġużeppi Farrugia, ci infiliamo negli stretti vicoli di sinistra e cominciamo a vagare a casaccio, come si fa a Lisbona per visitare l’Alfama. Incrociamo, ogni tanto, qualche slargo con caratteristiche particolari: uno stabile amaranto incoronato da una balaustra, una casa dai bordi color minio, la lignea statua di un negretto scheletrico che implora Your offers can change my life, un antico pozzo circondato da una ringhiera e chiuso da un pesante coperchio metallico.
Tra le pareti a intonaco, muri mantenuti volutamente in pietra sbrecciata. La Gallerija house. Qualche motorino infilato negli angoli o nei passaggi. Ovunque, piccoli lastrici tinta noce. Terminiamo, infine, di fianco alla chiesa di San Giorgio, nella omonima piazza del sagrato.
Tavolini protetti da ombrelloni e da gazebo chiusi, sui lati, da teli trasparenti. La delicata insegna del negozio di souvenir Organika; disposta specularmene rispetto alla facciata del tempio, la vetrina BVR (Boutique Victoria Rabat) che, combinata agli sportelli bancomat della BOV (Bank Of Valletta), mi fa rammentare, con un sorriso, un collega e amico vinificatore.
Ci affacciamo, anche qui, nella basilica. Altare piantonato da colonne tortili dorate; sedie lucide di smalto trasparente; pavimento a scacchi bianchi e neri; volte, lunette e cupole affrescate; sotto uno degli archi che scandiscono la navata, una Madonna coperta da un baldacchino di spesso raso double face, azzurro e bianco.
Dirimpetto alla chiesa, un edificio terrazzato e porticato. Tre lapidi maltesi, sui pilastri, ricordano – presumo per meriti intellettuali, ma non capisco una parola – Ġan Pet Franġisk Agius de Soldani, Mons. Ġużeppi Farrugia e Mary Meylak. Imbocchiamo il vicolo sulla sinistra del palazzotto, che sfocia nella rettangolare piazza del Comune, di fianco al Café Bellusa.
Monumento ai caduti al centro. Cornice di alberi tosati a cilindro. Brulicame di gazebo e tavolini. Municipio dalla facciata sporgente a semicerchio, in pietra incisa da decorazioni. Pare di essere in una ex colonia veneziana, come Iraklio; la sensazione è ribadita dagli edifici che cingono gli altri due lati. Alta sul lato più lungo, l’insegna del Partit Laburista.
Il quarto lato lo costituisce una via che presenta tratti mediterranei e scritte inglesi, dalla quale si diparte in salita la viuzza di Il-Kastell. Ci manteniamo sul largo marciapiede, in lastrici di pietra solcati da scanalature trasversali antiscivolo. Un teatro, un negozio di alimentari e un ristorante includono, nelle rispettive denominazioni, la parola “Cittadella”.
A sinistra delle duplici scale di accesso alla fortificazione, una piccola, misteriosa stele maltese. Andiamo su. In basso a destra si intravedono strutture in cemento armato, simili agli interni del Centro Culturale di Valenza Po ma forse bagni pubblici. Il fossato è una geometria di specchi erbosi smeraldini e di pianticelle ancora sorrette dai tutori. Prima del portone di ingresso, isolata, la torricella cilindrica e trasparente di un ascensore.
Varcata la solenne soglia, una piazza avvolta nella pietra mi ricorda vagamente Cervo, in Liguria, o qualche borgo delle Cinque Terre. In leggera salita, termina contro la scalinata della Cattedrale, che presidiano le imponenti statue bronzee dei papi Piju IX e Ġvanni Paulu II. Mi viene in mente la vecchia, sarcastica battuta romanesca su “er Papa Pijo” che “pija già ner nome suo”.
Entriamo nel tempio. La pavimentazione della navata centrale è costituita da lapidi funebri ecclesiastiche, screziate di colori pastello, come già a Mdina – e in effetti, la guida tascabile ci informa che il progettista delle due cattedrali è il medesimo, Lorenzo Gafa. Nelle navate e cappelle laterali, invece, il pavimento è a scacchi bianchi e neri.
L’altare – appena sopraelevato, un solenne baldacchino a perpendicolo – è pavimentato geometricamente, come nella parrocchiale del mio paese: cui rimandano anche i candelabri d’argento, i lampadari a gocce di vetro e le linee architettoniche generali. I muri, invece, sono in pietra a vista, e la volta a botte presenta affreschi dalle cornici dorate. In tutta questa eleganza, mi paiono fuori posto le sedie di tipo scolastico.
Subito a sinistra della facciata, imbocchiamo uno stretto vicolo, Triq il-Fosso. Pochi metri dopo, attira la nostra attenzione un barilotto accostato, in verticale, alla parete, su cui sono esposti una bottiglia di vino rosso, un’albanella di tomini sott’olio speziati e un tondo cestino di vimini contenente due pagnottelle di fattura artigianale, pomodori già rossi e cipolle. La piccola insegna ovale Ta Rikardu, che prelude alla porticina di ingresso, lo qualifica come il ristorante dove, a casa nostra, ci hanno consigliato di mangiare, ma che raccomanda calorosamente anche la guida. Ne terremo conto.
Proseguendo, si apre a sinistra uno spazio vuoto, di edifici crollati da tempo. A destra, il Museo della Cattedrale e la scritta Sentinelle: probabilmente l’antico corpo di guardia. Avanziamo ancora lungo muretti sgretolati, fino a un paio di rampe che ci conducono sugli spalti. Percorriamo l’intero bastione, osservando il paesaggio dispiegarsi sotto un cielo istoriato da nubi in formazioni complesse.
In direzione Est, un parziale funghire di case, “confuso e sporco d’Oriente” come la Iraklio visitata da Quasimodo e che anch’io ricordo così. Sullo sfondo, la chiesona di Xewkija si leva superba sopra il borgo inginocchiato ai suoi piedi: costruita negli anni Cinquanta e Sessanta, secondo quanto dettaglia la guida, rivaleggia in bruttezza e presunzione col coevo santuario orionino di Tortona.
Voltandoci via via verso Nord, ecco la cara Xagħra, raccolta in cima alla sua altura. Campanile e cupola della parrocchiale non umiliano, lì, il resto del paese, anzi, si propongono come il saldo perno che lo regge.
Un avvallamento campito dalla marina, contro la quale si staglia un piccolo pinnacolo vegetato terminante in una croce. Segue una sopraelevazione, come un vassoio di roccia; alla sua sinistra, prospetticamente arretrato, un villaggio incide il suo profilo sulla massa blu scuro del pelago (bello usare questa parola omerica, fatta rivivere da Dante e Montale). Si ripetono impennate geologiche e villaggi che le sottolineano; negli spazi più bassi, altre campiture di mare.
Sedicesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
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- Per i vicoli di Rabat, sull’isola di Gozo
- Arrivando sul sagrato
- Arrivando, invece, in Piazza del Municipio
- La Cattedrale
- Salendo in Cittadella